lunedì, aprile 26, 2004
L'eredità di Per Fly Il film segue una versione soft di Dogma '95. Per esempio è presente una colonna sonora. E' girato tra la Danimarca e la Svezia e di queste due nazioni riesce a restituirne il respiro, i tempi, i modi. La narrazione eseguita con la steady cam è ovviamente nervosa e rende drammatica e palpitante la materia trattata. Il regista mette in scena il precipitare interiore di un uomo che sale ai vertici della scala sociale, raggiungendo la sommità della classe capitalista, cui corrisponde il suo totale annullamento umano. L'opera ha l'indubbio merito di affermare con nettezza che nessuna sovrastruttura regge al mutamento di struttura. Nessuna saggezza, nessun amore, nessuna cautela può salvare un patrimonio di relazioni umane sottoposto alla pressione di geometrica potenza degli spietati rapporti di forza del capitalismo. Con sguardo fermo e glaciale, Fly non si cura di dare alternative, non è interessato lezioni didascalische. Non dimostra niente, si limita a mostrare. Ma lo fa senza riserve e senza reticenze, senza lasciare vie di fuga. Che la violenza della società capitalistica sia interamente sussunta dall'istituto della famiglia è un dato scontato e questo non fa che rafforza la forza e la lucidità di quest'opera.
lunedì, aprile 19, 2004
Vita, morte e miracoli di e con Ascanio Celestini Con questo monologo, adagiato tra le vicende storiche della seconda guerra mondiale e un mondo surreale, fatto di sogni e di segni, di vivi e di morti, Celestini racconta di un mondo che non c'è e mai è stato e proprio per questa sua atemporalità parla un linguaggio universale. Le cose piccole sono segni di grandi emozioni personali che diventano vicende storiche e la Storia entra nelle vite delle persone piccole attraverso la violenza della Guerra e della Fame, alle quali i popoli fantasiosi rispondono con ironia e magia che coprono la Morte e la Sofferenza. Celestini è il cantore di questa umanità, da loro mutua il linguaggio piano, dialettale, incolto eppure potente. Si serve delle ripetizioni, delle cantilene, delle metafore per incantare il pubblico cui vuole regalare le sue favole restituire la propria storia. La sua storia divaga, fino a parlare del diluvio universale, utilizzando il tono brillante della commedia popolare, insistendo sulla metafora dei ponti che sanno unire i vivi come la sua protagonisa sapeva unire i morti ai vivi. E proprio per questo sono i primi a saltare durante le guerre. Poi arrivano i cantastorie che ricostruiscono i ponti della storia e dell'immaginario affinchè possiamo ancora percorrere ciò che il pensiero unico cerca di distruggere.
Mai morti di Renato Sarti con Bebo Storti E' il monologo di un oscuro personaggio che si richiama direttamente alle gesta della X MAS, rivendicando la continuità del filo nero che lega quelle terribili vicende alle torbide trame intessute durante tutto il dopoguerra dai servizi segreti "deviati" in combutta con gli USA e i neofascisti italiani. E' un personaggio declinante, eppure ancora inquietante, avvolto da un'ombra di nichilismo che lo rende distante, disumano. Quest'uomo, nella sua sfuggevole persona riesce a racchiudere il nucleo ideologico che ha portato gli italiani a sterminare coi gas le popolazioni indigene sottomesse dal colonialismo fascista, a torturare i partigiani italiani, a mettere le bombe nei treni, nelle stazioni, nelle piazze, fino alle torture inflitte dagli agenti dei reparti speciali ai partecipanti alla manifestazione di contestazione al G8 di Genova. Nello spettacolo si riesce a cogliere il nesso di morte nichilista e sadica che avvolge le azioni di devastazione fascista. L'interpretazione di Storti è intensa, vissuta, sentita. Il suo impersonarsi nel delirio fascista è impressionante, la sua carica militante riesce a confondere lo spettatore che può muoversi ad odio nei suoi confronti ma si trasforma in condivisione quando finalmente il termine dello spettacolo restituisce l'attore militante, insieme all'autore del testo, all'applauso del pubblico. Lo spettacolo è stato contestato da neofascisti al teatro Vascello, è stato rappresentato in piazza in occasione del 60° anniversario del rastrellamento del quartiere Quadraro di Roma e sarà rappresentato il 25 Aprile presso il CSOA Ex-Snia a Roma. La sua visione è altamente consigliata per contrastare i rigurgiti neo-fascisti.
