martedì, maggio 25, 2004
I diari della motocicletta di Walter Salles Nel 1952 due giovani argentini intraprendono un viaggio attraverso il sub-continente latinoamericano. Uno e' un ventinovenne biochimico, l'altro un ventitreenne laureando in medicina. Sono due amici fraterni. Uno di loro e' Ernesto Guevara. A bordo della moto Poderosa partono per questo viaggio di iniziazione al mondo. Scopriranno le sofferenze, le ingiustizie, la grande anima del popolo latinoamericano. Il regista sceglie il registro ironico per accompagnare la narrazione di questa avventura. Il piano inclinato del mito guevariano provoca qualche scivolata agiografica che non sciogle il velo di attenzione ed empatia che avvolge i due protagonisti. Il film e' stato presentato in concorso alla 57esima edizione del festival di Cannes. Di questo viaggio ci resta il diaro del Che, edito da Feltrinelli col titolo Latinoamericana. Le memorie di Granado sono raccolte nel libro: un gitano sedentario, pubblicato da Sperling & Kupfer. Per la sceneggiatura ci si e' avvalsi, oltre ai diari dei protagonisti, della consulenza artistica di Gianni Mina' che ha curato parallelamente al film, un documentario su questo viaggio. Una bella intervista ad Alberto Granado la si puo' trovare a questo indirizzo: http://spettacolo.virgilio.it/intervista/alberto_granado/. 
giovedì, maggio 20, 2004
L'odore del sangue di Mario Martone Sul finire del film uno dei protagonisti (Placido) afferma una verita' marxista: tutto cio' che e' reale e' razionale. Non si puo' che convenire con tanta saggezza. A Martone, tuttavia, sfuggono altre verita', forse piu' utili per la buona riuscita di un film. Per esempio: non tutto cio' che e' vero risulta verosimile. Ponendosi con pazienza (e ce ne vuole molta) all'ascolto del messaggio di quest'opera si e' razionalmente indotti a condividerne diversi aspetti: l'impulso di autodistruzione, l'inconsistenza del mito della pluralita' e liberta' nell'amore, la gelosia che induce alla curiosita' morbosa. Ma tutto questo e', forse, inutile. L'opera e' completamente priva di forza espressiva e questo gli impedisce di dimostrare le sue tesi ed anche di mostrare su un registro realistico le sensazioni dei personaggi, ne' tantomeno riesce a suscitarne nello spettatore.
lunedì, maggio 17, 2004
Maghi e Viaggiatori di Khyentse Norbu Oltre ad essere regista di questo film Norbu e' anche, soprattutto, un monaco buddhista, del Buthan. Piccolo e poverissimo stato incastonato tra l'India e la Cina. In questo paese sperduto che nonostante la sua forte poverta' puo' vantare un sistema d'istruzione completamente gratuito. In un passo del film una ragazza buthanese cita un sondaggio del national geographic (http://geosurvey.nationalgeographic.com/geosurvey/) da cui emerge che la stragrande maggioranza dei ragazzi statunitensi ignora completamente la collocazione (forse anche l'esistenza) di questo paese. Invece, molti ragazzi buthanesi sognano i miti di seconda mano di questi States digradanti. E' il caso del protagonista di questo film, funzionario di uno sperduto villaggio di montagna, che sogna di espatriare (illegalmente) in USA. Disposto a diventare lavapiatti o raccoglitore di mele pur di entrare nel grande videogame consumistico. Il suo viaggio verso gli USA e' l'occasione per riflettere sui suoi desideri, la storia collettica del suo paese. L'incontro con un monaco buddhista e' l'incipit di una narrazione favolistica che si pone come metafora per comprendere l'infelicita' che si nasconde dietro le passioni violente ed incontrollate. Con un linguaggio fatto di immagini evocative, apprendiamo di una cultura sospesa tra la conservazione reazionaria e la saggezza rivoluzionaria. Come un freno che fermi un treno follemente diretto verso il baratro.![]()
giovedì, maggio 13, 2004
Edipo a Colono di Sofocle adattamento di Mario Martone. In scena al teatro India di Roma
La tragedia ha inizio al tramonto. In uno spazio aperto. E' l'arrivo di Edipo presso la citta' di Colono. Dapprima la diffididenza verso lo straniero, il maledetto, l'empio. Poi la conoscenza, la comprensione e, dunque, l'accettazione; Edipo puo' entrare in citta' e la scena si sposta all'interno, del teatro, della citta'. Sofocle affonda la lama crudele della ragione nella carne viva dell'umanita' che si rispecchia nel mito. E' questo il tempo di assumere su di se' la consapevolezza delle forze che governano l'umanita'. Polinice, figlio di Edipo, dopo aver scacciato il padre, lo supplica di rivolgergli la sua benevolenza affinche' egli possa riconquistare il trono di Tebe, sottrattogli dal fratello minore. L'oracolo, infatti, ha predetto che la vittoria apparterra' a chi sara' sodale di Edipo che, tuttavia, rifiuta di perdonare suo figlio; predicendogli, anzi, che egli morra' per mano stessa di suo fratello che rimmarra', a sua volta ucciso. Polinice, nonostante sia consapevole della sua certa morte, non desiste dal suo intento di combattere il fratello. E' l'uomo che sfida le ineluttabili leggi della natura, in nome di una forza vitale che lo sospinge fino alla morte. E nulla potra' Antigone, pietosa figlia di Edipo, che cerchera' fino alla fine di evitare la tragedia. Dopo aver compiuto l'estremo atto della sua vita, predicendo la sventura dei suoi figli, Edipo va incontro alla sua morte, la scena si sposta, il pubblico lo segue, precipitato in fragorose e terribili tenebre. Ancora un cambio di scena, spettatori e attori occupano lo stesso spazio scenico con lo stesso ruolo. Sono cittadini di Colono, riuniti, a discutere di cio' che e' stato, per coglierne il senso, per affrontare il destino collettivamente. E insieme, come societa', assumono il senso e la forza della consapevolezza. Dando a l'uomo la sua collocazione di individuo sociale che acquisisce senso collettivamente. L'ambientazione moderna della scenografia e dei costumi riesce a restituire intatta la tragedia antica dell'umanita' e farla fluire viva fin qui, fino a noi. Inondandoci.
