saletta Lumiere


venerdì, febbraio 20, 2004

Mi piace lavorare

di Francesca Comencini

Il film è meritorio in quanto mette in luce un nuovo aspetto devastante del mondo lavorativo: il mobbing. Un sottoprodotto (o danno collaterale, con terminologia moderna) della cultura della flessebilità. La regista lo fa con chiarezza riuscendo a evidenziare con completezza la complessità del fenomeno. Nicoletta Braschi si produce in una recitazione drammatica intensa, molto giocata sul volto, meno sulla voce. Nonostante la sua discreta interpretazione (e anche quella molto buona della giovane Camille Dugay Comencini, figlia della regista) il film non riesce ad assumere una sua intensità drammatica. Troppo appesantito dalla volontà didattica. Questo film si può considerare come un'opera neo-neo-realistica ma gli strumenti adottati sembrano pre-neo-realistici o addirittura da propaganda sovietica. Che, poi, è lo stesso errore commeso in Carlo Giuliani ragazzo, in cui (a dispetto del nome) si esaltava a dismisura il profilo del ragazzo senza cogliere che la vera drammaticità dell'evento consisteva proprio nell'assoluta "normalità" del ragazzo Carlo Giuliani. Il personaggio della lavoratrice è dipinto con intento agiografico e risulta assolutamente (e incredibilmente) monodimensionale. Anna (Braschi) è stata abbandonata dal marito ma non gli porta rancore, deve periodicamente far visita all'anziano padre reso muto ma non ha mai un moto di scoramento, deve badare alla figlia preadolescente e solo in questo rapporto ha dei brevissimi e leggerissimi sbandamenti. In diversi momenti il film, che si è avvalso anche di attori non professionisti a cui è stata data solo una traccia di recitazione e non un vero copione, risulta farraginoso. E' da segnalare una fantastica sottolineatura: nell'ufficio del terribile direttore del personale c'è un poster del meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

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16:17 | commenti (1) | cinema |

giovedì, febbraio 12, 2004

La mia vita senza di me

di Isabel Coixet

La morte come negazione e antitesi della vita è anche una delle chiavi per comprendere la vita. Plotinianamente si può cercare di capire cosa la vita non sia: non può essere solo l'amore della famiglia, forse dolce e rassicurante ma priva di slanci. Non può essere solo rancore, razionale ma avvilente. Non è solo amore, fondamentale ma forse monocorde ma anche sesso. Non può essere solo con una persona, perchè l'amore è anche esperienza, confronto, corporeità. La regista riesce a sfuggire a molte trappole del deja-vu drammatico anche se a volte indugia eccessivamente nell'eccitare il pathos e l'emotività. La colonna sonora sottolinea la lievità con cui la vita possa assumere pieghe drammatiche. Non è un film sulla morte che sopraggiunge ma sulla vita che resta, non riesce e non vuole cogliere il dolore della morte imminente che forse da vomito piuttosto che pianto. E' chiara la mano femminile su questo film che oltre che esssere diretto da una donna e anche coprodotto da un uomo che ama le donne: Almodovar. A tratti fortemente suggestivo, sempre lieve, coinvolgente ed emozionante.

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11:17 | commenti (1) | cinema |

mercoledì, febbraio 11, 2004

Istruzioni per rendersi infelici

di Patrizia Cavola, Ivan Truol - C.S.A. Rialto Sant'Ambrogio

dal libro: Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlawick

Lo spettacolo è organizzato dalla compagnia Atacama di cui Cavola e Truol sono fondatori, le musiche originali sono del gruppo Epsilon Indi. Il testo ispiratore è una sorta di ironico manuale (edito da Feltrinelli) di cose da fare/non fare per rendersi/non rendersi infelici. In questo spettcolo viene indagato l'ambito dei rapporti umani: l'incapacità di accettare i limiti della persona amata, il non riconoscere i propri, la difficoltà di comunicare adeguatamente i propri sentimenti.La piece è una sperimentazione tra il teatro e la danza, con una netta prevalenza del messaggio corporeo e musicale su quello verbale. L'esito di tale sperimentazione non è dei più promettenti e lascia decisamente basiti. Un consiglio per rendersi infelici: andare a vedere questo spettacolo.

