venerdì, novembre 21, 2003
Zatoichi di Takeshi Kitano Il film, presentato alla sessantesima edizione del festival di Venezia, presenta i tratti caratteristici di certa filmografia di Kitano: la violenza ossessiva ed esasperata, l'attenzione alla delicatezza dei colori e all'armonia dei gesti. Presenta, eppure, anche degli innesti originali: scene di ballo che danno una connotazione surreale alla narrazione. Il tema portante del film è la riflessione/dubbio sulla possibilità di conoscere. Il protagonista principale (lo stesso Kitano) riesce a sconfiggere qualunque avversità del mondo reale anche rinunciando volontariamente alla vista. Tale privazione riesce a sviluppargli i rimanenti sensi in tal modo da sopravanzare qualunque suo simile. Il suggerimento che proviene da Kitano parrebbe indicare la strada della "rinuncia" piuttosto che quella dell'accumulazione per giungere a più alti livelli di conoscenza. L'intuizione non è banale ma non è adeguatamente sviluppata nel film, neppure da farne un caso di riflessione. E' senz'altro vero che Kitano rifugge da teorizzazioni o squadernamenti morali, tuttavia, di solito, i suoi film posseggono quella forza emotiva che riesce illuminare le singole storie dei suoi personaggi con una luce tanto intensa da farli imprimere nella nostra mente e ristagnare fino a quando non riusciamo a vedere anche in noi l'oscurità di certi abissi. Intrecciato al tema della conoscenza c'è quello, molto kitaniano, della vedetta che risulta tanto più efficace quanto più lucida. Anche su questo sentimento Kitano non riesce a suscitarci forti emozioni. Zatoichi risente negativamente della sperimentazione surreale confinante col comico che ci lascia perplessi più che riflessivi.
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17:58 | commenti | cinema |
mercoledì, novembre 19, 2003
Ora o mai più di Lucio Pellegrini E' la storia di un gruppo di studenti universitari di Pisa impegnati politicamente a sinistra. Vengono anche rievocate le tragiche giornate di Genova 2001, mettendo in evidenza in modo realistico la brutalità delle forze del disordine. Lo sguardo del regista è di compiaciuta adesione agli ideali dei giovani protagonisti e proprio per questo spiace rilevare la superficialità con cui si narra un contesto per lui profondamente sconosciuto. Il film sembra un lungo spot del nescafé. Questa impressione non deriva tanto dalla presenza dello stesso attore dello spot e neppure dalla scena in cui induce il suo amico a non comprare il noto caffè solubile. Si evince, piuttosto, dall'atmosfera che si respira nel film, fatta di battute e controbattute (ma chi ha detto che i giovani siano tutti comici?), assenza di asperità reali, ingenuità, abuso di sensualità. Si vedono agenti della digos duettare coi leaderini studenteschi, peggio che in un film di Montesano e Banfi. I problemi che si trovano ad affrontare i giovani contestatori si limitano a come attaccare la luce al centro sociale, a chi far bere l'ultima birra e tutto si risolve in gavettoni fanciulleschi e tentativi di accoppiamenti insensati. Il film è pieno di deja-vu, citazioni, luoghi comuni, fino alla nausea. Si parla espressamente del movimento dei disobbedienti, peccato che si storpi il nome in disubbidienti. Si cerca di mostrare la dinamica di un gruppo politico giovanile, la presenza dei capi, il desiderio sessuale che si intreccia alle dinamiche del potere ma di questo il regista non deve aver mai visto nulla in prima persona, a giudicare dai risultati, troppo banali ed effimeri. E' evidente il tentativo di fare un film furbo, popolare. Anche qui la nefasta mano di RAICINEMA lascia il suo nefando segno nazional-popolare. Qualcuno dovrà incaricarsi di spiegare a Pellegrini che non basta la steady cam per fare un "film di sinistra" e neppure qualche inquadratura insensata (come quando si stacca dal seguire i personaggi di spalle per affacciarsi autonomamente al primo piano del centro sociale per osservare i ragazzi da una posizione "altra"). Il finale rimane quasi insopportabile, per il suo tentativo di diventare poetico ma si sa: i polli non sanno volare.
