saletta Lumiere


lunedì, gennaio 31, 2005

Scemo di guerra

di e con Ascanio Celestini

teatro Ambra Jovinelli di Roma

Gli eventi tragici della guerra segnano i nostri ricordi, perchè hanno segnato la vita delle persone cui abbiamo voluto bene. Un ricordo collettivo che si tramanda attraverso le emozioni che ha suscitato. Le emozioni si mescolano con i ricordi, i ricordi sbiadiscono, su di essi si innestano le fantasie, fino a formare una materia nuova, fatta di accadimenti, affetti, invenzioni. Questa è la tela tessuta da Ascanio Celestini. Da solo, sul palco, con poche fioche luci attorno. Sono le luci deboli che la nostra immagine puo' attribuire ai nostri genitori, nonni che hanno attraversato gli anni della guerra. La narrazione è onirica, quasi ipnotica, la narrazione diventa surreale. A distanza di tanti anni dagli avvenimenti è vitale scoprire nuovi modi di narrare la nostra il nostro passato. Senza didascalie, senza eroismi, partendo e restando alle vicende degli individui che la Storia fanno e tramandano. Questa non è l'esaltazione di un eroe di guerra ma di un folle, forse realmente incontrato dal padre di Ascanio, forse trasformato dalla sua fantasia, dalla distorsione del tempo. Probabilmente il materiale surreale soverchia alquanto il dato reale che pure necessita di essere rievocato ma Ascanio è giovane, è bravo ed è confortante ascoltarlo mentre infonde energia alla Storia, rendendola cosa viva.

p.s. in foto un palazzo di via dei Marruccini, nel quartiere San Lorenzo di Roma, bombardato il 19 luglio del 1943

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16:56 | commenti | teatro |

venerdì, gennaio 28, 2005

 Bebo Storti e i Dulsaluga

di Bebo Storti

verso un forum delle aggregazioni giovanili (facoltà di architettura di Roma 3)

Uno spettacolo tra il cabaret e il monologo musicato (i dulsaluga sono una band, il loro nome significa: è dolce l'uva, tipica espressione dialettale che suona più o meno: è dolce la vita). Si compone di diversi inserti, poco organicamente collegati tra loro. La componente politica è assai affievolita rispetto agli spettacoli precedenti e prevale l'umorismo un pò becero da osteria e avanspettacolo. Fortemente incentrato sulle tematiche e le sensibilità del nord-Italia, non riesce a restituirlo con immagini o parola nuove. In diverse parti riecheggiano sketch già visti (sembra abbastanza saccheggiato Paolo Rossi). In diversi momenti si ride ma questo non salva uno spettacolo in cui tutti i tentativi di slancio sono frustrati da una zavorra cabarettistica che chi va a vedere uno spettacolo di Bebo Storti non si aspetta. Sul finire dello spettacolo si accenna all'Internazionale... e sale l'imbarazzo degli spettatori più accorti. Peccato.

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12:46 | commenti (1) | teatro |

lunedì, gennaio 24, 2005

L'opera da tre soldi

di Bertolt Brecht e Kurt Weill

regia di Pietro Carriglio

Teatro Eliseo di Roma

Nell'intenzione di Brecht, con ogni probabilità, la scelta di un'ambientazione surreale era lo strumento per innescare la riflessione; l'utilizzo del registro comico era per virare verso il grottesco. Denunciare le contraddizioni e brutture dell'umanità con disincanto, senza appesantimenti didascalici.

In questa messa in scena, invece, viene travisato lo spirito originario dell'autore. Il registro comico eccede, fino a far prevalere lo stile della satira. La denuncia è relegata a distaccata presa d'atto. Le contraddizioni assunte come immutabili sono uno sfondo e un pretesto.

Manca completamente l'amarezza per la sofferenza, tutto è solo pittoresco e farsesco. La lezione di Strehler è dimenticata, Tosca (nel ruolo di Jenny delle spelonche) non è  Milva. Lo spettacolo non vale neppure come evocazione del genere canzoni della mala. Povero Brecht...

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17:11 | commenti | teatro |

lunedì, gennaio 17, 2005

 Se mi lasci ti cancello

di Michel Gondry

Il titolo originale del film è ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND e potrebbe tradursi: l'eterno splendore di una mente immacolata, tratto da un verso di Alexander Pope e richiamato durante il film. Sorvoliamo sullo stupido e ingiusto titolo della versione italiana.

La memoria porta con sè consapevolezza, a volte anche sofferenza. Le due entità non sono separabili. La perdita della sofferenza implica necessariamente la perdita di consapevolezza e senza coscienza di sè non cè futuro ma solo ripetizione del passato. Questo il primo portato del film che procede nel lavoro di analisi, fino ad approdare alla determinazione che anche la consapevolezza e l'autocoscienza non possono giungere al massimo grado di saggezza. Quella saggezza che potrebbe permettere di non commettere errori. Nelle relazioni interpersonali gli errori sono essenziali. Il vero motore delle relazioni sono le sensazioni che gli esseri umani si scambiano.

Oltre all'affermazione del valore della memoria e dell'errore resta la poesia della lotta per ricordare. Quando lui, pur non amandola più, pur non essendone riamato, pur soffrendo al pensiero di lei immersa in altre vite capisce come sia vitale per se stesso conservare il ricordo di lei, come la vita sia poggiata sull'architrave dei ricordi, di persone, di sensazioni.

