lunedì, gennaio 26, 2004
The Mother di Roger Michell Film mattatoio, tutti i personaggi sono sistematicamente abbattuti, tutti perlopiù abietti e perdenti. Poteva essere l'occasione per inquadrare un soggetto totalmente rimosso dalla cinematografia, dal dibattito sociale e artistico: il desiderio femminile in età avanzata. La nostra cultura ha concesso alla donna una finestra temporale (18-35?) in cui può moderatamente godere del proprio corpo. Prima e dopo di tali date è chiamata ad essere figlia o madre (o nonna) e tali ruoli non prevedono la contemporanea presenza di desiderio sessuale che le è invece concesso nella fascia temporale in cui deve trovare un compagno con cui riprodursi. Purtroppo questa occasione è andata pressochè sprecata. Troppe tematiche sono state affastellate: il disdegno (giusto) per la famiglia borghese, una certa misoginia di fondo (inopportuna). Il personaggio fondamentale, Mary (Anne Reid), l'anziana donna che perduto il marito si innammora anche fisicamente di un giovane uomo, pur brava, non è credibile nel proprio ruolo. I ritocchi dell'ultim'ora sul personaggio del giovane amante, reso via via più drogato e instabile non sono sufficienti a spiegare la sua attrazione per lei. Il potenziale esplosivo della sceneggiatura di Hanif Kureishi (sua la sceneggiatura del bellissimo Intimacy diretto da Patrice Chereau) viene 'tradito' dalla messa in scena. Resta il merito di aver rotto il muro di omertà che circonda la tematica, rendendola visibile e pronta per essere rielaborata. Può essere interessante la sua visione-lettura comparata con Lost in traslation, per comprendere quanta strada resti ancora da percorrere alle donne.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1292143/The+Motherdi+Roger...
17:48 | commenti | cinema |
21 grammi di Alejandro Gonzalez Inarritu Il film si propone come riflessione ad alto contenuto emotivo sulla transizione vivere-morire-vivere. La recitazione formidabile impatta sulla stabilità emotiva dello spettatore, cercando continuamente di destabilizzarlo. Un montaggio contemporaneamente sincronico e diacronico (sia in avanti che indietro) si pone come exemplum, decisamente ben riuscito. La fotografia graffia la pellicola, rendendola cupa e densa, a seguire l'incertezza e la drammaticità degli eventi. Una prima parte del film risulta credibile, intensa. Solo un'incomprensione sul cambiamento di intenti di Sean Penn che saputo di un aborto precedente di sua moglie si rifiuta di effettuare l'insemininazione artificiale (una sorta di vendetta?). Successisavamente un'infelice battuta sulla bontà del proprio cuore trapiantato cominacia a spiazzare, a far perdere credibilità e, conseguentemente, intensità drammatica. Da qui comincia un'involuzione della trama che s'imbizzarrisce in un intreccio barocco e incongruente. Fino all'epilogo incomprensibile. La voglia hollywoodiana di stupire ad ogni costo sciupa un film di grandi promesse.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1290099/21+grammidi+Alejan...
13:19 | commenti | cinema |
giovedì, gennaio 08, 2004
Noi albinoi di Dagur Kari
Noi è un ragazzo islandese, è intelligente, vitale, pieno di santa voglia di vivere. Ma l'Islanda non si dimostra il posto più adatto per esprimere queste qualità, sembra preferire ragazzi timidi e oppressi, adulti tristi e vinti, anziani inebetiti. Quando impenetrabili montagne sovrastano la tua vita, il freddo penetrante ti sfibra la volontà e un sole avaro ti nega il piacere della luce ogni entusiasmo si spegne e la vitalità rischia di apparire come una sfida al sistema sociale. Noi è incompreso, quasi messo al bando, la sua esuberanza è insubordinazione, la sua stessa follia resta incompresa. Quando ogni gesto di resistenza all'omologazione gli è impossibile si rifugia in una cantina, da solo, per sfuggire alla normalità del mondo che lo circonda. Eppure sarà la natura a riprendersi i suoi prodotti malati, seppellendo i concittadini di Noi sotto una valanga. Non è un riedizione della tesi della provvidenza della natura e nemmeno della sua ostilità ma certamente della sua centralità nella nostra vita e ancor di più un inno alla resistenza, al coraggio di sfidare le convenzioni, senza temere di essere minoranza.![]()
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1183481/Noi+albinoidi+Dagu...