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10:49 | commenti | cinema |
venerdì, novembre 14, 2003
Dogville di Lars Von Trier Dogville rappresenta indubbiamente una carica innovativa di notevole potenziale nell'ambito della tecnica narrativa su almeno due piani: l'allestimento scenografico e la sceneggiatura. Su queste innovazioni si radica una storia di forte impatto emotivo e di ampia portata che potremmo dire, per ora, di essere imperniata sul concetto di "ospitalità". Scenografia. Il film si sviluppa su un set teatrale, sostanzialmente immodificato durante l'intero sviluppo del film, che rappresenta la città di Dogville. La città si compone di una piccola via (Elm street) sulla quale sorgono 9 abitazioni in cui abitano 15 adulti, 4 bambini e un cane. Le case sono sono rappresentate dal disegno della loro pianta sul pavimento e sono assolutamente prive di pareti e di porte. Tutto il resto è reale, tranne il cane che e' disegnato. Sia le porte che il cane emettono suoni. Questa scelta scenografica segna un netta divisione: ciò che è immutabile non è necessario sulla scena. Anche il cane è immutabile, in quanto i suoi sentimenti non cambiano nel tempo. Forse sarebbe più corretto dire che ciò che non muta è di ostacolo alla comprensione del messaggio e pertanto va eliminato. Su questo spazio piatto e scarno che è la scena un attento uso delle luci riesce a focalizzare l'attenzione sui sottoinsiemi spaziali di interesse. L'assenza delle pareti delle abitazioni permette di mettere a nudo i pensieri, le parole, le opere e le omissioni dei protagonisti. Svelandoci le relazioni più profonde che sottendono al nostro vivere sociale. Sceneggiatura Il film è diviso in 9 capitoli più un prologo. I dialoghi contengono spesso affermazioni di principio che assolvono al compito di far assurgere il film ad opera mirabile e maestosa. Le affermazioni morali trovano supporto e giustificazione nello sviluppo degli eventi narrati. L'intero film si pone come metafora e ricalca, pertanto, la struttura narrativa del Vangelo. I dialoghi sono essenziali, senza apparire scarni. La storia L'opera di Von Trier realizza un'autopsia delle relazioni individuali e collettive che vengono attivate nell'incontro con l'altro, lo straniero. Mette in luce in potenziale destabilizzante di questo incontro. Il confronto mette in discussione le consuetudini, mette alla prova l'etica e la morale di chi "accoglie", applica sollecitazioni all'impalcatura sociale che può crollare se costruita su convizioni improprie o superate e tenuta insieme solo da un rivestimento di ipocrisia e convenzioni. Il film narra di una donna di nome Grace (la Kidman) che cerca rifugio in una piccola cittadina statunitense (Dogville), inseguita da una banda di gangster. Qui un ragazzo, Tom, con la passione incompiuta per la scrittura e una incocludente per i sermoni la prende in simpatia e riesce a farla accogliere dall'intero villaggio. Tom propone di sottoporla a un periodo di prova di 2 settimane, durante il quale gli abitanti valuteranno se accoglierla definitivamente oppure no. Tom consiglia a Grace di svolgere dei lavori per ogni abitante, per ricevere il suo gradimento. Gli abitanti ritengono dapprima di non aver bisogno di nessun aiuto dalla bella e fragile Grace. In un crescendo mostruoso, gli abitanti arrivano a ridurre in schiavitù la giovane donna, imponendole abusi e violenze di ogni tipo, da quella sessuale a quella morale, accusandola di ogni misfatto. La circostanza che Grace sia ricercata anche dalla polizia, oltre che dai gangsters, funge da catalizzatore delle violenze su di lei. Tom, pur innamorato di lei e ricambiato, non riesce ad instaurare una storia d'amore con lei e neppure a proteggerla dalla violenza degli abitanti. Egli preferirà, sempre e comunque, l'accettazione da parte del suo gruppo sociale all'amore di lei, finendo addirittura col tradirla e riconsegnandola ai gangster (pensiero di cui non si era mai liberato). Si scoprirà che il capo dei gangster era suo padre ed ella utilizzerà il potere di lui per vendicarsi dei torti subiti, distruggendo l'intera cittadina e uccidendone tutti gli abitanti, ad eccezione del cane, riservando per se il compito di uccidere Tom. Difficile non riconoscere in questo film una metafora dell'ospitalità (o "accettazione", nelle parole di Tom) intesa nella sua formula più ampia del fenomeno migratorio che investe le ricche società capitaliste occidentali. La pellicola ci mostra tutto l'iter (o forse sarebbe più opportuno dire calvario) cui viene sottoposto l'immigrato: la diffidenza, l'accoglienza paternalistica, lo sfruttamento. Egli viene privato del suo involucro umano, è impossibile amarlo, è continuamente ricondotto a oggetto: economico, sessuale. Insomma una merce. L'etica paternalistica piccolo-borghese che sovrintende all'ordinamento sociale è incapace di governare il fenomeno migratorio. Lars Von Trier ci mostra lucidamente l'esito di tale conflitto: la distruzione della nostra società. Qualcuno (anche le siepi, nella scenografia, sono solo disegnate e indicate dalla sritta "bushes") lo chiama terrorismo, per Von Triers è (in)evitabile distruzione. 
