saletta Lumiere


martedì, aprile 26, 2005

Heimat 3 - Stanno tutti bene (4° episodio)

di Edgar Reitz

Il teorema di Reitz procede con geometrica potenza. L'Heimat non è solo un luogo fisico che possa permettersi di sopravvivere a dispetto delle istituzioni che lo legittimano e, in primo luogo, la famiglia. E' da qui che inizia l'opera di sgretolamento. L'afflato da Clarisse e Herman si va spegnendo, Clarisse riprende la via dell'arte che la porta via dal nido dell'Heimat. La rottura agisce come detonatore anche su Herman che riprende la propria vita artistica, evidente presagio di abbondono dell'Heimat. Contestualmtente muore Anton, patriarca della famiglia. Gli eventi non riescono mai ad essere neutri neppure nella loro dislocazione temporale che appare sempre così rispondente ad un esigenza della Storia, L'erede di Anton prende in mano la fabbrica di famiglia, invasato dalla frenesia liberista, i componenti della famiglia sono in lotta feroce tra lorco per il controllo dei possedimenti. Reitz mette in scena lo spappolamento centrifugo della famiglia ad opera del campo di  forze onnipresenti dell'economia globale.

In questo episodio si coglie in diversi momenti l'indadeguatezza degli attori a rappresentare ogni tempo ed ogni fase di una lunga vita, in particolar modo Herman appare inadeguato nelle sembianze di un maturo compositore e direttore d'orchestra, ormai nonno. V'e' una sola scena in bianco nero, collocata in posizione felice.

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15:56 | commenti (5) | cinema |

lunedì, aprile 18, 2005

Il sogno di un uomo ridicolo

da un racconto di Fedor Dostoevskij

di e con Gabriele Lavia

in scena al teatro Argentina di Roma

Il racconto è contenuto nel Diario di uno scrittore, descritto dall'autore come di genere fantastico. E' una riflessione dura, profonda, angosciante sull'uomo, sulla sua capacità di rendersi (in)felice. All'essenza della sua esplorazione l'autore trova l'antitesi tra felicità e conoscenza. E' la conoscenza che regalando la consapevolezza dei meccanismi di funzionamento dell'uomo ne interdice la sua capacità di armoniosa convivenza con i propri simili, relegandolo alla condanna dell'infelicità. In tutta evidenza tale impostazione appare assolutamente insufficiente; il richiamo ad uno stato naturalistico, primordiale, in cui gli uomini vivevano felici, è il portato di una impostazione antirazionalista, forse già datata al tempo della sua stesura (1876-1877). Essendosi già da tempo realizzata la Rivoluzione Francese, avendo già Marx scritto Il Capitale, etc, etc.

Scarnificata l'opera del suo cuore semantico resta il l'anelito rabbioso dell'uomo in lotta per la felicità, resta il senso della solitudine di uomo tra gli uomini. Nonostante l'orizzonte di un Dio cristiano sia presente nella vita dell'autore, in quest'opera a prevalere è di nichilismo ed umanesimo. Il primo getta l'uomo nello sconforto, il secondo genera una flebile speranza che si staglia incerta, vaga, all'orizzonte.

L'allestimento scenico, essenziale, colloca adeguatamente la rappresentazione sul suo pertinente piano metafisico. Lavia rende fino in fondo l'opera Dostoevskijana che appare come spettro di umanità lontana, perduta nella vana ricerca del vero, il cui lamento ancora riecheggia.

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21:19 | commenti | teatro |

venerdì, aprile 15, 2005

Heimat 3 -  Arrivano i russi (3° episodio)

di Edgar Reitz

Il tono della narrazione torna sul registro drammatico più proprio. In questo episodio alcuni valori tradizionali, quale la famiglia, nel tradizionalissimo Hunsrück cominciano a sgretolarsi. L'attacco a tali valori è portato dall'esterno e dall'interno. L'esterno è rappresentato dal sangue vivo di popoli che iniziano una propria  sfida in una nuova fase storica, l'interno è costituito sia dall'avanzamento liberale sia dalla consunzione dei rapporti e dei soggetti tedeschi. Se da un lato la potenza economica del paese occidentale permette ai tedeschi di mantenere fermo il punto della naturale arroganza che nasce dalla supremazia economica dall'altro i nuovi popoli dell'Est premono in virtù del proprio vitalismo agitato dallo sconvolgimento dei propri territori. Le scene in bianco e nero diventano parentesi incolori che non aggiungono e non tolgono intensità alla narrazione. E' l'inizio della fine del mito dell'Heimat?