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13:18 | commenti | teatro |

Porcile

di Antonio Latella - Teatro India di Roma

dal film Porcile di Pier Paolo Pasolini

Opera metaforica sulla borghesia, esaminata fin dentro le sue viscere, nel suo rapporto col potere di cui il sesso è mera e plateale rappresentazione. Pasolini non è personaggio da usare mezze misure e, marxisticamente, va dritto al suo cuore: la borghesia tedesca. Quella che si è arricchita col nazismo e quella che nel dopoguerra ne è stata la degna erede ed alleata. Julian è il figlio di un capitalista tedesco a cui cerca invano di opporsi. E' questa è la prima sconfitta borghese: la sua incapacità di rinnovarsi dal suo interno, la sua genetica condanna a comandare e a corrompersi. Julian è amato dalla diciassettenne Ida ma non riesce a corrisponderla. Lei appare come un'autentica rivoluzionaria borghese, idealista, liberale. Julian riesce a mettere in evidenza i limiti di Ida senza per altro saper proporre nessuna azione alternativa. La vera attrazione di Julian consiste in una turpe passione zoofila per i maiali, evidente metafora di della propria classe a cui è indissolubilmente legato e che lo relega nel più squallido degrado (sessuale, fisico, morale). L'epilogo è giustamente tragico: Julian verrà introiettato in una mega-scrofa: autofagismo di classe, il capitalismo che implode per sua stessa causa. Preziosa aggiunta del regista a questa scena: il sottofondo musicale di Forza Italia, vero inno all'idiozia di classe. La forza vitale pasoliniana è meravigliosamente presente in questa rappresentazione, l'impegnativa recitazione è sostenuta validamente dagli attori. Cara piccola vecchia borhesia, per piccina che tu sia, un giorno il vento ti.... spazzerà via...

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12:33 | commenti | teatro |

Radio clandestina

di Ascanio Celestini - Teatro Ambra Jovinelli

dal libro: L'ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli

Lo spettacolo è un monologo di Ascanio Celestini che riesce a creare attenzione verso le sue parole, condividere atmosfere di rievocazione, il racconto si fa storia e la storia è ancora materia viva. La robusta impostazione storiografica fa iniziare la narrazione partendo dalla Roma dell'800, per seguire le vicende dei singoli uomini, le singole tragedie individuali che come piccoli rivoli alimentano il flusso unico della Storia. Allora riusciamo a scorgere le fatiche quotidiane, lo sforzo di famiglie le cui lotte e affanni sono stati interrotti il 24 marzo 1944. L'oste dei Castelli Romani, il comunista pugliese. La vera novità di questa opera sta nel tono, pacato, senza enfasi, privo di retorica ma, a volte, anche di pathos. E' un'esperimento interessante, non è normale rievocare quegli eventi senza lasciar percepire ancora il proprio odio, la propria rabbia. Celestini opera un netta scelta di campo, compie una chiara azione di narrazione storica che, forse, potrà rivelarsi adatta per la comunicazione con le nuove generazioni ma lascia incerti chi quella storia l'ha sentita dalla voce dei protagonisti. L'equivoco che viene risolto dal libro di Portelli riguarda la comunicazione dell'eccidio alla popolazione romana. Taluni hanno sostenuto che i tedeschi avessero affisso dei manifesti in cui invitavano i protagonisti dell'azione di via Rasella a costituirsi per evitare la rappresaglia. Ebbene tali manifesti (o altre comunicazioni) non furono mai affissi ed è lo stesso Kesserling ad affermarlo negli atti del processo che subì dopo la guerra. E' importante aver effettuato questo chiarimento però non deve dare adito a dubbi: l'azione di via Rasella del 23 marzo è stata a tutti gli effetti un legittimo atto di guerra contro un invasore. I GAP che la eseguirono erano combattenti per la libertà e in nessun modo erano tenuti a costituirsi in seguito all'attentato, neppure se i tedeschi avessero pubblicamente minacciato una rappresaglia. L'alternativa sarebbe la resa incondizionata al nemico, negando il diritto di difesa violenta all'aggredito e questo non è accettabile. Questo tema è oggi attualissimo in merito al movimento new global e alla resistenza irakena. E la storia è sempre viva e come al solito la storia siamo noi...

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12:26 | commenti | teatro |