saletta Lumiere


mercoledì, gennaio 25, 2006

"dietro ogni scemo c'è un villaggio"

La pecora nera

di e con Ascanio Celestini

in scena all'Ambra Jovinelli di Roma

Una parola è come una bottiglia che invece di un liquido contiene un senso. Così come alcuni usano mettere sulle bottiglie delle etichette per indicarne il contenuto altri usano spiegare con didascalie il senso delle parole semplici e dirette. Ascanio Celestini non usa didascalie, cede la sua parola al soggetto che vuole narrarci la sua storia. Qui è Nicola che vuole raccontare la sua storia di internamento manicomiale. Nicola non fa teorie sulla "normalità" e sulla diversità, non discetta sulla legge Basaglia, Nicola parla della sua infanzia di bambino distratto, della sua nonna antica, del suo padre antisociale, dei suoi fratelli pastori per proteggere i quali e per colpa della sorte è entrato nel "condominio" (manicomio). Nicola non esprime rabbia per le sofferenze prodotte dagli elettrochoc ma rammarico per le giornate di sole che ha perduto, i prati che non ha visto. Non riesce a comprendere come possiamo essere tristi noi che abbiamo la possibilità di riscaldarci al sole e distendere lo sguardo sui campi di fiori. E non c'è rassegnazione minimalista in questo ma desiderio ardente di ciò che gli è stato tolto insieme all'amore di Marinella, la bambina che avrebbe amato per sempre, con cui da grande avrebbe avuto dei bambini, che si sarebbero ammalati e che avrebbero curato, l'amore di una vita. A lui "la vita" ha negato l'amore della vita ma non è riuscita a strappargli l'amore di un minuto, il lampo che s'accende negli occhi e avvampa in un istante e lo ricordi per tutta la vita.

Celestini, solo nella scena minimale, lascia parlare Nicola che parla di sè in terza persona. Nicola è morto quest'anno. Allora resta solo il suo ricordo, il ricordo del suo amore di un minuto per Marinella, dei ragni mangiati insieme, degli anni bui senza sole e senza prati.

E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.

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12:37 | commenti (5) | teatro |

lunedì, gennaio 23, 2006

Ti cerco ovunque

I magi randagi

di Sergio Citti

"Il cinema è sogno". Questo sostiene Citti  nel documentario di Brunatto ("Una disperata vitalità") che precede il film. Prosegue: "e nei sogni non ci sono zoom, ralentì, dolly ma solo inquadrature fisse". Il suo film è davvero un sogno. Il sogno mistico di trovare di nuovo il figlio di Dio tra noi. Cercarlo e non trovarlo. Cercarlo e scoprire che Dio non c'è, che dio è ovunque, è in chiunque, che puoi incontrarlo solo in un altro essere umano. Citti regala al suo film tutta la spiritualità che solo un'opera fatta di terra, sudore e carne può avere. La fortissima spiritualità che troviamo in Gesù non quando compie miracoli ma quando teme la morte, quando si sente abbandonato dal padre, quando viene tradito dagli amici, quando vede sua madre vederlo morire. Un spiritualità senza illusioni, senza false speranze, senza resurrezione che vede solo l'uomo nel suo orrizzonte. E l'uomo non ha senso pregarlo, puoi solo amarlo.

Citti è un proletario, divenuto poeta per contaminazione da contatto con Pasolini (con cui aveva scritto il soggetto Porno-Teo-Kolossal, cui si ispira questo film). I proletari hanno quella strana capacità di ricordare (forse per essere la classe più antica) delle parole anche il loro senso originario, capacità perduta dall'intellighenzia borghese. Per Citti amare vuol dire uomo e donna e la procreazione è atto inscritto nel loro amore. I tre re magi di Citti sono tre cialtroni, come quelli delle barzellette che iniziavano così: ci sono un tedesco, un francese e un napoletano . Eppure sono capaci di dire la verità, quella verità che non nasce dalla sapienza ma dal non aver niente da perdere. Solo tre miserabili vagabondi possono cercare il figlio di dio perchè, sono del "giro", sanno dove cercarlo. Il loro itineriario cristologico si svolge tra l'idroscalo di Ostia e Fiumicino, tra le baracche, oggi abitate anche da tanti immigrati. Se tornasse, Gesù, non potrebbe che esser lì.

E' un film circolare perchè non racconta una storia ma esprime un sentimento. E i sentimenti non accadono, non si svolgono nel tempo. Te li porti dentro, da sempre e per sempre. Anche quando non ci sono più le persone che li incarnano. E tu continui a cercarle, seguendo la tua stella cometa, visionario come un mago, triste come un randagio.

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16:04 | commenti | cinema |

venerdì, gennaio 20, 2006

oggi un'amica mi ha inviato questo racconto:

 Inviti superflui

 di Dino Buzzati

 "Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti assieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo per le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano, lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremmo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti. Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade nascono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremmo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parlano senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - non mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che io dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo della città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient'altro. Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telefono quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!" Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come fossero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colma di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando sopra di sé una specie di musica. Con la candida superbia di bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade sugli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu - adesso che ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili da valicare, tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose."