E' stato un tempo il mondo giovane e forte,
odorante di sangue fertile,
rigoglioso di lotte, moltitudini,
splendeva pretendeva molto...
Famiglie donne incinte, sfregamenti,
facce gambe pance braccia...

Dimora della carne, riserva di calore,
sapore e familiare odore...
E' cavità di donna che crea il mondo,
veglia sul tempo lo protegge...
Contiene membro d'uomo che s'alza e spinge,
insoddisfatto poi distrugge...

Il nostro mondo è adesso debole e vecchio,
puzza il sangue versato è infetto...
........

Povertà magnanima, mala ventura,
concedi compassione ai figli tuoi...
Glorifichi la vita, e gloria sia,
glorifichi la vita e gloria è...

Del Mondo, CSI


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15:49 | commenti | cinema |

lunedì, aprile 11, 2005

'Na specie de cadavere lunghissimo

di Fabrizio Gifuni su materiale di Pier Paolo Pasolini

regia di Giuseppe Bertolucci

in scena al teatro India di Roma

Operazione sperimentale, forse non pienamente compiuta, incitata dall'amore per Pasolini, dalla consapevolezza della sua straordinaria attualità, dalla voglia di svelare le contraddizioni della realtà, attraverso la molteplicità contraddittoria dell'uomo Pasolini. Si parte da un'intervista rilasciata a Furio Colombo il 1 Novembre del 1975 sul senso della nostalgia pasoliniana verso un perduto mondo contadino. Pasolini è affabulatore, incanta, prova a persuadere, sbaraglia i suoi nemici, si arresta, esita, sfugge. L'analisi della realtà è rigorosa, intransigente. Vede la fine del potere clericale e fascista, ne svela i risvolti, le trame. Ne mostra le conseguenze nel corpo della società, usa le chiavi del materialismo dialettico per aprire porte e abbattere muri di convenzioni critiche obsolete. Riconosce il nuovo potere, quello della produzione di merci, del loro consumo, della cultura che sottende tale ansia consumistica. Mostra le trasformazioni, soprattutto nelle macchine di consumo a maggior potenziale, i giovani. Eppure resta una velata nostalgia, individuale, inspiegabile, premarxista, apolitica, per il mondo contadino. Il suo è amore, incondizionato e, dunque, inspiegabile (politicamente) per quell'età. Quell'età dell'innocenza collettiva è anche la sua età dell'innocenza e della gioventù. Non è facile seguirlo in questo ma non è difficile accettare l'esistenza di un magma emozionale inaccessibile ma il cui calore è possibile sentire anche ora.

La riflessione prosegue sul senso tragico della trasmissione delle colpe dai padri ai figli. Tale ineluttabile ingiustizia è connaturata alla storia dell'uomo sin dalle rappresentazioni del teatro antico greco. Pasolini ne assume le conseguenze, si carica delle sue colpe che gli derivano dalla sua funzione di intellettuale (a prescindere dalla propria espressione individuale), accetta l'esito della rottura del patto generazionale con i giovani. In questo il suo discorso diventa nebuloso, umori neri lo pervadono, forse un presagio di morte che deve seguire ad un desiderio inappagabile. La colpa assume la parvenza disumana del peccato originale.

Infine la morte. Prende le parole che Giorgio Somalvico usa per descrivere il delirio, la colpa, l'alienazione di Pino Pelosi. Il carnefice-vittima. Il ragazzo di vita, un sottoproletario, figlio dell'industrializzazione selvaggia che il 2 novembre 1975, diciassettenne, uccise l'uomo che l'aveva caricato sulla sua alfa GT, nei pressi della stazione Termini. L'uomo aveva cinquantadue anni, era Pier Paolo Pasolini.

 

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19:38 | commenti (2) | teatro |

