saletta Lumiere


martedì, ottobre 28, 2003

Kill Bill vol I


di Quentin Tarantino


Mettere in scena la violenza, pura, immotivata, sganciata da ogni razionalita' o contesto intellegibile. Lasciare che il linguaggio delle immagini rimesti nel nostro immaginario collettivo per far trapassare le sensazioni immaginate dal regista-emittente allo spettatore-ricevente. Se il passaggio di sensazioni avviene vuol dire che condividiamo un comune immaginario di idee, immagini, sensazioni. Idee e immagini semplici, a volte brutali che spesso non condividiamo razionalmente o eticamente ma che, comunque, giacciono nella nostra psiche. Questo e' il materiale psichico su cui puo' agire la retorica, il populismo, la demagogia. Rappresentano il cavallo di Troia, la quinta colonna della bruta violenza dentro di noi. Ebbene, la pellicola di Tarantino riesce a dimostrarci quanto sia facile "giocare" con le nostre connessioni psichiche, sganciate da qualunque motivazione e, pertanto, palesemente ingiustificate. Usciamo dalla sala con la consapevolezza di aver fatto agitare al nostro interno i nostri piu' lugubri fantasmi senza che nessuna "nobile" motivazione possa averli suscitati, mostrandone, cosi', i limiti e l'alienita' al nostro ragionare. Ci permette, a patto di coglierne la sconnessione logica, anche di prendere le distanze da cio' che ci dimostra essere in noi, depauperando il potenziale distruttivo della violenza. L'equivalente di questa operazione nel campo erotico-sentimentale e' il girato pornografico. La pornografia focalizzandosi sull'aspetto apparentemente piu' forte dal punto di vista istintuale depotenzia la capacita' distruttiva dell'eros, facendoci percepire quanto sia forte la capacita' rivoluzionaria dell'eros. In sostanza, l'occultamento cattolico, la censura, rilevata da Freud, del sesso-pornografico (e, quindi, l'incitazione a farne uso) indebolisce l'eros e rafforza il potenziale di controllo della societa'. Dunque la fruizione consapevole della violenza/sesso gratuiti,  il disvelamento delle icone del sesso e della violenza possono essere occasione per vivificare la consapevolezza rivoluzionaria dell'uomo capace di dare vita e morte.


Esattamente così come un sottoprodotto della pornografia puo' essere l'alimentazione delle frustrazioni di chi e' sconfitto dalle dinamiche sociali e il suo prodotto principale e' la sua (della pornografia)autodistruzione  che rilancia l'eros, cosi' la materializzazione della violenza tarantiniana puo' avere un sottoprodotto identico alla pornografia ma un prodotto principale che e' la consapevolezza e la conseguente capacita' di controllo del nostro lato oscuro.


 

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/812781/Kill+Bill+vol+Idi+...
11:34 | commenti | cinema |

venerdì, ottobre 17, 2003

Son frere

di Patrice Chéreau

Un film europeo e laico sulla concezione del dolore. Europea l'accettazione dell'impotenza difronte al dolore. Un dolore senza se e senza ma. Senza un perche', privo di speranze per l'uomo che soccombe davanti all'idea della sofferenza prima ancora che alla sofferenza stessa. Manca certamente e totalmente qualunque influsso statunitense di volonta' intesa come potenza. Qui, in Europa, la volonta' sappiamo che non e' potenza, avendole sperimentate entrambe. Ne e' forse condizione necessaria ma mai sufficiente. Chi ha concepito l'illuminismo e il materialismo non cede a simili tentazioni. Anche chi, come Schopenauer, ha immaginato una realta' imperniata attorno alla nostra volonta' mai ha pensato che essa potesse essere una leva per ottenere la felicita'.

Un film laico per la totale assenza di trascendenza e dei sui sottoprodotti volgari e inconsapevoli. La sofferenza non puo' portare del bene, non puo' essere colta nel suo lato "positivo", non si puo' trasformare. La sofferenza distrugge e non ha limiti, agisce in maniere irrazionale e imprevedibile, falciando senza un senso gli uomini. Uomini che, tuttavia, non rinunciano a combattere. E' anche la rappresentazione di un titanismo umano che, senza certezze di vittoria, gioca tutte le sue carte immanenti.

Qui il male e' la malattia. La malattia e' incurabile ma non pone un chiaro e definito limite alla vita. La vita ne risulta diminuita, umiliata, oltraggiata, svuotata ma non stroncata dal male. Sara' il protagonista a togliersi da un vita che non riconosce come tale. La sua lotta titanica lo porta a riscoprire legami che apparivano morti (con suo fratello) ma anche a distruggerne altri che sembravano vivi (con la sua compagna), cosi' come a confermarne l'inutilita' di altri (con i suoi genitori). Non appare un film emblematico sui rapporti, non esalta la fratellanza, cosi' come non distrugge l'amore o il legame parentale. Coglie il nesso casuale che informa le nostre vite, senza delinearne una regola generale.

E', forse, un film sul coraggio. Il coraggio di chiedere aiuto, il coraggio di ammettere di aver sbagliato o forse di ammettere che gli errori non spiegano tutto. Il coraggio di aiutare, di ammetttere che perdonare non puo' essere un atto unilaterale della morale individuale di chi perdonda ma una conseguenza del vissuto etico che intreccia chi perdona a chi e' perdonato. Riuscendo a disconnettersi dal concetto di perdono cattolico basato sulla pieta' per riconnettersi alla pietas latina.