15:36 | commenti (1) | cinema |
mercoledì, gennaio 07, 2004
Le invasioni barbariche di Denys Arcand Il film si pone come ideale continuazione dell'altra opera di Arcand: il declino dell'impero americano (1987). In questo primo film assistevamo all'incontro di un gruppo di amici gaudenti e libertini che ancora surfavano con leggerezza e un po' di vacuità sulle onde delle loro vite. In questa continuazione i protagonisti vengono posti difronte al mistero della morte che li spinge a interrogarsi sulle loro vite, sul senso che hanno saputo darle. La riflessione sulle loro singole vite diventa riflessione sui loro valori, i loro contesti sociali. E' anche una resa dei conti finale tra laicismo e religione, tra convenzioni sociali e trasgressioni, tra essere e avere, tra l'umanesimo europeo di tradizione rinascimentale-illuminista e il perbenismo moralista statunitense. Il Canada, dove si svolge la vicenda, è il campo ideale in cui realizzare questa sfida, virtuale mediazione tra i due mondi. Mentre nel primo episodio sembrava prevalere, con un giudizio assoluto, il senso di vuoto che generavano le scelte edoniste e iper-liberatorie, ora si tenta un bilancio comparativo: non è facile essere felici, forse impossibile, senz'altro transitorio ma non c'è alternativa più convincente che provarci. Provando, sbagliando, aggrappandosi alla cultura che diventa coscienza, alla natura che diventa cibo, al sesso che diventa gioia, piuttosto che affidarsi ad attese ultramondane. La morte ci toglie senso ma prenderne atto ci dà il coraggio di vivere senza attenderla. Il regista si concede qualche luogo comune, alcune oliate al meccanismo per renderlo più digeribile ma gli si possono perdonare, senza bisogno di troppa indulgenza.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1175549/Le+invasioni+barbari...
11:20 | commenti | cinema |
lunedì, gennaio 05, 2004
Per fortuna era pedofilo... Dogville, Zatoichi, Kill Bill vol I Sarà il panettone, il pandoro, il torrone, sarà l'atmosfera del natale, le campane della chiesa, il presepe e l'alberello, il messaggio del Presidente che ci invita ad alzarci all'alba e a rinunciare ai conflitti sul lavoro per il bene del Paese, sarà che tutto questo mi torna su e mi fa sentire strano, come la sensazione di averne sentite e viste troppe in questi giorni, troppo false. Insomma, la rappresentazione buonista del natale, oltre che incredibile come al solito, è sempre più urticante e totalmente distonica col mondo reale che, invece, mi appare meglio descritto da alcuni degli ultimi film di questa stagione: Dogville, Zatoichi e Kill Bill vol I. Questi film mi sembra che abbiano un sentimento comune: il senso della vendetta. La vendetta è oggi il vero sentimento dominante di questo mondo. E l'icona di queso sentimento è il kamikaze. Un uomo o una donna, giovane o adulto che preferisce cessare la sua vita, auto-squartandosi, pur di disintegrare i suoi nemici. Nemici senza volto e senza nome, nemici politici, sociali, esattamente come in Dogville, dove Grace fa uccidere tutti, anche i bambini. Dunque è un' odio globalizzato, totalizzante, assolutamente indiscriminato, come lo erano le guerre di religione qualche secolo fa e come può esserlo lo scontro tra civiltà. Esattamente come quello in corso in questo momento, mascherato in scontro tra islamici radicali autoritari e cristiani democratici, in realtà tra capitalisti occidentali e moltitudini povere e oppresse. Ovviamente le moltitudini depredate sono mobili, vagano sul globo terracqueo (viaggiano i perdenti, più inclini ai mutamenti...) in cerca di vita o di sub-vita (esattamente come vaga il samurai di Kitano e la coppia di fratelli orfani, in cerca di vendetta) ma quando anche questa viene loro interdetta allora si accende l'odio e il desiderio di vendetta, sovrastrutturato da formalismi religiosi. Possono essere afghani accerchiati dall'impero sovietico prima e da quello USA dopo, palestinesi umiliati dagli invasori israeliani, può essere un qualunque sfruttato. E allora, in questo Natale 2003, pensando a un signore parmense cattolico e progressista che ha intascato 29 mila miliardi di lire (devrebbe spendere quasi un miliardo al giorno per 80 anni per usarli tutti), a un leader di destra italiano che suffraga l'invasione israeliana pur di far dimenticare le sue colpe del passato, a uno skipper sedicente di sinistra che ha devastato un paese democratico (quantomeno non meno dell'Italia e che oggi vede acclamati dal popolo gli stessi personaggi che si vorrebbero inquisire all'Aja) per far dimenticare i meriti del suo passato (che ad alcuni potevano sembrar demeriti), a un ex allenenatore di baseball devastare mezzo mondo per aumentare i ricavi delle aziende sue e dei suoi amici, a un ex cantante di pianobar che guida sicuro uno dei paesi più ricchi del mondo verso il baratro, ho capito che la nostra società si sta suicidando, allevando con amore i suoi boia e mi è tornata alla mente una frase di Kill Bill vol I, pronunciata dalla bambina (così simile al bambino-efebo di Zatoichi) che per vendicare la morte dei suoi genitori si offre al loro carnefice, felice di sacrificarsi pur di potersi finalmente vendicare...
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1164915
12:14 | commenti (1) | commenti |