I concetti, i pensieri di questo film sono  veicolati da immagini rifinite artigianalmente per massimizzarne il potenziale evocativo, sottolineati da una colonna sonora impastata con le immagini, lievitate nel colore blu scuro del mare d'inverno e congelate nel ricordo dal ghiaccio del tempo che è trascorso.

everybody's gotta learn sometimes by beck

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18:02 | commenti (6) | cinema |

lunedì, gennaio 10, 2005

La sposa turca

di Fatih Akin

Film premiato alla Berlinale 2004 con l'Orso d'oro. Sibel è una ragazza tedesca ventunenne, normalissima. Un viso simpatico, un corpo pieno di energia, tanta voglia di vivere e una vita che prima ancora di iniziare ha già cercato di buttare via. Una ragazza talmente normale che forse non potrebbe neppure essere presa in considerazione per narrare un storia. Ma Sibel ha una caratteristica che la rende particolare: la sua famiglia è di origine turca. Cahit, anche lui di origine turca ma completamente occidentalizzato, ha più di quarant'anni e la sua vita è già finita, per questo cerca di annullare l'agonia mettendole fine. Nell'ospedale che li prende in cura dopo i loro tentati suicidi lei gli chiede di sposarla "per finta" per darle la libertà che la famiglia le nega. Lui accetta, per pena. Il contatto di lei, vitale e giovane, è di per sè rivoluzionario per lui. Sufficiente per sconvolgergli la vita, per indurlo ad amarla. Ridargli una vita. Fin qui potrebbe essere un film sull'amore in occidente, capace di superare barriere e archetipi. Ma loro, che pure amano e vivono in occidente appartengono all'oriente. Il peso di una cultura e una religione (islamica) perbenista, gretta e maschilista si abbatte su di loro, su di lei in particolar modo, in quanto donna. Eventi accidentali (il carcere per lui) inducono lei a tornare in Turchia e qui lei resta definitivamente schiacciata dal peso soffocante di quella cultura che respinge e distrugge qualunque anelito di libertà. Lei subisce sul suo corpo la reazione rabbiosa della società al tentativo di ribellione, viene insultata, stuprata, ferita. Salvatasi, per casualità, si costruisce una famiglia "normale". Cahit torna in Turchia per rivederla, lei lo ama ancora, decide di fuggire con lui ma il richiamo degli impegni familiari vince. E' una denuncia forte, chiara, drammatica della violenza della religione, della specifica violenza della religione islamica, più virulenta della più domata cattolica. E' un denuncia della violenza della società (turca nella fattispecie) sugli individui e sulle donne in particolare. E', infine, l'ammissione coraggiosa che dove non arrivano le costrizioni della religione possono arrivare i vincoli autoimposti dal controllo esercitato dall'istituzione familiare (sia di provenienza che di arrivo). Non servono (perchè sbagliati, strumentali e rozzi) i proclami di superiorità della cultura occidentale su quella orientale (islamica). Questo non deve spingere, però, in alcun modo a porre le più retrive pratiche islamiche (o come le si vorrà chiamare) sullo stesso piano delle laicizzate pratiche cristiane, vinte e svuotate dalle vittorie dell'illuminismo e del materialismo dialettico. L'alto valore politico dell'opera non  ne riduce la qualità filmica, intensa, agile, profondamente vissuta sui corpi degli attori, a sottolineare la vittoria della materia viva sullo spiritualismo morto della religione. L'uso intelligente dell'ellissi, nelle immagini, nei dialoghi dona eleganza e ritmo. Il titolo  originale: "gegen die wand" (contro il muro), rende bene l'idea base di questa storia, molto più del vago titolo italiano.

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15:20 | commenti | cinema |

Confidenze troppo intime

di Patrice Leconte

La parola può aprire varchi profondi, modificare relazioni, creare bisogni. La casualità presiede a tutte le iniziative umane, spetta al soggetto trovare il coraggio di trarre le giuste conclusioni e di  metterle in atto. Questo tema, seppure profondamente vero, non trova una realizzazione filmica di spessore. La vicenda narrata fluisce leggera (troppo), forse inopportunamente diminuendo la capacità comunicativa della parola accompagnata all'immagine (il cinema). Dal film è espunta l'emozione che è la radice che ancora il concetto espresso dal film alla mente dello spettatore. Prima di calare un dolce velo d'oblio su questo film è il caso di riportane alcuni meriti: la sorprendente rinascita di sandrine bonnaire durante lo svolgimento del film, capace di apparire appassita moglie sconfitta, avvincente donna alla ricerca dell'amore perduto, solare e affascinante compagna di vita che ha ritrovato se stessa. E ancora un plauso al ragista capace di muove la MdP a farle disegnare morbidissimi e originali archi che lasciano sullo schermo immagini sinuose simili a onde di seta, di colore del whisky. 

 

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13:14 | commenti (5) | cinema |

venerdì, gennaio 07, 2005

Un bacio appassionato

di ken Loach

Il film affronta la problematica dell'integrazione tra diverse etnie in Gran Bretagna. E' la storia di un ragazzo pakistano e un ragazza irlandese. Si amano ma lui e' promesso in sposo ad una cugina che lui neppure conosce. Alla fine l'amore trionfa sulle chiusure religiose e di gruppo, siano esse mussulmane che cattoliche, orientali che occidentali. Sebbene l'intento progressista, laico e democratico del regista sia piu' che encomiabile, il risultato e' modesto: la storia non e' originale (gia' vista in altri film, jalla jalla, east is east, etc...), il ritmo e' solo appena accettabile. Il film e' appesantito da cadute didascaliche e luoghi comuni. Il cinema non e' la sede dei comizi e delle tirate moralistiche. Un cinema che vuole dimostrare, quando basterebbe mostrare per lasciar capire allo spettatore. Spiace che il regista di Terra e libertà continui la deriva didascalica-pedagocica già iniziata con Bread and roses e non frenata con Sweet sixteen. Forse gli gioverebbe una rilettura di Rossellini.

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17:22 | commenti (3) | cinema |