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15:18 | commenti (2) | racconti |

martedì, gennaio 17, 2006

Un altro mondo

Saimir

di Francesco Munzi

Saimir ha quindici anni, con il padre Edmond è immigrato in Italia dall'Albania. Il padre sta cercando di costruire un futuro di integrazione per sè e per suo figlio ma la sua attività (attinente l'immigrazione clandestina) conduce il ragazzo a guardare in quel buco nero di dolore e disperazione, in cui corpi, vite, dignità e speranze vengono distrutte dalla violenza della realtà e dei cinici gregari che la incarnano (imprenditori italiani, delinquenti albanesi, criminalità organizzata italiana, politici italiani e albanesi, ...). Saimir è un ragazzo "border line", i suoi amici sono scippatori, rapinatori ed egli stesso a tratti partecipa a certe imprese, con l'inconsapevolezza della sua età, senza perdere la sua purezza e la sua aspirazione a essere un ragazzo "normale". Ma la "normalità" non può essere il frutto nè della sua volontà nè della disponibilità d'animo degli altri. L'integrazione è figlia dell'uguaglianza. Un valore che nel suo caso non è dato nè nella forma (è un immigrato, ha una cittadinanza flessibile) nè nella sostanza (vive in condizione di disagio materiale). L'amore, la dignità che questo mondo gli nega, Saimir la regala a chi è più debole di lui. Distruggendo il mondo dei sui affetti, rinnegando il destino di appartenenza, fidandosi (usando) gli strumenti della società che lo opprime, pur di scardinarne le regole non scritte di oppressione. Il coraggio inconsciente di ascoltare la propria anima, la forza degli ultimi, di chi non vuole strisciare e vola alto, senza rete e senza scorta.

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10:22 | commenti | cinema |

giovedì, gennaio 12, 2006

L'aspirazione del volo

Me and you and everyone we know

di Miranda July

La regista e protagonista del film compie un lavoro di limatura per rendere il suo film leggero e permettergli di volare sulle ali dell'incanto e dell'immaginazione. I personaggi tendono a perdere corpo, a diventare immagini, concetti eterei. La storia si sviluppa morbida, sottraendo ansie e timori, per affidarla direttamente alla fantasia. Eppure questa operazione non impedisce al film di comunicare sull'impazzimento della società, la normalità con cui si accettano le situazioni più stolide e la diffidenza con cui si guarda ai sentimenti più semplici. Tuttavia il film non riesce a spiccare definitivamente il volo. La pista di decollo troppo corta fa rimbalzare il film su alcuni punti statici.

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11:52 | commenti | cinema |

mercoledì, gennaio 11, 2006

Vite perse

Tutti i battiti del mio cuore

di Jacques Audiard

Tom è un ragazzo di ventotto anni che prosegue lo squallido lavoro dello squallido padre: traffico immobiliare, con ogni mezzo. Nella sua deplorevole esistenza incontra l'arte ma questo non sembra salvarlo del tutto. L'ambientazione è una Parigi, niente affatto poetica o artistica e neppure quella etnicamente conflittuale delle banlieu ma quella cinica e spietata di una borghesia marcia e decadente. Il raffronto analitico del contrasto tra la miseria umana che produce la ricerca esasperata del denaro e la ricchezza dell'animo che regala l'arte era un promettente spunto per dispiegare un noir, teso ed elegante che esplorasse le controverse sinuosità dell'animo umano. Ma Audiard ha sprecato questa occasione perdendosi in una sceneggiatura indecisa che non definisce un percorso, non costruisce una continuità narrativa. I personaggi sono impegnati in versanti troppo distanti, compiono azioni inessenziali ai fini della narrazioni quando non addirittura dannose. L'epilogo è affrettato e disomogeneo. La buona recitazione e fattura del film non è sufficiente a dargli forza comunicativa e a destare emozioni.

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11:25 | commenti | cinema |

martedì, gennaio 10, 2006

E=U+K=L (E=energia totale, U=energia potenziale, K=energia cinetica, L=lavoro delle forze non conservative)