The take

di Avi Lewis

Un documentario, presentato a Venezia 2004 e distribuito dalla Fandango, sulla riappropriazione delle fabbriche da parte degli operai espulsi dal ciclo produttivo. L'Argentina è uno di quei paesi che, sulla spinta della reazione politica innescata dalla dittatura militare, hanno attuato le richieste iperliberiste raccomandate dal FMI e applicate dal presidente Menem. Nell'anno 2001 la Realtà si è incaricata di presentare il conto della stoltezza e totale indaguatezza di tali politiche economiche. Il tracollo che ne è seguito è stato oscenamente sotto gli occhi di tutti, sebbene pochi esegeti si siano disturbati a pontificarci sopra in quanto assai meno dilettevole che esercitarsi sul crollo del sistema sovietico. Eppure la crisi sociale che si è prodotta non è stata meno dura, neppure meno umiliante e significativa. Moltissime fabbriche hanno chiuso, per insussistenza delle condizioni minime di profitevolezza, in ambito capitalistico. Gli operai, sul lastrico, impossibilitati a trovare altri lavori, non ci stanno e occupano le fabbriche. Se le riprendono. Cominciano a produrre di nuovo, secondo nuovi modelli. Perequazione salariale, autoresponsabilità, democrazia partecipativa. Il sistema burocratico argentino non era pronto a recepire tale spinta dal basso. Le leggi, la costituzione garantivano il diritto di proprietà assai più che il diritto al lavoro. Ma lotta, popolare, di massa, paga sempre. Le fabbriche sono state riprese e anche formalmente assegnate alle cooperative di lavoratori. Naomi Klein è una delle ideatrici di questo documentario, realizzato per la rete CBS del Canada. Viene seguita da vicino la lotta dei lavoratori dell'acciaieria Forja, fino alla messa in produzione. Viene seguita anche la campagna elettorale che ha visto la vittoria del candidato peronista Leo Kirchner che ha sconfitto il candidato anch'egli peronista Menem. Il livello della lotta politica in Argentina risente drammaticamente dell'obnubilamento prodotto da anni di dittatura, democrazia autoritaria-demagogica, mezzi di informazione strumentali al capitale. Comprensibile un certo scetticismo dei canadesi che, tuttavia, scivolano su una gratuita quanto sciocca estremizzazione che gli fa appaiare Kirchner a Menem. Così non è, sia per la sua capacità di ricontrattare il debito con il FMI sia per la politica di chiarezza e giustizia da lui intrapresa sugli anni bui di quel paese. Ciò non impedisce a questo documentario di essere un efficace strumento di denuncia della globalizzazione capitalista, realizzato con coraggio e imparzialità, dalla parte dei lavoratori e contro i padroni. Emerge, come sottoprodotto prezioso della distillazione politica un'anima calda e malinconica di un popolo che non ha perso la voglia di lottare e sognare un mondo diverso.

Yo vengo a offrecer mi corazon (Mercedes Sosa e Francis Cabrel) 

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15:44 | commenti | cinema |

giovedì, aprile 07, 2005

I dieci migliori film del 2004

- Il Vangelo secondo Matteo (versione restaurata)

- Primavera, estate, autunno, inverno...  e ancora primavera

- Ferro 3

- Le conseguenze dell'amore

- La mia vita senza di me

- La storia di Marie e Julien

- Dopo mezzanotte

- Kill Bill vol 2

- Non ti muovere

- L'amore ritorna

 

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20:10 | commenti (3) | commenti |

Un tocco di zenzero

di Tassos Boulmetis

E' il tentativo di descrivere una storia attraverso la metafora della cucina e delle spezie, in particolar modo. Il film è anche più ambizioso in quanto si propone anche di raccontare un aspetto della vita attraverso i sapori e gli odori. Lo schema può funzionare e il regista non è privo di una certa sensibilità che lo porta a svolgere una buona prima parte del film. In questo segmento di grazia assistiamo in un'atmosfera incantata alla magia della città di Costantinopoli, posta come faro tra diverse civiltà, a unire popoli e separare mari. Ben sapendo che ciò che deve unire contiene in sè i fattori della divisione. E' in quello spazio-tempo sospeso che avviene la formazione del giovane Fanis, soprattutto ad opera del nonno Vasillis, greco in Turchia, uomo avvezzo alla mediazione per storia e alla saggezza per vocazione. Il vocabolario usato dal nonno non contiene parole ma sapori-concetti e odori-emozioni. Una seconda parte del film diventa più politica, cerca di indagare l'animo dei suoi personaggi ma la metafora della cucina non riesce più a tenere il passo con la complessità della storia. La narrazione declina anonimamente verso altri lidi stilistici e semantici e neppure l'abbondono della metafora riesce a risollevarla. Il regista usa pregevoli innesti di animazione digitale, tra cui uno in cui chicchi di pepe e cannella diventano stelle e lo zucchero via lattea e crea ambienti fiabeschi, con un opportuno uso di luci soffuse. Ma a volte si rende più simile ad uno spot (la Coca Cola è uno sponsor del film) che ad un'atmosfera d'incanto.

