saletta Lumiere


lunedì, ottobre 31, 2005

Sionismo nazista

Paradise now

di Hany Abu-Assad

La follia di costruire uno stato sulla base della comune religione. Il delirio di riprodursi esclusivamente tra correligionari anche fuori dallo stato di Israele. Queste le premesse delle teorie razziste. Oggi in Palestina si riproducono sui palestinesi sofferenze paragonabili a quelle inflitte dai nazisti agli ebrei, se non per intensità almeno per impostazione: razzista, religiosa, misticheggiante, irrazionale. Lo stato di Israle, nato dalla forza neocolonialista della Gran Bretagna, con i soldi delle lobby ebraiche, il beneplacito degli USA impedisce ai legittimi abitanti della Palestina di vivere in un loro stato autonomo. Molti israeliani fanno risalire il proprio diritto di abitare quella terra, prima ancora che all'abuso dell'ONU che creò il loro stato, alla favola della bibbia e al fatto che dei loro presunti antenati (questa qualifica si mantiene solo in grazia dell'autoriproduzione intrareligiosa) hanno abitato quella terra migliaia di anni fa. Se esistessero in qualche isola deserta dei discendenti degli etruschi, quanti toscani si farebbero sottomettere da questi?

Gli israeliani sono molto più ricchi dei palestinesi ed usano tale ricchezza per dominarli con l'uso della forza. Era inevitabile che si sviluppasse il terrorismo come forma di reazione. Il terrorismo è la guerra dei poveri. Gli israeliani hanno gli elicotteri e i palestinesi i kamikaze. Gli israeliani sono gli aggressori e i palestinesi le vittime. Gli israeliani sono gli integralisti religiosi e i palestinesi sono stati costretti a diventarlo, a seguito dell'oppressione. Negli anni settanta il popolo palestinese aveva dato vita  alla resistenza più laica del mondo arabo. Oggi, sconfitto Arafat, prevale la Jihad.

Di questo parla questo film coraggioso che non accetta la teoria del più forte che vuole equidistanza tra la vittima e il carnefice. Un film che ha anche il coraggio di guardare con freddezza e distacco ai signori che organizzano il terrorismo suicida, contando balle ai giovani palestinesi disperati. Un film chiaro. Oggettivo. Che indica la via della pace: la Palestina ai palestinesi.

 

p.s. di questi giorni la fiaccolata organizzata dal Foglio in risposta alle minacce lanciate dal presidente iraniano Ahmadinejad che auspica la scomparsa di Israle. Questo intento è irrealistico. La solidarietà agli israeliani equivale alla consolazione che si offriva ai condannati a morte. Gli si offra piuttosto un buon consiglio: lasciare tutte le terre occupate palestinesi affinchè vi costruiscano il loro stato. Ed è il gesto più solidale che si possa fare, per loro.  

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17:35 | commenti (6) | cinema |

venerdì, ottobre 28, 2005

Rimozioni

Niente da nascondere

di Michael Haneke

Il film lancia una provocazione allo spettatore che viene costretto a concentrarsi su ogni singolo fotogramma per riuscire a decifrare la pellicola. Il narratore vuole rinunciare per quanto gli e' possibile alla centralità che gli deriva dalla sua onniscienza. Haneke vuole che sia la realtà (filmica) a parlare. Il soggetto drammaturgico è una famiglia francese, di alta cultura, armonica, equilibrata. Priva degli eccessi che la collocazione di classe inevitabilmente porta con sè.... ho appena scritto un anacoluto. Questa condizione di "autonomia" dalla classe, di indipendenza dalla propria storia che ci ha collocati in un determinato contesto è irraggiungibile. E questo film si assume l'onere di testimoniarlo.

La forma in cui la tesi viene sostenuta è estesa alla dimensione delle società nazionali. Per la Francia vale la sua storia che l'ha vista nazione imperialista sfruttare le proprie colonie, come avvenne, da ultimo, per l'Algeria. Il teorema della sopraffazione discende da un contesto all'altro, come in un sistema di matrioske. La Francia contro l'Algeria, la borghesia francese contro i proletari (francesi ed algerini), un singolo individuo (francese, borghese) contro l'altro (proletario, algerino). Il termine borghese probabilmente non è utilizzato in senso classico marxista ma vi è molto vicino. Probabilmente Haneke non aveva in mente un teorema ideologico marxista ma la sua opera ne è oggettiva instanziazione.

La lotta tra i due uomini è completamente incentrata sulla rimozione che elide il colpevole lasciando la vittima priva del suo necessario carnefice contro cui scagliare la ineludibile rabbia dell'oppressione. Esattamente come le generazioni attuali possono godere dei benefici guadagnati dalle generazioni che l'hanno preceduta, pur senza intendere pagarne le colpe così ognuno di noi è il prodotto di tutte le proprie azioni, sebbene non si voglia riconoscere la propria responsabilità si quelle commesse da bambini. Viene tracciato, così, un parallelismo tra l'infanzia individuale e la storia agita dalle generazioni precedenti.