E' anche un film sull'altro. L'altro uomo, l'altra donna, l'altro da noi. L'altro che e' in noi solo se intercetta la nostra vita, non a priori e quando vi entra e' parte di noi imprescindibile col quale si riescono a vivere relazioni carsiche in cui a volte la presenza fisica e' volontariamente non data ma la comunicazione procede con una serie di domande che attendono risposte.

Qui la sofferenza della malattia permette la riemersione della relazione carsica tra i due fratelli. La sofferenza ne e' lo strumento ma non ne riceve alcun merito, perche' manca un vertice del triangolo che permette di trasformare la sofferenza in meriti, manca dio, un dio che ci ami.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/759814
13:40 | commenti | cinema |

lunedì, ottobre 13, 2003

Le cinque della sera

di Samira Makhmalbaf

A un anno dalla devastazione yankee del devastato Afghanistan, cosa accade li'? Soprattutto, cosa e' cambiato per la condizione femminile, dopo il rovesciamento del regime talebano? Sostanzialmente, sono questi gli interrogativi cui vuole rispondere questo film. Basandosi su una sceneggiatura del padre, la giovane regista iraniana si muove con mestiere nello svolgimento della trama. Tuttavia, ne' il proprio mestiere ne' l'accumulazione di esperienza familiare riescono a dare un forte slancio emotivo al film che a tratti rischia di perdersi nel ciclico dispiegamento della propria trama. Questa empasse non riesce a togliere al film la sua autorevolezza ne' a privarlo di un vero interesse per le vicende che tratta. Guardando il film si trae la sensazione di una condizione di mutamento sociale che procede con estrema lentezza e tra mille freni insiti nella cultura di quel popolo, specialmente nei suoi individui di sesso maschile. Non si fatica a credere che i maschi afghani siano di gran lunga piu' reazionari dell'altra meta' della terra. La speranza di un vero cambiamento va, dunque, giustamente riposta nelle donne. Vero motore del progresso afghano. Senza concedere nulla a facili speranze di brevi evoluzioni la regista punta la sua fiche sul rosa senza demonizzare tout court il genere maschile.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/739671/Le+cinque+della+sera...
17:54 | commenti | cinema |

venerdì, ottobre 10, 2003

Elephant

di Gus Van Sant

Opera stra-ordinaria premiata col massimo riconoscimento alla 56-esima edizione del festival di Cannes. Il regista statunitense lavora intensamente sulla sua opera per poter scomparire dietro i suoi personaggi. La prima scomparsa e' etico-morale. La spinta alla narrazione e' evidentemente, di per se' una sottolineautura della rilevanza del tema trattato: la violenza omicida e stragista nelle scuole a stelle e strisce. Tuttavia, il regista non vuole esporre una sua opinione sull'argomento, non vuole ricercare le cause del fenomeno, vuole che i personaggi parlino da se'. Ovviamente cio' e' impossibile ma la sua pellicola e' quanto di piu' vicino possa esserci a tale obiettivo. La realta' e' filtrata direttamente dai personaggi del film: gli adolescenti-studenti. Ognuno di loro ha uno sguardo specifico, unico. Non esiste lo sguardo generazionale. Questa scelta e' evidenziata da riprese con steady cam che si posizionano dietro il soggetto e lo seguono nei suoi movimenti quotidiani, realizzando cosi' la seconda scomparsa: il punto di osservazione del narratore. Spesso viene messo fuori fuoco tutto il resto. E' un mondo di individui-monadi, capaci di scambiarsi messaggi ma sostanzialmente isolati tra loro. Il massimo della relazione possibile e' il rapporto amicale morboso, cementato dalla patologia psichica: l'anoressia o la follia omicida. Le stesse scene sono ripetute piu' volte, riviste nelle visuali dei diversi soggetti. Scopriamo come le vite siano intrecciate, spesso inconsapevolmente. Come le vite di ognuno siano piene delle vite degli altri. La consapevolezza di essere calati nelle vite dei protagonisti e' racchiusa nelle lunghe scene basate sui piani sequenza in cui seguiamo l'ordinario flusso di vita dei ragazzi impegnati in attivita' apparentemente insignificanti.

Dopo aver scarnificato la narrazione dall'impianto motivazionale, logico-analitico, quello che resta e' la visione della realta' emotiva. Ed e' una realta' di dolore. Anche qui il regista vuole sottrarre al pubblico la sua personale sensazione emozionale, non vuole rimarcare le emozioni, il dolore di questi adolescenti deve penetrare in noi lentamente, gradualmente, senza colpi di scena che spalanchino il nostro cuore, distillandosi in noi freddamente. Questa via di ingresso e' garanzia di maggiore permanenza dentro di noi. Il cavallo di Troia usato e' l'ellissi, la sottrazione, la cesura, il non visto, il non spiegato, il non detto. Il senso di incredulita' si installera' in noi, facendoci chiedere perche'. La sofferenza mostrata, proprio in quanto mostrata puo' essere quantificata e, dunque, possiamo mettere in moto il nostro lavoro di elaborazione e di superamento, operarndo equiparazioni e confronti. La sofferenza non mostrata e' non misurabile, im-mensurabile, non misurata, im-mensa. Cosi' non vedremo le adolescenti provocarsi il vomito, non vedremo se morira' Elias, ragazzo dolce e sensibile, non vedremo se morira' la coppia di fidanzatini, non vedremo il ragazzino-killer che uccide il suo complice, cancellato il suo gesto, disperso e imprevedibile come il mutare delle nuvole. Chi vuole farci soffrire davvero, non ci parlera' mai piu'. La lontananza e' l'unica vendetta (e l'unico perdono).

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/725424
11:59 | commenti | cinema |