saletta Lumiere


mercoledì, marzo 31, 2004

Primo amore

di Matteo Garrone

Anche questo film di Garrone sfida il principio di causalità. Le cose accadono e, per quanto improbili possano essere, non è dato sapere il perchè accadano, quali siano le dinamiche sottese dagli eventi. Così come è stato per il precedente l'imbalsamatore. Molte sono le contiguità con il precedente lavoro. Anche qui viene osservata la relazione psicotica che viene a instaurarsi tra il dato prevalente del proprio reale, il lavoro, e i propri desideri, sessuali. Se nell'imbalsamatore la dialettica era tra vita e morte, bellezza e deformità, qui la dialettica è istaurata tra valore intrinseco e valore esterno. Qual è il valore dell'oro? Davvero risiede esclusivamente nel suo elevato peso specifico? E come spiegare la linearità del valore, per cui a maggior peso corrisponde maggior valore, secondo una legge certa e prevedibile. Ma questo non ne svilisce un valore interno, percepibile solo da chi, lavorandolo, traendone sostentamento, ne coglie il suo valore intimo e ultimo? Qui il protagonista è un orafo, ossessionato dai corpi femminili anoressici. Solo nella privazione di materia ritrova valore. Psicoticamente ritrova assolutamente disgiunta la mente dal corpo e solo la smaterializzazione del corpo gli permette di amare. Garrone sceglie attori perlopiù sconosciuti e li lascia recitare in dialetto. Questo fa parte di un suo percorso di ricerca di verità e semplicità, così come la scelta di basare la sceneggiatura su episodi realmente accaduti o la presa diretta dell'audio. Non sempre questo percorso è armonico: un certo realismo si scontra con la ricerca di atmosfere e ambientazioni, la vicenda reale non risulta credibile di per sè e la presa diretta non è tecnicamente curata. Anche questa volta Garrone conferma un grande intuito che lo porta a creare suggestioni che non riesce pienamente a gestire nel film che appare in equilibrio incerto.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1740592
17:40 | commenti | cinema |

venerdì, marzo 19, 2004

Coffee and cigarettes

di Jim Jarmush

Metti due persone intorno a un tavolo a bere un caffè, fumare una sigaretta, parlare di sè, di cose vaghe, riprendi tutto con due inaquadrature, usa il bianco e nero, ammorbidisci l'immagine. Ripeti la scena con altri due e poi ancora... Questa l'idea del film. Minimale, quasi provocatoria, tutto si nasconde nelle pieghe dei piccoli gesti, delle parole semplici, nel non detto, nel non fatto. E' lo stile di Jim Jarmush che ci regala ancora uno splendido Benigni d'annata. Ogni coppia è composta da personaggi noti che a volte impersonano se stessi, ripresi da vicino, sempre spogliati di auree posticce, ri-condotti alla dimensione umana minima, quella vera. L'operazione tentata da Jarmush è intelligente, condotta con discrezione e stile. Tuttavia non riesce lo slancio emotivo, la frammentazione narrativa interrompe l'attenzione e ne impedisce la condivisione profonda.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1652238
12:44 | commenti (2) | cinema |

martedì, marzo 09, 2004

Agata e la tempesta

di Silvio Soldini

Probabilmente l'intento degli sceneggiatori e del regista era quello di rendere l'atmosfera del fantastico mondo di Amelie, di ripercorre le ambientazioni di straordinaria semplicità di Speriamo che sia femmina, quasi certamente riprodurre quell'intreccio di semplice realtà e pensiero che la rende straordinaria, come nel penultimo lavoro di Soldini, Pane e Tulipani. Senz'altro sugli intenti non ci resta che fare supposizioni, perchè la concreta realtà che ci si pone davanti è una storia bislacca, al limite del nonsense, una sceneggiatura ondivaga ed incocludente che non permette nessuna azione di identificazione e nullifica qualunque tentativo di generalizzazione o astrazione. A questo si aggiunge una recitazione mediocre di un cast non convincente ed una regia assai indecisa.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1583166/Agata+e+la+tempesta...
19:22 | commenti (7) | cinema |

giovedì, marzo 04, 2004

La ragazza con l'orecchino di perla

di Peter Webber

Tratto dall'omonimo romanzo di Tracy Chevalier, narra dell'ipotetica storia che potrebbe nascondersi dietro la realizzazione del quadro: "la ragazza col turbante", dipinto dal pittore olandese Johannes Vermeer presumibilmente nel 1665. Come in un gioco di metafore, l'intero film è giocato quasi per intero sulle luci e i colori, le ombre, i chiaroscuri, esattamente come lo sono i quadri di Vermeer. La storia di gelosia tra la moglie del pittore e la giovane ragazza (Griet) è poco più che un pretesto narrativo, esattamente come un quadro, non intende rendere conto di tutto il reale ma solo di un aspetto, isolato dal suo contesto. I fotogrammi come quadri, le sequenze come lavori preparatori. La fotografia ricostruisce il mondo della pittura e spalma i personaggi in un mondo vero ricostruito con i colori della tela, un'Olanda reale del XVII secolo ricostruita coi colori che la (re)interpretavono, inventati dai sui pittori coevi. E' un gioco di specchi tra reale-cinema-pittura, nel quale è magico perdersi. Scarlett Johansson rende con realismo l'impasto di curiosità, sensualità e purezza dell'adolescente che ispirò il quadro, presta i suoi occhi a quelli di Griet e regala ai nostri la sensazione di magia del cinema, della pittura, delle arti visive che si imitano, si (con)fondono, si riflettono, ci incantano.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/1545788/La+ragazza+con+l%27ore...
13:20 | commenti (1) | cinema |