Su questo interessante piano metaforico si inserisce una trattazione del senso di colpa che viene agito mettendo in sofferenza la relazione umana che inevitabilmente si stabilisce tra due persone ogni volta che la Storia li ponga nel medesimo hic et nunc, a dispetto di qualuque tentativo essi possano esperire  di ignorarsi. Si arriva al culmine di tale evidenza quando si certifica che la sola presenza dello sguardo dell'altro è sufficiente per causare la crisi nel suo deuteragonista. Lo sguardo, come arma, come azione diretta, affermativa, su cui far veicolare, risvegliare, un messaggio che preesiste nel proprio interlocutore, quale, ad esempio, il senso della colpa. Il teorema trova nel senso di colpa la propria dimostrazione.

Infine, la sfida allo spettatore che deve prendere parte al dramma, prestando la propria partecipazione per comprendere le dinamiche che hanno una lettura prevalente ma che resta sempre politica, ideologica, non cronachistica. Attenzione all'ultima scena, in alto a sinistra...

 

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19:03 | commenti (3) | cinema |

mercoledì, ottobre 26, 2005

Cronaca minimale di una vita senza  senso

Diario privato

dal Journal Littéraire di Paul Léautaud

Regia: Luca Ronconi

in scena al: Teatro Argentina

Un senso della vita non esiste in sè, non è mai dato. Occorre darselo, appropriarsene, con operazione soggettiva (e soggetta alla critica della società). Se si omette tale operazione di autoattribuzione tutto apparirà destrutturato, minimale. Ebbene così appare la vita di Paul Léautaud, letterato francese, vissuto tra l'ultimo quarto di secolo dell'800 e la prima metà del 900. Tutto appare piatto, a cominciare dalla durata del suo diario (oltre sessant'anni) in cui annotava ogni accadimento della propria vita. Nella riduzione teatrale (curata da Raffaele La Capria) vengono espunte le annotazioni relative al suo rapporto con M.me Cayssac, signora sposata con un marito malato e soprannominata Flagello o Pantera. La sua relazione è costituita da una serie lunga di "sedute" amorose che si distinguono per piccolissimi irrilevanti particolar.  Léautaud annota le sue sensazioni, semplicemente, senza curarsi di darne vivacità, sempre simili tra loro. Nessun sentimento annoda i giorni. La ripetizione meccanica dell'atto sessuale è unica direttrice di sviluppo della storia. Senza turbamenti, senza variazioni di rilievo. Le uniche "eccezioni" sono i capricci futili che la sua amante, ormai anziana, continuava a propinargli. La loro relazione, cominciata in età matura, si protrarrà incredibilmente ancora per vent'anni. Senza che Léautaud annoti mai un sentimento, un'emozione vera.

La linearità con cui riesce a srotolarsi quella vita, l'umanità che nonostante tutto emana da quei personaggi sono la più forte manifestazione della facilità con cui tutto ciò possa accadere. Agli uomini. Senza scandalo. Un monito (forse involontario) verso la banalità della vita. Léautaud (e la sua amante) amavano, perdutamente, cani e gatti. M.me Cayssac sopravvisse ancora molti anni alla fine della relazione, senza più contatti con il suo ex amante, ormai sola e semi immobilizzata. Léautaud le sopravvisse di qualche anno ma fece annegare l'essere che più amava, la sua scimmia, pochi giorni prima che giungesse la sua morte che sentiva vicina.

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19:42 | commenti (2) | teatro |

martedì, ottobre 25, 2005

Fragili equilibri di non amore

Gabrielle

di Patrice Chéreau

Storia di un'attrazione senza amore. Un uomo e una donna appartenenti all'alta borghesia. L'illusione di lui di conoscere e capire ogni pensierio di sua moglie. Una vita piena di cose vuote. Assenza di contatto. Un mondo di cartapesta, di convenzioni, finzioni di un mondo che si autorappresenta per non vedersi mai nudo allo specchio. Poi l'evento che sconvolge i rapporti. La donna che crea la rottura, lo scandalo. In modo irrazionale, insensato. Una rottura che non mette in discussione i rapporti sociali ma si limita a vendicare la noia e l'inconsistenza del proprio rapporto coniugale. E ancora, il pentimento. Insulso, spudorato, vergognoso. Indotto dalla intima convinzione della propria incosistenza, del proprio appartenere per intero alla propria classe marcescente. Il tentativo del recupero del rapporto coniugale, il prevedibile fallimento, l'esplicitazione/confessione del contratto sociale che doveva tenerli insieme a discapito di tutto e finalmente senza complici silenzi a coprire la decadenza. E, infine, il crollo di lui che non riesce ad accettare il disvelamento ultimo dell'ipocrisia.