lunedì, novembre 10, 2003
Mystic river di Clint Eastwood Film presentato a Cannes 2003 e che vede nel cast, tra gli altri, Sean Penn, Kevin Bacon e Tim Robbins. E' una storia torbida che impasta violenza sui minori, pedofilia, omicidi, crimine organizzato e delusioni amorose in un intreccio forse inutilmente complicato. Solo a tratti emerge lo stile secco del regista che regala al film un respiro più credibile. Seppure non si tratti della solita proposta USA, risente, tuttavia, del clima "mitologico" del suo paese di origine. A sovrintendere allo sviluppo della vicenda ci sono il Bene e più ancora il Male. Il Bene appare, a volte semplicisticamente a volte malamente suggerito, nel poliziotto buono Sean che ama la moglie da cui vive separato e mai la tradirebbe con un'avvenente poliziotta che lo corteggia, nel violentato Dave che giustizia sul colpo un pedofilo, nel redento Jimmy che abbandonata la malavita si dedica all'amorevole cura della sua famigliola. Il Male è la pedofilia, confusa tout-court con la violenza sessuale. Questi due Valori scompaginano e ricompongono una vita che scorrerebbe forse fin troppo noiosa senza di loro. Questa semplificazione valoriale appiattisce il film su una dimensione monocorde che non rende giustizia forse neppure agli States ma sicuramente non a noi europei abituati a scorgere il male in meandri e anfratti ben più complessi.
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17:45 | commenti | cinema |
Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet
Film d'animazione presentato al Festival di Cannes nel 2003. E' la storia di un bambino che soffre di tristezza e che solo la bicicletta riesce a strappare alla sua apatia. La tristezza e' il sentimento dominante di questo film. I toni sono costantemente attenuati. Si commettono omicidi, ci sono sparatorie, si mangiano rane vive ma non si alzano mai i toni. Un'atmosfera cupa, grigia, ovattata e invadente copre la storia e avvolge lo spettatore. La tristezza viene trasformata in malinconia, la ripetitivita' in consuetudine, i silenzi in musica. I personaggi non parlano quasi mai e quanto piu' sono centrali nella storia tanto piu' sono silenti. Il bambino che crescendo diviene uomo, pronuncia una sola frase in tutta la storia che assume uno sviluppo circolare. Tutte le cose sono disegnate con cura realista, tranne gli esseri viventi che sono deformati per esprimere attraverso il corpo i loro sentimenti e il loro carattere. E' una cartone animato ma forse non e' indirizzato ai bambini che hanno, attraverso le immmagini, ormai cognizione della piu' truculenta violenza e della piu' fisica sessualita' ma per fortuna ancora non hanno una cosi' forte cognizione della malinconia. ![]()
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12:20 | commenti (2) | cinema |
mercoledì, novembre 05, 2003
Caterina va in citta' di Paolo Virzi' Se il film di Virzi' voleva far ridere c'e' riuscito, con una commedia veloce e ben interpretata. Se il film avesse anche voluto restituire uno sguardo sul mondo dei giovani romani, ha mancato l'obiettivo clamorosamente. La sensazione che si ha dopo essere usciti dalla proiezione di questo film richiama quella che senti quando smetti di ridere di una barzelletta sugli omosessuali: senti che si e' persa una buona occasione per stare zitti. In sostanza, Virzi' si propone di continuare la "nobile" tradizione della commedia all'italiana, quella piu' becera, "alla Alberto Sordi", quella tecnicamente piu' riuscita, con recitazioni di qualita' ma inevitabilmente macchiettistica. I personaggi sono assolutamente monodimensionali. Neppure il piu' stolto e indolente impiegato del catasto sarebbe riconducibile ad un alveo tanto ristretto quanto quello che Virzi' scava per i suoi personaggi. I ragazzini di 13 anni sono o ricchi o poveri, o di destra o di sinistra. Se sono di destra sono anche fascistoidi, se sono di sinistra sono anche rivoluzionari. Tutti assolutamente privi di dubbi, incertezze, paure, pause di riflessioni. L'unica che sembra conservare un'ombra di sano dubbio e' l'adolescente che dalla provincia si sposta a Roma. Vogliamo forse rivalutare la provincia rispetto alla metropoli? Si vuole tentare questa operazione new age? Ma, dunque, mettiamola insieme al recupero dei cibi sani, della medicina omeopatica, dei fiori di Bach e via castroneggiando. Ma la pessima prova di Virzi' non si ferma qui e come un guerriero, assetato di banalita' e luoghi comuni, sferra il suo attacco al cuore (o forse, sarebbe meglio dire, all'intelligenza), per affermarci la sconvolgente verita': "destra e sinistra sono uguali!". Questo messaggio e' uno dei temi portanti del suo film. Mentre il nostro paese, governato da una destra impresentabile, fa accordi con la mafia, svende la sua costituzione, attacca i diritti fondamentali dei suoi cittadini, cosa fa il nostro cinematografaro? Ci svela che destra e sinistra pari sono! A questo punto non desta meraviglia scoprire che la RAI abbia collaborato alla produzione di questa pellicola che senz'altro contribuisce e realizzare quel sentimento comune di sano disinteresse dalla cosa pubblica che tanto facilita le cose a chi deve "manovrare" il nostro paese.
