saletta Lumiere


mercoledì, marzo 22, 2006

ieri notte ho rivisto millenium mambo

"Ogni tanto Vicki lo lasciava. Ma lui riusciva sempre a riprendersela. Le telefonava. La scongiurava di tornare. Era una storia che si ripeteva. Ne era come ammaliata. Ipnotizzata. Non aveva scampo. Tornava sempre da lui. Dentro di sé si diceva: ho ancora cinquecentomila dollari in banca. Quando li avrò finiti, lo lascerò. Tutto questo avveniva dieci anni fa. Era l'anno 2001. Il mondo intero festeggiava il ventunesimo secolo. E dava il benvenuto al nuovo millennio."

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12:44 | commenti | pensieri |

martedì, marzo 21, 2006

La cura

La vita segreta delle parole

di Isabel Coixet

Il dolore, come l'acqua, ha la capacità di permeare, di infondersi nelle pieghe più intime, fino a far franare e a rendere la vita una poltiglia fangosa e inabitabile. Hanna è una donna abitata solo dal ricordo di un dolore, la sua unica amica è la voce di un'innocenza perduta; coltiva il suo deserto, impedendo ad ogni emozione di entrarvi. Ogni emozione porterebbe con sè la possibilità di sconvolgere l'equilibrio di morte che coltiva in sè. E' la morte che sovrintende alla sua vita. Quando la morte passa troppo vicino, anche se ha la pietà di rispiarmiarti, pare non ti lasci mai e la vita diviene solo l'attesa del suo ritorno. Attesa da consacrare, coltivando un gelido nulla.

Hanna è una vittima degli stupri etnici dell'ex-Jugoslavia e la Coixet ha l'accortezza di rivolgere la sua attenzione alle vittime e di condannare gli orrori, da qualunque parte siano stati commessi, senza accettare visioni di comodo.

Evidentemente per Hanna è ormai preclusa ogni possibilità di incontro reale. Ad impedirlo non è solo la sua sofferenza ma anche la convizione circa l'impossibilità che possa esistere qualcuno che possa comprendere ed accettare la devastazione che si porta dentro. In realtà la vita si è incaricata di frapporre sul suo cammino chi ha saputo guardare l'abisso ma rimanere saldo ed essere la sua cura.

La Coixet, non si limita a narrare, vuole (fortissimamente) produrre un'emozione, introdurre il pathos. La volontà di emozionare a volte rischia di predominare sull'equilibrio della narrazione ma l'attenzione ai dettagli e la padronanza degli strumenti le permette di restituire un'opera armonica ed organica.

TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te
...

F. Battiato. La cura

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16:25 | commenti | cinema |

martedì, marzo 07, 2006

"È tutto un equilibrio sopra la follia"

Arrivederci amore, ciao

di Michele Soavi

Si può percorrere la propria vita ad altezze smisurate, come funamboli il bilico sul vuoto. Lo sguardo fiero e il passo sicuro ma basta una sola incertezza per sprofondare in un baratro senza fine. Giorgio, il protagonista, è stato animato dal sacro furore dell'ideologia ma ha tradito l'amicizia di un compagno. Da quel momento la sua vita è una discesa senza limiti, un ritorno verso la società "normale", acquistata al ribasso, rinunciando alla dignità, la verità, l'umanità. Il contesto da cui proviene e a cui ritorna Giorgio è il mitico nordest italiano, a fondo scavato da Massimo Carlotto dal cui omonimo romanzo è tratto il film. E' una terra di buoni valori. Imprese, politici corrotti, brave ragazze, soldi facili, cattolici e lussi. E' questo dunque il campo di atterraggio per Giorgio, il fondo dell'inferno. Qui a Giorgio viene perdonato persino d'essere stato comunista, ormai che ha messo la testa a posto e aperto il suo ristorante. Qui Giorgio scopre che il male può produrre il bene. Questa è la terra dove le piante velenose producono fiori innocenti ma il cui frutto è ancora velenoso.