Tratto dal romanzo "Il ritorno,  di Joseph Conrad, il film si regge su elementi che rendono il senso della decadenza. Ambienti chiusi, bui o illuminati artificialmente, gli arredi sempre coperti da mostrare solo ai ricevimenti, un rapporto misto di intimità e umiliazione con la servitù, pause e silenzi che testimoniano dell'incapacità di comunicare al pari dei profluvi di parole. Finale incerto, anche se testimonia dell'irriducibilità della crisi personale/sociale, non pienamente riuscito l'inserto occasionale di brevi  testi al posto della voce.

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17:58 | commenti | cinema |

lunedì, ottobre 24, 2005

Memorie dal sottosuolo dell'Angelo Mai

Le lait miraculeux de la Vierge

compagnia: Hôtel de la Lune

direzione: Gian Maria Tosatti

(non) in scena: nei sotterranei dell'Angelo Mai occupato

La compagnia in questione non è una vera e propria compagnia quanto piuttosto una "formazione di ricerca" che si pone l'obiettivo di condurre indagine sul contesto socio-politico, attraverso la propria attività teatrale-performativa.

L'installazione teatrale in questione è la prima tappa di un lavoro preparatorio per un'opera dedicata ai fratelli Karamazov. La prima fase di questo lavoro si chiama "Devozioni", dedicata alla vocazione religiosa di Aleksej Karamazov.

La location della performance è decisamente suggestiva, ambientata nei sotterranei del centro sociale Angelo Mai. Si trata di un piccolo sistema di cunicoli e grotte scavate sotto la ex scuola. Qui si viene accolti da un antro tenebroso in cui alcuni monaci del medio evo sono intenti nell'intonare canti gregoriani e raccogliere il latte miracoloso della Vergine. La religiosità che vi si respira è intrisa di un cupo paganesimo. In una insenatura una donna, tra il monaco e la sibillla, ci invita a seguire alcune pratiche magiche per la realizzazione di un nostro desiderio-preghiera. Il percorso che compiamo discende gradualmente, accompagnato dalla fioca luce di alcune candele e immerso in un acre odore di incenso bruciato. Al termine del viaggio incontriamo la Vergine, assorta in uno stao di trance, dal cui seno viene prelevato il miracoloso siero.

Esperienza breve e intensa che desta interesse per le prossime tappe di avvicinamento e per il tentativo di sperimentazione che libera energie, mistero e misticismo da uno spazio recuperato all'arroccamento della media borgesia "progressista" che ha colonizzato il quartiere Monti.

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15:00 | commenti | teatro |

venerdì, ottobre 21, 2005

"Io so. Ma non ho le prove"

Idroscalo 93

di Mario Gelardi

in scena al Piccolo Jovinelli

Lo spettacolo prende spunto da un capitolo del romanzo incompiuto "Petrolio" di Pier Paolo Pasolini. Il capitolo in questione è "Lampi sull'ENI". Qui viene esposta una teoria secondo la quale l'omicidio di Enrico Mattei viene fatto risalire ad un lotta di potere interna all'ENI e che si pone l'obiettivo di portare il vice di Mattei, Cefis, all'apice dell'azienda di stato. Si sostiene, inoltre, che Cefis è solo un esponente del potere di Fanfani (come si evince dallo schema riportato in figura, pagina autografa di Pasolini). Da questa idea base si sviluppa lo spettacolo che rimette insieme anche alcune "coincidenze" storiche che vedono cadere vittime di attentati tutti coloro i quali hanno sostenuto tale tesi o erano intenti ad approfondirla: il giornalista Mauro de Mauro, il gen. Dalla Chiesa, il commissario Boris Giuliano.

L'opera si pone come coraggioso pamphlet politico e si inscrive all'interno le "Progetto Petrolio", diretto da Mario Martone. Nello svolgersi della narrazione sono inseriti innesti musicali live di Alessandro Castiglione. Gli attori sono: Daniele Russo e Ivan Castiglione. Qualche lieve caduta di tono nel testo, qualche incertezza recitativa dei giovani attori non riduce l'interesse per questa rappresentazione che illumina il ricordo di Pier Paolo Pasolini.

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12:16 | commenti | teatro |

giovedì, ottobre 13, 2005

Sognando la Spagna.