mercoledì, maggio 12, 2004
De Reditu di Claudio Bondi' Nel V secolo d.c., in una roma reduce dalla invasione dei Goti (410 d.c.), Claudio Rutilio Namaziano, filosofo ed ex prefetto di Roma, intraprende un viaggio verso la sua terra d'origine, la Gallia, per cercare alleanze, uomini, risorse per risollevare l'impero romano. L'imperatore e' rintanato a Ravenna, i simboli di Roma sono devastati dai cristiani ancor piu' che dai Goti. Le strade consolari sono infestate da briganti. E' un mondo in dissoluzione, la potenza unipolare che era Roma ha abdicato dal suo ruolo di comando, nuove forze si candidano a ricoprire il suo ruolo. Tra questi anche i cristiani che Namaziano individua come i veri distruttori di Roma, a loro imputa il gretto cinismo di origine trascendente che li induce a umiliare il mondo e la vita, vero insulto al materialismo di Roma. Di questo suo viaggio ci resta il suo diario che rivela l'incapacita' di un uomo pur colto, potente, animato da superiori intenzioni, di comprendere la fine di un mondo e il sorgere, pur tra contraddizioni e conflitti, di una nuova era. E' interessante verificare come egli sia estremamente lucido nel cogliere l' aggressione arrogante dei cristiani, la stolta violenza dei Goti eppure incapace di comprendere l'impossibilita' che il passato potesse perdurare e ripetersi. Questo e' il portato piu' interessante di questo film, in un momento in cui una potenza unipolare (gli Stato Uniti) e' sotto l'attacco (in realta' contrattacco difensivo) di culture religiose arrogantemente violente (l'Islam, debitamente strumentalizzato da interessi politici-economici) e di eserciti barbarici (impropriamente denominati terroristici). Ma la storia non e' ciclica (per fortuna e con buona pace di Vico), al piu' possiamo dar ascolto al maestro di Marx (Hegel) che afferma che la storia si ripete due vole, la prima volta sotto forma di tragedia e la seconda sotto forma di farsa. Ma non so quanto questo ci possa rasserenare. Il film non e' riuscitissimo, soprattutto nella scenografia e nella caratterizzazione dei personaggi ma e' da apprezzare la carismatica presenza di Herlitzker (suicida al modo di Seneca) e il coraggio di trattare con sobrieta' la complessita' della Storia e dei suoi tempi.
lunedì, maggio 03, 2004
Fame chimica di Paolo Vari e Antonio Bocola In una piazza c'è tutto un mondo. Fatto di amori, amicizie, politica, odi, scontri e incontri. E questo film cerca di restituircelo questo mondo di borgata milanese che si espande a contenere i conflitti etnici, rimescolando i ruoli, a quarant'anni dall'immigrazione meridionale verso il nord. Ora ci sono pugliesi, calabresi che rifiutano i marocchini, esattamente come furono rifiutati loro o i loro genitori e per gli stessi motivi. I conflitti sconvolgono tutto, rimettono in gioco le amicizie di una vita sconvolte dalle trazioni politche. La politica interviene a leggere i conflitti e a segnare degli spartiacque, a volte violenti. I corpi delle persone reali devono scegliere da quale parte porsi e restare sul delimitare diventa un gioco pericoloso per funamboli della vita. Sono onesti i registi di questo film quando rifuggono le santificazioni ideologiche che servono solo a sclerotizzare la realtà e non capirla. Claudio è un ragazzo di sinistra, frequenta i centri sociali, lavora duramente, si oppone alla costruzione del recinto che dovrebbe chiudere i "negri" fuori. Eppure è amico di uno spacciatore, lo accompagna durante i suoi traffici, si "cala" senza alcuna consapevolezza di classe, vive in una zona d'ombra in cui i suoi amici "sgobbano" motorini, si lanciano in risse e minacce di quart'ordine. Manuel è uno spacciatore, un ladruncolo, non ha alcuna coscienza politica eppure ha forte in sé il senso dell' amicizia. Il film, a tratti, si adagia su alcuni sciocchi deja-vu da film rosa che ne costituiscono il suo punto debole. Brillante la trovata della presenza off-contest di Luca Persico (Zulù) anche se la colonna sonora in questo film avrebbe potuto lavorare di più. Efficaci alcune suggestioni di periferia sub-urbana, qualche piccolo errore di ripresa in movimento. 