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10:39 | commenti (2) | cinema |
lunedì, novembre 03, 2003
The dreamers di Bernardo Bertolucci Opera presentata in concorso alla 60-esima mostra cinematografica di Venezia. Il maestro ripercorre il maggio francese ma da una prospettiva intimista. Scrutare la rivoluzione interiore che poteva produrre la diffusa rivoluzionarieta' del '68. In sostanza assistiamo al rovesciamento dell'asserzione anni '70: il personale e' politico. Qui il politico diventa personale. Si tratta di un'asserzione di notevole portata. Quasi un manifesto, a oltre trent'anni di distanza. I protagonisti rappresentano emblematicamente la borghesia occidentale, operando, cosi', una delimitazione di ambito. Bertolucci sceglie di parlarci della rivoluzione "borghese". Due di loro sono francesi, fratello e sorella, gemelli, l'altro statunitense. Il filo primario che li lega e' il cinema. Il regista afferma il primo punto del suo manifesto: l'arte e' rivoluzionaria! La rivoluzione di cui si parla, tuttavia, non e' la rivolta di una classe contro l'altra. E' la rivoluzione di una classe, il suo cambiamento. La borghesia trasforma se stessa, scardinando i fondamenti sociali e psichici su cui regge il suo equilibrio. Si rompe il patto sociale basato sulla famiglia, attraverso la materializzazione del desiderio incestuoso e omosessuale e la dissacrazione della verginita' femminile. Bertolucci richiama Freud e Marx, riconosce che l'attuale sistema economico, governato dalla borghesia, determina la sovrastruttura sociale che, a sua volta, determina le leggi etiche e, in primo luogo, quelle della sessualita'. Il maestro rileva come la rivoluzione politica determina il crollo di tali leggi di governo della societa' e trasforma intimamente i rivoluzionari. Asserzione numero due: la sessualita' e' rivoluzionaria! Sul finale del film assistiamo al disgregarsi del terzetto. Uno dei tre viene meno: e' il ragazzo americano che e' incapace di concepire il terzo punto del manifesto: la rivoluzione non e' un pranzo di gala! Bertolucci chiude il suo film riconnettendo la rivoluzione culturale, quella sessuale con quella materiale praticata nelle piazze, contro la reazione polizesca, vediamo volare le molotov dalle mani degli studenti, bruciare le auto e, a quel punto, non possiamo non sentire dentro di noi un voce: per quanto vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti!
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10:48 | commenti (1) | cinema |
Vivere di Marco Paolini
Mediometraggio presentato alla 60-esima mostra di Venezia, girato in HD. Ci ripropone una storia "minore" della resistenza italiana: come Vittorio de Sica attraverso le riprese del film "La porta del cielo" abbia protetto se stesso, i suoi affetti e i suoi compagni "cinematografari" dalla repressione nazista. Ripercorriamo, in questo film-documentario, alcune tappe della Resistenza, con gli occhi di de Sica, ci accorgiamo di come la guerra avvolga tutti e tutto, anche il cinema. Di come il potere nazista utilizzasse anche questo medium per la propria comunicazione e di come registi e autori tentarono la loro resistenza culturale e fisica alla repressione. Paolini riesce a emozionarci, senza effetti speciali, senza scenografie, quasi senza altri attori, senza costumi, riesce a renderci consapevoli di quanto il cinema sia materia viva, traccia di uomini che parlano di altri uomini; al contempo raccontando e facendo la nostra storia.