Viva Zapatero!

di Sabina Guzzanti

Uno dei meriti di questo documentario è quello di ricordare come la il fascismo, la dittatura e altre forme di imbarbarimento politico non necessariamente devono realizzarsi mediante colpi di stato o spargimento di sangue. Lo scivolamento può essere graduale e, in un primo momento, anche avallato da un mandato elettorale democratico. E' Furio Colombo che rievoca la discesa nel fascismo, permessa anche dalla sottovalutazione dei pericoli, insiti nelle limitazioni democratiche. Durante la visione del film si avverte a tratti il brivido che deriva dalla sensazione di sottovalutare la gravità e l'anomalia della condizione del nostro paese che, invece, all'estero è ben più avvertita.

Anche i più attenti, tra i cittadini e i giornalisti italiani, possono essere tentati dall'idea che Bossi sia solo un volgare fanfarone, Berlusconi solo un intelligente manigoldo, Gasparri solo un misero peone. Ma non è così. In Italia esiste un serissimo pericolo democrazia. Il nostro paese vive una repressione civile ed economica, causata dal sopravvento delle classi dominanti che si avvalgono con destrezza di una destra corrotta e/o di un sinistra moderata bislacca e/o sinistra radicale pasticciona e incompetente, oltre che, ovviamente, dei loro storici alleati (mafia, massoneria, etc). Un attacco iniziato con la caduta della prima repubblica e che non accenna a  terminare.

Bene, dunque, che la Guzzanti ricordi tutto questo, ripercorrendo le vicende che portarorono alla chiusura, da parte della RAI del suo programma RAIOT. Ha fatto bene a dimostrare quanto siano stati corresponsabili i politici del centrosinistra, con la loro politica della moderazione a tutti i costi che diventa oggettivo favoreggiamento della destra più radicale.

Che serva di ammonimento a tutti, per ora che si deve combattere la destra e per il futuro in cui forse si dovrà confrontarsi con la sinistra moderata, al governo.

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17:14 | commenti | cinema |

mercoledì, ottobre 12, 2005

Il colore del ricordo

Good night, and good luck

di George Clooney

Da questo film emerge con forza la sensazione dell'immersione nel ricordo, nell'immaginario collettivo dei ricordi. E' un immaginario statunitense che, tuttavia, ci appartiene appieno. Sono gli States degli anni '50, espansione fortissima dei consumi, aumento vertiginoso del potere dei marchi anche sui media. Sono anni che nel ricordo del regista sono immersi in nuvole dense di fumo, continuamente annegati nel whiskey. Nel ricordo di chi li rievoca sono connessi ad un passato lontano, distante che il bianco e nero si incarica di distaccare da noi. Sono ricordi intensi ma tremuli che una fotografia morbida sbiadisce in tenui sfumature.

Per Clooney non è solo una discesa nei ricordi, è anche un pegno d'amore per un cinema classico. I personaggi sono caratterizzati in una sola dimensione, la recitazione levigata ed impostata, i tempi aurei che preservano i ritmi lenti ma sostenibili della narrazione, la scansione regolare delle scene, gli equilibri gerarchici tra i personaggi. Ed è piacevole scoprire che questo cinema può comunicare ancora, se sorretto da una storia vera che si impasti armonicamente con la sua cifra stilistica. E qui la storia c'è. E' una storia "americana", la testimonianza di indipendenza di un giornalista che riesce a resistere alle pressioni del mercato, a quelle del pensiero dominante e a quelle politiche, durante la repressione maccartista.

Lì dove l'uso del bianco e nero sembrerebbe suggerirci di essere difronte ad una storia lontana e non più attuale sovviene la struttura del personaggio principale che non si dà solo come uomo ma soprattutto come giornalista, a testimonianza del valore del suo ruolo prima ancora della sua eccezione umana. Nella sceneggiatura non mancano piccoli spunti che lasciano trasparire le motivazioni vere e ultime che avevano suscitalo la caccia a inesistenti comunisti nell'ambito della politica, dello spettacolo e della cultura. Lo scopo di quella repressione non era certo quello di scovare spie e traditori bensì quello di indebolire e annientare il potere dei lavoratori, attraverso l'attacco ai sindacati e alle associazioni dei diritti civili, assimilate tout-court al pericolo bolscevico. Questo emerge in controluce, senza manifestare un vero intento radicale del film, orientato più a valorizzare i diritti individuali della persona e il coraggio civile di chi li seppe difendere. Resta, comunque, il merito di Clooney di non aver offuscato le ragioni ultime e di averle rese ancora visibili. Sarà, così, possibile ricostruire il filo che lega l'ossessione maccartista di allora a quella di oggi per il terrorismo. Il meccanismo del Potere è rimasto identico: indicare sulla luna un pericolo fantastico per colpire duro con tutta la sua mano. A volte occorre anche saper guardare il gesto reale del dito senza farsi portare lontano.

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19:03 | commenti (3) | cinema |