mercoledì, settembre 24, 2003
Liberi di Gianluca Maria Tavarelli Opera incerta e sgangherata che si dimena tra un impegno sociale all'acqua di rose e la storiella d'amore giovanile ultra-vista, ultra-banale. Luoghi comuni a piovere, sfilza di vorrei-ma-non-posso, tentativi di imitazione di Marrakesh Express, Il posto dell'anima, Silvio Orlando. Nessuno riuscito. L'uso della colonna sonora e' maldestro e scade nello stucchevole. Cinquantenni che si lasciano come fossero avventurosi ventenni, ragazzo-poco-bello-ma-buono che seduce-ragazza-molto-bella-ma-debole. La sceneggiatura e' rabberciata alla meno peggio, senza riuscire ad evitare il peggio. La regia ingenua e patetica. Se qualcosa si vuole salvare si puo' citare la buona prova di Elio Germano nel ruolo del giovane pescarese. Il film e' stato presentato nella sezione "Controcorrente" a Venezia, ma Venezia non era una mostra di qualita'?
martedì, settembre 23, 2003
Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano di François Dupeyron
Per distruggere un nemico di solito ci sono almeno due strategie, tra di loro contrastanti: l'attacco frontale e lo sgretolamento graduale. In questo caso il nemico e' l'odio religioso e la strategia scelta e' la seconda. E' la storia di un bambino ebreo e un bottegaio musulmano, persuasivamente interpretato da Omar Sharif. Il bambino vive con suo padre, persona negletta e avara. Quando suo padre sparisce viene adottato dal bottegaio che gli insegna la sua saggezza che egli attribuisce al "suo Corano", in realta' si tratta della propria libera interpretazione del libro religioso, basata sulla tolleranza e il rifiuto di ogni regola formale e ogni integralismo. Due soggetti diversi in tutto: religione, eta', etnia sono uniti dal bisogno di conoscere, amare l'altro, sorreggersi reciprocamente, superando il proprio bagaglio-fardello religioso. Difficile non scorgere una metafora del conflitto israelo-palestinese, seppure a parti rovesciate (ebreo povero e arabo solo). E' una storia lieve che scorre piacevolmente, non si puo' far a meno di simpatizzare per la strana coppia. Il film appare intrinsecamente poco pretenzioso ma raggiunge appieno il suo obiettivo di narrazione. Presentando questo film a Venezia, Sharif ha ricevuto un meritato Leone d'oro alla carriera.
lunedì, settembre 22, 2003
Il ritorno di Andrej Zvjagintsev
Opera prima del regista russo che gli permette di portarsi a casa il leone d'oro alla sessantesima mostra internazionale del cinema di Venezia. Opera di grande maturita' artistica, immagini sobrie, colori virati sul verde, fotografia austera. La recitazione e' secca, i dialoghi essenziali. E' la storia del ritorno a casa di un padre e del successivo viaggio con i suoi due figli maschi. La storia e' ambientata in era contemporanea ma priva di precisi riferimenti temporali e persino geografici. Questo proietta immediamente l'opera sul piano della simbologia e apre a diverse interpretazioni. Si sono proposte interpretazioni psicologiche, relative al superamento della figura del padre ma il regista le ha respinte. Per la verita' il regista ha utilizzato sapientemente le strategie pubblicitarie che la sua bella opera gli permetteva. E' possibile attribuire al film anche un'interpretazione relativa al rapporto tra la vecchia Russia sovietica e l'attuale Russia. Il padre e' (o dice di essere) un ex militare, forse un pilota, piu' probabilmente un marinaio ed e' scomparso da 12 anni (dodici anni fa si dissolveva l'Unione Sovietica). L'uomo desidera essere un buon padre ed essere riconosciuto come tale ma i figli, seppur animati dallo stesso spirito di riconciliazione, non lo riconoscono come tale, anche per le sue maniere rudi. La morte del padre e la successiva perdita del suo corpo (la memoria?) rendono chiaro ai giovani figli quanto fosse forte il loro legame sebbene ne avessero fatto a meno per tutta la loro breve vita.![]()
Segreti di Stato di Paolo Benvenuti Il film si pone un obiettivo prevalentemente documentaristico. A distanza di quasi cinquant'anni di distanza dalla strage di Portella delle ginestre e' ancora forte l'esigenza di verita'. Il bisogno di capire l'impossibilita' di essere normale per il paese Italia. L'impossibilita' che potessero governare, sebbene democraticamente, altri diversi dai garanti degli Stati Uniti. In questa pellicola si ripercorre con grande chiarezza le responsabilita' di quella strage che vide coinvolte tutte le istituzioni reazionarie: le forze armate, la CIA, la mafia, il Vaticano. Viene chiarito il ruolo del bandito Giuliano e le relazioni con il crescente potere che andava acquisendo il PCI in Sicilia nel dopoguerra. Dal punto di vista artistico il film non ha ambizioni ma e' encomiabile il suo ruolo di forte denuncia.
