saletta Lumiere


mercoledì, dicembre 22, 2004

Polar express

di Robert Zemeckis

Dallo stesso autore di "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" una favola di Natale, abbastanza classica nei contenuti, innovativa nella tecnica di costruzione dell'animazione, basata sul motion capture che trasforma in cartoni animati le immagini degli umani reali. Tom Hanks presta la sua faccia per uno dei protagonisti. Gli effetti grafici sono sorprendenti anche se a volte la velocita' di movimento risulta irreale. L'ambientazione e' delicatamente noir, senza eccessi. La rappresentazione di Babbo Natale e' un po' troppo "U.S.A.", con Babbo Natale tipo presidente degli States (in giubba rossa ordinata come quella di un generale di armata e acclamato e impostato come una star) e i folletti massa informe. Le renne sono addirittura frustate da Babbo Natale e questo, forse, e' un po' troppo. Interessanti i richiami all'architettura mitteleuropea asburgica e alla musica USA anni quaranta, fuse insiema nella citta' di Babbo Natale. A tratti avvincente e sorprendente, a volte scontato, complessivamente gradevole.

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15:56 | commenti (5) | cinema |

giovedì, dicembre 09, 2004

Ferro 3 - La casa vuota




di Kim Ki-Duk




Opera presentata a Venezia 2004. L'essenziale sfugge alle parole che non possono comunicarlo, al piu' distruggerlo. Ecco perche' i due protagonisti non parlano per tutta la durata del film se non fosse per due parole pronunciate da lei, sul finale, che certificano cio' che gia' esiste. Opera sulla volonta'. La volonta' come creatrice del mondo (accettabile un richiamo a Schopenauer). Non si venga tratti in inganno: nessun "volere e' potere" di stampo capitalistico-americano. E' l'affermazione dell'intima connessione che esiste tra il reale sensoriale e la nostra volonta' che e' in grado di modificare il nostro habitat emotivo e sociale. Niente esiste in quanto dato ma solo in quanto accettato e la non-accettazione produce la sua distruzione. Affinche' esista la schiavitu' occorre che lo schiavo l'accetti, senza accettazione non v'e' realta' data. L'individuo non necessita di verbalizzare la propria volonta' per inverarla, essa va direttamente agita. L'azione individuale, dissociata dalla realta' e innescata dalla propria volonta' profonda, produce uno slittamento dei rapporti sociali e delle sue forme di controllo. Anche il linguaggio puo' essere inteso come forma di controllo, in quanto implica l'accettazione di una regola sociale. La non accettazione delle regole sociali e' di per se' rivoluzionaria (sebbene solipsistica) e, pertanto, produce reazioni di annientamento. Ma la volonta' e' cosi' forte da permettere di trasfomare gli interstizi vuoti di questa societa' in mondi individuali in cui auto-affermarsi. Un uomo siffatto e' condannato all'isolamento in un mondo autorappresentato, monadico. Esattamente come in Leibniz e' demandato ad alt(r)e sfere la spiegazione delle modalita' con cui tali monadi possano incontrarsi ed addirittura amarsi. Il film di Kim Ki-Duk non chiude e non spiega ma spalanca e destruttura, liberando energie profonde. Il film sembrerebbe richiamare il "late biosas" che Epicuro suggeriva come via per la ricerca della felicita' che, in fondo, pare essere anche l'obiettivo del protagonista. Una tale propensione interstiziale, volontaristica, anche autoreferenziale appare evidentemente disinteressata alla realta' oggettiva e non disdegna affatto l'ipotesi che essa neppure esista.




P.S. Ferro 3 e' il nome di una mazza da golf.




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17:47 | commenti (15) | cinema |

martedì, dicembre 07, 2004

Movimenti


di Claudio Fasti e Serafino Murri


Nelle intenzioni degli autori il film doveva essere soprattutto un lavoro sulla recitazione, una sperimentazione sulla ripresa. Vengono accolte alcune intuizioni di Cassavetes: le scene sono state riprese con tre diverse telcamere, in modo tale che gli attori non sapessero quale ripresa sarebbe finita nel film. A tal fine e' stato congegnato anche un marchingegno per legare di spalle due operatori di ripresa, per ottenere due visuali speculari. I registi e gli attori, gia' legati da rapporti personali, hanno lavorato insieme nella rielaborazione della sceneggiatura. Sempre nell'intenzione degli autori il film non doveva essere un'opera generazionale sui 30-40 enni che stanno per essere inghiottiti dalle scelte "definitive" della loro vita. In realta' il film si pone esattamente come opera generazionale su questa generazione di mezzo, ne restituisce uno sguardo non originalissimo, fatto di uomni immaturi, incapaci di scegliere, di crescere. Forse cogliendo un dato reale ma certamente non aggiungendo nuovi elementi di analisi. L'opera scorre a diverse velocita', a volte troppo lentamente. Segue diverse storie di amici che si ritrovano per una festa poi si riperdono, tornando alle loro vite incerte. Il registro e' quello della commedia, non sempre divertente. Interessanti le intuizioni, coinvolgenti le immagini di San Lorenzo e della tangenziale ma il sassofono di notte e' gia' troppo visto, per rifarlo occorre piu' genialita'.