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17:15 | commenti | teatro |
Il vangelo secondo Matteo (vers. restaurata) di Pier Paolo Pasolini In concomitanza della Pasqua e dell'uscita del film Gibsoniano è uscita nelle sale di prima visione (a Roma in esclusiva al Metropolitan) la versione restaurata dalla Scuola Nazionale di Cinema e da Mediaset del Vangelo secondo Matteo di Pasolini. La visione comparata dei due film fornisce un'occasione straordinaria di confermare la grandezza del nostro grande regista. Il primo impatto col film è forte, colpisce la scelta dei personaggi. Sono chiaramente attori non professionisti, gente di borgata, facce scavate dal lavoro usurante e oltraggiate dalla vita. Vedere i re Magi impersonati da questa umanità, ovviamente, non è atto di realismo ma gesto profondamente rivoluzionario. Si dichiara che una rappresentazione non è e non può essere una riproduzione del reale ma ne è sempre una interpretazione e quanto più si afferma e si accetta tale assunto tanto più si arricchisce il contenuto artistico e politico dell'opera e si forniscono al fruitore gli strumenti di elaborazione del dato. E qui Pasolini afferma che la salvezza e la saggezza del mondo non può racchiudersi nelle menti di pochi sapienti ma deve infondersi nei corpi degli ultimi, realizzando, così, uno straordinario elemento di contatto tra la rivoluzione comunista e quella cristiana. Il Gesù di Pasolini comunica trascendenza attraverso semplicità immanente, dando forma allo spirito del messaggio di Gesù. L'intero film proietta intorno a sè un'aura di riflessività che permette al credente cattolico di meditare su ciò che egli ritiene sia stato ed al non credente di assumere la vicenda di Cristo come exemplum delle sofferenze umane e della speranza di riscatto attraverso atti rivoluzionari. In questa capacità di rivolgersi a mondi diversi si concretizza la grandezza dell'opera. Pasolini non rinuncia, sia nelle musiche che nell'iconografia, all'utilizzo di elementi classici che si fondono alle miserie umane generando un nuovo modello di rinascimento umanista. La recitazione è teatrale, a sottolineare maggiormente la valenza metaforica della vita di Gesù. In questo contesto sono totalmente pregne di vita e di significato le incertezze recitative e le esitazioni registiche nei movimenti di macchina riescono solo a restituirci l'umanità immensa di uno dei più grandi artisti italiani che ci ha regalato questo indimenticabile capolavoro.

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12:56 | commenti | cinema |
martedì, aprile 13, 2004
Non ti muovere di Sergio Castellitto La sceneggiatura è redatta dallo stesso Castellitto e dalla Mazzantini, autrice dell'omonimo libro da cui è tratta la storia. Una storia di amori, fatti di cose normali, mostrate per quello che sono. Ci sono le differenze di classi, in cui i borghesi benestanti sono cinici e superficiali quanto basta per essere credibili, senza aggiunte che potrebbero rendere il tutto meno credibile e rischiare anche di salvare la loro classe, illuminandoli come eccezioni. I poveri sono incolti e rozzi, come spesso sono, senza santificazioni che puzzano di feste natalizie. Questo tocco realistico dipinge straordinariamente il mondo dei medici cui appartiene Timoteo (Castellitto). Possiamo vederli consumarsi nel loro lavoro, per soldi, per desiderio di salvare una vita. Capaci di dare vita allo stesso modo di toglierla. Questa dicotomia diventa la forza portante del film. Timoteo, medico, sposato con una donna bellissima e colta (Claudia Gerini) vive nell'agio e nell'indifferenza reciproca dei rapporti familiari e di lavoro. Si innamora di una donna poverissima, volgare, incolta (Penelope Cruz). Il loro rapporto inizia in modo violento, con un rapporto sessuale al limite dello stupro. E così continuerà fino alla tragica fine. In ogni momento si è posti difronte alla scelta tra la superficie liscia dei rapporti convenzionali e la ruvidità del magma che ci galleggia dentro. La forza dell'opera risiede nella capacità di evitare sguardi moralistici o didascalici che indichino improbabili vie d'uscita. L'unica pecca che gli si può imputare è lo sciocco tentativo di negare l'assunto centrale del film affermando una pietosa bugia: chi ti ama c'è sempre, c'è da prima di te. ![]()