Il miracolo di Edoardo Winspeare Il regista di "Sangue vivo" si cimenta con un classico delle narrazione: l'eccezionalita' della normalita'. Ci mostra una Taranto, estremamente concreta, fatta di morti ammazzati dall'ILVA, abusivismo edilizio, degrado. Usa attori non professionisti. Una ragazza sbandata investe un bambino in bicicletta, scappa senza soccorrerlo. Il bambino, non gravemente ferito, e' testimone in ospedale di un'improvvisa guarigione e se ne sente autore. Da questo malinteso parte un drammatizzazione che mette in scena le debolezze dei forti e la forza dei deboli. Fino a dimostrare l'assunto centrale del film che pone la purezza e la semplicita' dei bambini come esempio di saggezza. L'obiettivo e' pienamente raggiunto, sebbene non riesca ad aggiungere frammenti originali ad un tema cosi' trattato dalla cinematografia. E' un'opera di formazione di un regista acuto e sensibile, si notano le imperfezioni legate ad una scarsa caratterizzazione di alcuni personaggi.
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio
E' importante sottrarre alla discussione su quest'opera le polemiche derivanti dal festival di Venezia, si svierebbe l'attenzione sui contenuti interessanti espressi dall'autore. E' la storia romanzata della prigionia di Moro e utilizza come base storica il libro della brigatista Anna Laura Braghetti, "Il prigioniero". Emerge il ritratto di una donna dalla doppia identita', da un lato bibliotecaria, inserita in un contesto sociale-familiare pervaso dai valori comunisti ereditati dalla Resistenza e dalla fede cattolica. Dall'altro militante rivoluzionaria addetta alla gestione del covo di via Montalicini, in cui trascorre la sua prigionia Moro. Il personaggio da lei ispirato e' coerentemente interpretato da Maya Sansa che riesce a rendere nella sua espressione l'incredulita' di chi, erede delle speranze di rivolta accumulate durante la lotta partigiana, cerca un improbabile sbocco nella lotta armata. Restando prigioniera e vittima delle sue speranze, malamente riposte nell'esercizio della violenza brigatista. Il dubbio pervade la protagonista, Chiara, fino a farla giungere al sospetto che un unico filo di ingiustizia potesse legare le fucilazioni dei partigiani all'esecuzione di Aldo Moro. Chiara e' vagamente ma profondamente pervasa dal desiderio di una societa' diversa che nei suoi sogni si mostra sotto le vesti dei miti della rivoluzione sovietica. Le connessioni psichiche della brigatista vengono rappresentate da efficaci filmati di epoca sovietica e le sue sollecitazioni mentali sono sottolineate da passaggi dei Pink Floyd. Il film riesce a "colpire al cuore" dello spettatore, mostrando tutto il dolore di quella vicenda: il dolore umano di e per Aldo Moro, la frustrazione e la dispersione del potenziale di rivoluzione del proletariato, il dolore della brigatista. E' importante collocare il film nella sua prospettiva storica che utilizza lo strumento onirico come leva di astrazione. Non c'e' nessun intento di documentare la realta' storica, ne' tantomeno di descrivere l'umanita' di Anna Laura Braghetti che e' e resta solo un pretesto per raccontare la storia del personaggio tutto di Bellocchio che e' Chiara. Il vero intento di questo film e' riconnettere, ricordare, capire, interpretare, ricollocare, guardarsi dentro, per chi ha creduto, per chi forse ha smesso di credere ma non di sognare. Lo Cascio interpreta Moretti ed e' totalmente credibile. Moro e' interpretato dal bravo Roberto Herlitzka che riesce a dare allo statista uno spessore dolente nonostante una levita' forse eccessiva nelle sue parole. Si e' colti da un leggera perplessita' quando si ascolta i brigatisti ipnotizzati davanti al televisore ripetere i loro slogan, ma nessuna incertezza riesce a rendere quest'opera meno che un capolavoro del cinema italiano. Forse e' ancora presto per imprimere su una pellicola contemporaneamente lo sdegno per la corruzione democristiana e i suoi leader e la pietas per i suoi uomini vittime della follia brigatista, come Gaber riusci' gia' vent'anni fa. E qui, forse, sta tutta la maggiore complessita' del cinema rispetto alle altre arti. 