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14:06 | commenti | cinema |

Dev bilan pakana


(Il gigante e il piccoletto/ The giant and the squab)


di Djahongir Kasimov


Film uzbeko, prodotto nel 2004, presentato alla rassegna AsiaticaFilmMediale, tenutasi a Roma dal 20 al 28 Novembre. Storia in salsa postsovietica de I due gemelli, con Danny De Vito e Arnold Schwarzenegger. Narra delle disavventure di un omone di campagna che si trasferisce in citta' in cerca di lavoro, qui incontra un piccoletto scaltro e intraprendente che mitiga l'ingenuita' estrema del suo compagno. Il film risulta lento, non divertente come vorrebbe, costruito su luoghi comuni gia' visti. Se l'occidente, in un gesto di giusta apertura, va alla scoperta dell'oriente resta deluso nello scoprire opere che ricalcano il nostro passato meno brillante.

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13:33 | commenti | cinema |

lunedì, dicembre 06, 2004

Khakestar-o-khak


(Earth and ashes/Terra e cenere)


di Atiq Rahimi


Film presentato alla rassegna Asiatica Film Mediale, tenutasi a Roma. Atiq rahimi e' scrittore e regista, nato in Afghanistan ma formatosi in Francia. Il film e' tratto dall'omonimo romanzo dello stesso autore. E' la storia di un viaggio, breve nella distanza, immenso nella drammaticita' di un paese letteralmente devastato dalle guerre. Un anziano e' in viaggio con il giovane nipote (reso sordo dai bombardamenti) per comunicare a suo figlio la perdita di tutta la famiglia a seguito della distruzione del proprio villaggio. E' una diesamina spietata di una terra e un popolo esausti, un viaggio nel deserto. Sono assenti gli autori delle guerre, come a volerne fare un simbolo dell'orrore, quasi a sottrarne umanita'. Anche il figlio e' assente, forse irrimediabilmente perso, corrotto dalla guerra e dai suoi regimi. Gli unici cui si affida la flebile speranza sono un lontano passato (l'anziano) ancora fatto d'umanita' e un debole futuro (il nipote), minato dalla guerra. La fotografia e' evocativa e curate e da sola sarebbe sufficiente ad esprimere la drammaticita' dei contenuti. In piu' punti sembra essere rievocata la lezione del neorealismo italiano, sia stilisticamente che contenutisticamente (il bambino che si attarda a far pipi' sembra una citazione e un'attestazione di stima, a pagare il debito culturale). Se pensiamo anche a Giovani ladri di Meshkini emerge una piu' forte e stretta connessione tra il cinema afghano (medioriontale in genere) e il nostro neorealismo che ci interroga sulla percezione che il mondo ha dello straordinario valore politico-artistico che il neorealismo ha assunto nella descrizione del fascismo e della ricostruzione italiana.

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13:44 | commenti | cinema |

La mala educacion


di Pedro Almodovar


L'opera appare suddivisa in due parti, distinte per stile, tono e registro. Nella prima parte si affronta il tema dell'attrazione fisica e sentimentale tra adulti e bambini, nella fattispecie tra adulti sacerdoti e bambini affidati alla loro custodia. Qui Almodovar usa un registro narrativo poetico, lo stile espressivo ricerca e trova immagini intense e delicate, l'uso della musica e' quasi aulico. L'opera declina fin quasi alla denuncia sociale. Anche in questo contesto Almodovar non rinuncia ad introdurre intelligente complessita', l'errore e l'abuso e' denunciato ma il quadro non viene semplificato ad uso dei moralisti. E' rappresentato anche il senso di colpa dell'adulto, l'incertezza del male, scritto sempre con la minuscola. Nella seconda parte il film vira decisamente verso lo stile piu' proprio dell'autore, un melodramma ironico, iperbolico, dissacrante e massacrante. Lo storia perde anche parte dell'intelligibilita' che aveva acquistato, le azioni si susseguono senza apparente logicita'. Il bersaglio ora non sono piu' solo i preti ma forse tutti gli eterosessuali, la loro ipocrisia, il loro perbenismo. E ancora, la famiglia, covo delle piu' bieche pulsioni. Obiettivi piu' che leciti ma data la loro mole meritevoli di piu' accurata caccia.

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12:29 | commenti | cinema |