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19:21 | commenti | cinema |

Heimat 3 - Campioni del mondo (2º episodio)

di Edgar Reitz

Nel secondo episodio della terza serie di Heimat Reitz si sofferma sul 1990. Ad appena due anni dalla riunificazione tedesca la squadra nazionale del paese è semplicemente quella della Germania dell'ovest. Molti tedeschi dell'est accettano questa situazione, riconoscendo quella squadra come la propria squadra e questa semplice azione è già sufficiente per capire come la riunificazione fosse una mera acquisizione, anche umiliante. L'elemento dell'umiliazione ritorna in questo episodio, anche attraverso gli avvenimenti individuali dei protagonisti (Petra, moglie del sempliciotto tedesco orientale Gunnar, si innamora del sempliciotto tedesco occidentale Reinhold). Vi è un accenno all'iniziativa individuale capitalistica che porta Gunnar ad iniziare un proprio business (vendita di schegge del muro di Berlino). Vi è, inoltre, un riferimento all'imminente collasso del blocco socialista, da cui cominciano a svendersi opere d'arte ed armi. La recitazione vira verso un registro brillante, poco consona alla cronaca di un cambiamento epocale. L'utilizzo del bianco e nero appare una citazione di stesso, priva di valenza estetica.

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18:04 | commenti | cinema |

venerdì, aprile 01, 2005

Il resto di niente

di Antonietta De Lillo

Il film è stato presentato come evento speciale alla mostra di Venezia 2004. L'opera è tratta dall'omonimo romanzo di Enzo Striano, narra della vicenda di Eleonora Pimentel Fonseca, nobil donna decaduta di origine portoghese che partecipò alla rivoluzione che diede vita alla Repubblica di Napoli nel 1799. De Lillo si sforza di inquadrare con completezza il contesto ambientale in cui operò la protagonista. Di lei si conosce la formazione famigliare, la disavventura del suo matrimonio con uno spregevole soldato, il suo amore per la poesia. Nel film viene evidenziato anche l'ambito culturale, sociale e politico del suo tempo: la volgarità e bassezza del re Ferdinando, l'estrema povertà spirituale e materiale in cui versava il popolo, il conformismo della nobiltà e del clero. Nonostante il tangibile tentativo di inquadramento storico-ambientale non si riesce a rendere vivida, reale, completa la comprensione delle dinamiche rivoluzionarie, di conseguenza, neppure le spinte individuali che ne indussero alla partecipazione. La rivoluzione napoletana del 1799, come tutte le rivoluzioni del suo tempo, è stata una rivoluzione borghese ma la borghesia è l'unica classe assente nel film. Ci sono nobili decaduti, preti contestatori addirittura popolani che compresero lo spirito di libertà che animò quelle rivoluzioni ma sono quasi completamente assenti gli elementi della borghesia che, seppure non compiutamente sviluppata come in Francia, era pur sempre l'unico soggetto capace di ricevere e rilanciare i contenuti libertari di quelle rivoluzioni.

La regista dedica una grande attenzione alla ricostruzione dei luoghi e ai costumi così come è minuziosa la cura del linguaggio dei diversi personaggi. Queste accortezze, insieme alle precise indicazioni storiche, contribuiscono a creare un'opera colta e raffinata, frutto di mirati approfondimenti. L'unico dubbio che può cogliere lo spettatore può riguardare la modalità di costruzione del film che non riesce a dare emozioni e vita ai propri personaggi e che, pertanto, non sono in grado di trasferirla sugli spettatori. Se oggi ha ancora senso parlare di una rivoluzione così lontana forse è perchè i diritti affermati allora non sono ancora del tutto e dappertutto sanciti, perchè forse è ancora possibile che si venga chiamati a rischiare in prima persona per un ideale o un principio, a dispetto del consenso popolare e della sopraffazione del potere. Ma se così è non ci si può collocare su un piano narrativo meramente storico o incentrato sulla sofferenza di un solo personaggio, occorre puntare lo sguardo sullo spirito collettivo, sociale, di classe che è l'unico soggetto ancora in campo capace di individuare le nuove trincee di contrapposizione. D'altronde l'assenza di un approccio  politico realistico nel film si può scorgere anche nella frettolosa liquidazione dei francesi rappresentati alla stregua di mercenari. Si deve dire tutto il male necessario (e non è poco) di Napoleone ma anche tutta la verità su quel tempo, affinchè nessuno rimpianga nè i Borboni nè le rivoluzioni velleitarie dettate dal semplice idealismo.

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17:35 | commenti | cinema |