La meglio gioventu' di Marco Tullio Giordana Saga in due atti, si propone di narrare eventi della storia italiana tra la meta' degli anni sessanta e i giorni attuali. Durante il primo atto viene evidenziata la legge Basaglia, l'alluvione di Firenze, la contestazione studentesca. Il primo atto si propone come un simpatico sceneggiato televisivo, vagamente democratico, in cui gli attori catturano con mestiere la simpatia dello spettatore. Spicca la bravura e l'empatia che procura Luigi Lo Cascio. Le tre ore del primo atto scorrono piacevolmente se non fosse per la perplessita' che lascia il passaggio sulla violenza all'interno del movimento studentesco. Emerge una sciocca teoria antropologica che differenzia i violenti, psicologicamente turbati, dai non-violenti, psicologicamente stabili. Si sarebbe tentati di sottovalutare tale passaggio se non ci fosse il terrificante secondo atto. Qui il regista tira fuori un armamentario di sciocchezze, nefandezze, banalita' degne di competere con il peggior cinema italiano: e' un festival di bambini nati da rapporti singoli, bambine felici mamme, sucidi annunciati, caricature caratteriali, lieti fini, frasi fatte, riappacificazioni, nonne, mamme, perdoni, riconciliazioni, distorsioni storiche. Fino ad arrivare alla frase monster, nonche' paradigma e guida del film: "tutto e' bello". E non si cerchino interpretazioni restrittive o allusive, la frase e' interpretata nel film in senso letterale! In questo orrido film, degno di questa RAI berlusconiana che lo ha prodotto si possono ritrovare tutte le baggianate dell'armamentario nazional-popolare-buonista. Soffermarsi sugli errori di caratterizzazione dei personaggi e' irrilevante. Spiace per Giordana ma forse si consolera' con il probabile successo televisivo.![]()
Il ritorno di Cagliostro di Cipri' e Maresco La saga di uomini-mostri, scovati da Cipri' e Maresco, mostra il suo lato comico, in questa pellicola che narra del patetico tentativo di due artigiani siciliani di mettere su una casa cinematografica nel primo dopoguerra. Ritroviamo volti noti di cinico-tv, le loro sofferenze (sub)umane, il loro cinismo (dis)umano che, a volte, li rende piu' umani di tanti personaggi di film realistici. Torna in mente il Beckett che si rifiuta di considerare "assurdi" i suoi personaggi del suo teatro "assurdo", ritenendo ben più assurda la vita "reale". Il film e' cosparso di trovate geniali, dialoghi esilaranti abbondantemente lasciati macerare nel brodo del disgusto dei reietti della societa'. L'effetto che lascia nello spettatore non e' propriamente "rilassante". La fotografia, curata come al solito, meno cupa dei cupissimi "Toto' che visse due volte" e "Lo zio di Brooklin", riesce a lasciare un segno amaro che impedisce la risata franca. Lascia perplessi il tentativo degli autori di divertire disgustando. Il risultato non puo' dirsi pienamente raggiunto, lo stridore di sentimenti contrastanti graffia. Sono da segnalare due performance spassose: la partecipazione di Robert Englund (Freddy Krueger) e soprattutto l'intervento off-story di un nano (bambino?) che ci spiega i retroscena della storia. Anche Cipri' e Maresco lasciano il loro omaggio al cinema per testimoniare di un amore che non ha ragione ne' mai ce l'avra'.