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12:32 | commenti | cinema |
giovedì, aprile 08, 2004
La passione di Cristo di Mel Gibson C'è voluta tutta la pervicacia di una star hollywoodiana, improvvisatasi regista, imbevuta di sterile integralismo cattolico per rovinare una delle storie più intense e drammatiche della storia dell'umanità. La storia di Gesù ha ispirato artisti di tutti i generi e di tutte le epoche, credenti e no, producendo notevoli risultati. Non è questo il caso di Mel Gibson che riscopre una brillante idea medioevale trascinatasi per secoli nelle pieghe del più becero clericalismo conservatore e reazionario, secondo la quale una maggiore cruenza di descrizione delle sofferenze di Gesù avrebbe prodotto una maggiore genuflessione ai precetti cattolici. Seguendo in modo parossistico tale "intuizione" trasforma la passione di Gesù in un lungometraggio splatter, il corpo di Gesù è flaggellato con cura maniacale, gli schizzi di sangue non hanno nulla da invidiare a Kill Bill e Zatoichi. Gibson riprende un'altra idea geniale medioevale: l'esistenza fisica di mostruosi demoni che assumono le sembianze di nani deformi, donne provocanti, vermi e serpenti. Questa iconografia contribuisce pesantemente a svilire l'intensità e la forza simbolica dell'evento storico. In merito alle accuse di antisemitismo possiamo serenamente assolvere Mel Gibson che merita ogni deprecazione artistica ma nessuna politica. Che gli ebrei abbiano ucciso Gesù resta pur sempre un dato storico checché ne pensi la lobby ebraica. Che questo sia una ragione di persecuzione degli ebrei è delirio nazifascista, che ricordare ciò sia antisemitismo è delirio ebraico. Solo una frase nel film appare ambigua, quando Gesù afferma che la colpa maggiore sia di chi lo ha consegnato a Ponzio Pilato piuttosto che del governatore romano. Ma tale avversità verso gli ebrei è insita nel Vangelo e non è propriamente da addebitare all'attore austrialiano.![]()
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11:59 | commenti (5) | cinema |
lunedì, aprile 05, 2004
Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi Storia di pirati, pirati cinesi. Quando il mondo della pirateria sta per svanire, dissolto dalla potenza degli stati nazione. Chi vince oltre a incaricarsi di scrivere la storia degli eventi decide tra perdono o castigo del perdente. Se il vincitore è un giovane imperatore formatosi sull'antica filosofia orientale e lei una giovane e affascinante piratessa il meccanismo di metafore e riflessi scorre leggero, accompagnato da una fotografia suggestiva ed emozionante. Olmi ci informa che in un luogo lontano dalla nostra Europa e in un tempo dimenticato c'era un mondo sconosciuto in cui si combatteva ferocemente e senza pietà eppure era possibile perdonare, accettare le sconfitte, abbandonando il conflitto perso perchè così decretato dalla Storia. E' questa, forse, la lezione che possiamo apprendere da questo film che appare come la prosecuzione del percorso storico passato per il favoloso Il mestiere delle armi. Le sorprese non finiscono qui, possiamo guardare incantati Bud Spencer che incarna alla perfezione il personaggio mitologico del pirata "buono" che ogni bambino può immaginare. E in un rimando tra immaginazione e film, tra realtà e rappresentazione lo vediamo mentre racconta storie di pirati ai bambini dell'equipaggio inscenando un teatrino improvvisato, quando già sanno che la loro sorte è segnata. Il teatro, la rappresentazione diventa vita, speranza anche quando la vita e la speranza sembrano perduti. Ma se l'Arte incontra la Filosofia la speranza, la vita può riprendere, sotto altra forma, una trasformazione che possa conservare l'energia, come "il baco che chiama morte ciò che noi chiamiamo farfalla".