Lady vendetta

di Park Chan-wook

Nel momento esatto in cui una stecca da biliardo colpisce la palla bianca è già tutto scritto: quali palle verranno bocciate,  quali finiranno in buca,l e traiettorie impresse, le velocità, le rotazioni. Quando tutte le palle si saranno fermate il sistema si sarà riportato al suo iniziale stato di quiete ma il gioco sarà inesorabilmente mutato. A me pare che il terzo capito della saga di Park Chan-wook esprima l'inesorabilità delle conseguenze derivanti dalla perturbazione compiuta dal Male sulle vittime. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, se non nella forma senz'altro nello scambio di energie. Non credo che Park Chan-wook si curi di definire cosa sia il Male; piuttosto parte dall'assunto che il Male esista. Il Male si percepisce sulla pelle, lo si quantifica dal dolore che produce. Mentre in Old boy mancava la premessa della consapevolezza del Male arrecato, qui il male si oggettiva. Esiste l'uomo maligno che è consapevole della malvagità delle proprie azioni. Probabilmente sarebbe sbagliato ricondurre meccanicamente questo film alle discussioni sulla pena di morte. Esiste un'avversità a tale pena che nasce dalla constatazione dell'ingiustezza della vendetta e ne esiste un'altra che scaturisce dall'inapplicabilità della pena capitale in quanto non essendoci mai la certezza assoluta del reato sarebbe disumano infliggere una pena per la quale non esiste alcuna possibilità di rimedio. La discussione pertanto può essere fatta in astratto, partendo dalla premessa dell'appuramento certo della colpa e, per estensione, a tutti i casi in cui il singolo individuo abbia tale percezione di certezza. Data questa premessa si può cogliere appieno la potenza del messaggio del film, utilizzandolo anche come metafora dell'animo umano da applicare anche a eventi non fatali o fisicamente cruenti. Park Chan-wook libera lo sguardo sugli abissi ancestrali degli istinti che guidano l'uomo. Strappa il velo di ipocrisia buonista sull'uomo: si dia pure la possibilità di un correttivo sociale alle intenzioni vendicative umane ma si prenda atto della terribile potenza distruttrice di cui è capace l'animo umano. C'è stato un tempo in cui è esistito il male Assoluto. Dagli abissi della storia possono emergere guerre lontane e non più comprensibili ma anche odi e fervori recenti ancora intellegibili: l'odio dei russi contro gli invasori tedeschi (ho ancora negli occhi il ricordo di l'infanzia di Ivan di Tarkovskij che ho visto di recente). La terra è una sottile crosta che galleggia su un magma incandescente che spinge e lotta per liberarsi, quando lo fa le conseguenze sono terribili eppure questo è ancora un pianeta abitabile. L'istinto come il magma.

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11:47 | commenti | cinema |

lunedì, gennaio 09, 2006

Un'altra Africa

Kirikù e gli animali selvaggi

di Michel Ocelot e Bénédicte Galup 

Film di animazione, seguito di Kirikù e la strega Karabà. Kirikù è un bambino africano di piccolissime dimensioni ma di grandissimo ingegno e coraggio. Ha una mente analitica, raziocinante e la usa per risolvere tutte le difficoltà che possono minacciare il suo villaggio. Spesso deve superare le ingenuità degli altri abitanti per salvaguardare il benessere di tutti. Il film ha il merito di raccontarci storie semplici di un mondo lontano non solo geograficamente tuttavia lo fa ricorrendo a schemi precostituiti desueti e forse irrealistici. Il film contribuisce a diffondere un'immagine di africani ottusi, sempliciotti, incapaci di badare a se stessi e totalmente in preda ad ogni sorta di credenze magiche.  Kirikù che è il contraltare di tale prototipo appare più simile ad un folletto, ad uno scherzo della natura piuttosto che ad una reale alternativa.

Certamente l'Africa è un continente sottosviluppato in cui prevalgono le culture contadine ma credo sia sbagliato rappresentarle in modo così goffo e contrapporle ad un'intelligenza così irreale e "non umana". Avendo in sè un elevato potere comunicativo, questo film forse dovrebbe parlare delle vere sventure e motivi di arretratezza di questo continente che non sono  certo le iene, le credenze popolare o le erbe velenose quanto piuttosto le guerre, lo schiavismo, lo sfruttamento occidentale. Tutto acquisirebbe un colore più vero nel quale sarebbe possibile guardare con più simpatia alle ingenuità dei contadini africani e alle loro credenze popolari.

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giovedì, gennaio 05, 2006

passeggiate perse

i peggiori film del 2005

Il gusto dell'anguria

inutilmente angosciante

Manderlay

stupidamente provocatorio

Dear Wendy

stupido

20 centimetri

una brutta copia di Almodovar

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mercoledì, gennaio 04, 2006

dieci magnifiche ossessioni

i dieci migliori film del 2005

 

Ethernal sunshine of the spotless mind

guardare al futuro con gli occhi brillanti, vivendo il presente senza chiudere gli occhi velati

La samaritana

la vita che lega ciò che la morte ha sciolto

Mysterious skin

il male e il bene impastati nel corpo e nel sangue dell'uomo

Old Boy

l'uomo che ama e odia senza limiti, infinito come dio

 Last days

il potere delle immagini

La schivata

l'amore negli occhi

La vita è un miracolo

andare oltre, oltre le guerre, le convenzioni, insieme. immaginando, senza limiti

Fratella e sorello

se il sole sorgera' su un mondo senza classi mandera' il calore degli ultimi

Il castello errante di Howl

l'energia dell'amore trasforma il reale e l'irreale in ciò che è umano

L'arco

amare il corpo con la mente. amare la mente con il corpo

 

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