martedì, dicembre 23, 2003
La macchia umana di Robert Benton Tratto dall'omonimo romanzo di Philip Roth e presentato fuori concorso alla 60-esima mostra di Venezia. Il film si presenta come la storia di Coleman Silk (Antony Hopkins), figlio di neri americani ma dalla pelle bianca che si finge ebreo pur di non apparire per quel che è. Coleman fa fortuna e diventa preside di un college ma qui viene ingiustamente accusato di razzismo per l'uso della parola "zulu". Lascia il posto di insegnante, inizia una relazione con la bella, sfortunata e molto più giovane bidella del college (Nicole Kidman). Muoiono a causa della follia dell'ex marito di lei. Potrebbe sembrare una sintesi eccesssivamente frammentaria ma, in realtà, tale frammentarietà è propria del film. Gli eventi appaiono distanti tra loro e privi di connessioni, pur solo emotive. I temi trattati sono moltissimi: il razzismo, la follia, il rapporto giovane-vecchio, la morte ma appaiono sviliti e spenti, uniti da una storia improbabile e poco convincente. Gli attori, seppur grandissimi, appaiono costretti nel ruolo assegnato, a disagio e il loro incontro è assai poco fatale. La scena finale resta priva di un suo perchè, non aggiunge nulla e forse avrebbe dovuto far riflettere l'autore sul suo film ma forse era troppo tardi.![]()
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09:39 | commenti | cinema |
martedì, dicembre 16, 2003
Lost in translation di Sofia Coppola Può una venticinquenne (Charlotte) molto carina che dimostra meno della sua età innamorarsi di un attore sessantenne sul viale del tramonto, non per la sua residua fama ma per il suo triste e ironico aplomb? Può un attore sessantenne (Bob) sul viale del tramonto innamorarsi di una dolce venticinquenne sposata con uno sciocco fotografo, senza mettere in gioco la violenza della sua fama, rispettandola come un essere umano suo pari e comprendendo che non sia affatto normale e scontato che sia ricambiato? Ebbene, probabilmente avrete risposto di no ad entrambe le domande ma forse siete stati troppo freddi e razionali perche' la regista del film vi dimostrerà che è possibile, conducendovi per mano in quella metropoli supertecnologica che è Tokyo. Ambientazioni lounge, whisky, sigarette, viste superpanoramiche notturne, luci soffuse, il corpo appena post-adolescenziale di Charlotte si muove con accattivante innocenza nei discreti piano-bar del super-hotel in cui e' rinchiusa, con adolescenziale furore nelle frenetiche sale giochi e con pre-adolescenziale incoerenza scivola dal suo immaturo marito al troppo maturo amante. Bob (Bill Murray) non e' Sean Connory, è triste, stanco, non così esperto della vita tale da affiscinare alcuno. Seppure la vicenda appaia poco credibile e per nulla affascinante, i ritmi del racconto sono piacevoli, possiamo empatizzare con i personaggi di questa storia post-moderna, ci sentiamo immersi nelle ambientazioni di questo mondo globalizzato che ci appare così vicino, così lontano.

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11:32 | commenti (1) | cinema |
lunedì, dicembre 01, 2003
Mio cognato di Alessandro Piva Piva sceglie lo schema leggero della commedia, il tono colloquiale per parlare, con avvedutezza, del sud d'Italia. Piva sceglie un tema specifico: la pervasività mafiosa nella struttura sociale meridionale. In che modo il pensiero mafioso riesca a informare di sè anche gli strati non mafiosi della società, sia che vivano nella legalità che nella zona grigia tra legale e illegale. La sussunzione che questi strati, che altrove si direbbero di società civile e qui si potrebbero definire humus socio-culturale mafioso, fanno del modus putandi delle organizzazioni criminali. Nella fattispecie la storia viene ambientata a Bari, la capitale corrotta di questa regione malata. Il film getta luce impietosa sulla propagazione del degrado. Dall'economia, ai rapporti sociali, ai rapporti amicali, fino a quelli familiari e affettivi. Questa intuizione coraggiosa coglie un nesso reale del degrado della società meridionale e segnatamente di quella pugliese che presenta delle sue specificità. E' interessante cogliere la mutazione antropologica che affligge le società condizionate dalla presenza di organizzazione mafiose. La violenza che connota tutti i rapporti, una violenza che dove non si manifesta fisicamente è psicologica e deriva dal senso di impotenza rispetto alla capacità di costruire una società governata da rapporti eticamente corretti. Qui è drammaticamente concreta la società hobbesiana. La specificità pugliese consiste in una sorta di vacuum socio-culturale che faccia da contraltare alla violenza mafiosa. In Calabria è forte, fino al parossismo, il concetto di famiglia; in Sicilia quello di clan (famiglia allargata), in Campania una forte spinta speculativa anche di carattere mistico. La Puglia è oggettivamente priva di una sua specificità socio-culturale, sedimentatasi storicamente. Pertanto, il modello mafioso, plasmato dai canoni del capitalismo più becero, prevale. Non è casuale che la Puglia sia governata da tempo immemore dalla destra e che in alcune sue città (Bari e Foggia, per esempio) ci sia un forte richiamo alle radici fasciste. Da segnalare l'ottima prova di Rubini e Lo Cascio, un plauso va anche a RAICINEMA che, una volta tanto, non produce un film da italiano medio. ![]()