Come  nel gioco de poker, è possibile rifarsi, un attimo prima della rovina, in poche mani, giocando al raddoppio e bluffando e barando. Tutto ciò che si è perduto può essere restituito dall'abile e spietata tattica di chi non ha più nulla da perdere tranne... quella sensazione dell'attimo prima dell'inizio della fine, quando tutto ancora era possibile, prima che l'arrivederci diventasse un addio.

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12:29 | commenti (3) | cinema |

lunedì, marzo 06, 2006

A sud

La terra

di Sergio Rubini

Rubini continua il suo viaggio nelle radici profonde che affondano nella propria terra, la famiglia, i legami ancestrali che la civiltà industriale riteneva a buona ragione di aver liquidato. Rubini porta alla luce, in quest'era post-industriale ciò che resta della fase agricola di questo paese. Il suo è un viaggio interessante, pieno di suggestioni, riscoperte, a volte sorprendenti per il potere che hanno di risvegliare sentimenti di cui s'era perso persino il ricordo, come accadeva in L'amore ritorna.

In questo film Rubini addensa una quantità eccessiva di materiale drammaturgico, senza riuscire a districarlo opportunamente. Anche la pluralità dei registri utilizzati (dal brillante, al drammatico) non rende un servizio al film che appare spesso in cerca del proprio stile. Nella trama del film si utilizzano luoghi comuni poco credibili che producono reazioni inattese negli spettatori. La sceneggiatura appare improntata più allo stile favolistico che a quello filmico. La buona prova attoriale di Bentivoglio e di Rubini non riesce a sollevare le sorti del film.

 

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13:25 | commenti (3) | cinema |

venerdì, marzo 03, 2006

Ritornano. A volte

Chiamatemi Kowalski. Il ritorno

di e con Paolo Rossi

in scena al teatro Ambra Jovinelli di Roma

E' lo sforzo di Little King Paolo Rossi di ritrovare la memoria, occasione per fare il punto sulla propria vita. L'inizio fortuito, le pieghe della vita, le svolte, il succcesso. Coadiuvato dalla sua band e dalla bella Syria inizia il suo viaggio nella memoria, la sua personale ricerca. Ritrova le sue intuizioni, quasi profetiche, su Silvio Berlusconi, le battute fulminanti, gli amori persi, le illusioni della gioventù. Ripercorrere una vita che ha dato tanto e accorgersi di quanti sono i buchi, le nostalgie, le zone d'ombra, le persone perdute. Il percorso di recupero supera le due ore, necessita anche di un intervallo. Lo spettatore/psicoterapeuta (pagante) segue il suo viaggio, brillante ma mai esaltante, ritrovando con nostalgia le vecchie care battute di Little King Paolo Rossi ma a volte sente la mancanza del guizzo nuovo, della sorpresa che pure è una caratteristica del personaggio. La comune avversione verso Berlusconi riesce a galvanizzare qualche spettatore che aspetta Prodi come il naufrago la nave della salvezza (qualunque nave va bene) ma non infiamma la platea. Il nemico di Paolo Rossi (sebbene rischi di vincere ancora) è molto malandato e lui ne risente.

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13:05 | commenti | teatro |

giovedì, marzo 02, 2006

Nel cuore della notte nera

Maggio '43

di e con Davide Enia

in scena al teatro Ambra Jovinelli di Roma

Essere bambini, durante la guerra. Pensare alla vita come sopravvivenza. Pensare alla morte come a un'evenienza familiare. E' il racconto di un bambino che vede la guerra, i bombardamenti, lo sfollamento, la borsa nera, i morti, la fame. E' il Maggio del '43. Nel cuore della guerra. Davide Enia utilizza come materialia drammaturgico interviste a sopravvissuti a quelle'epoca. Usa gli occhi del bambino per raccontare ciò che non ha un senso e ben si adatta a chi un senso non lo cerca. La guerra non dà nulla per scontato e può  trasformare una vittima in carnefice disumano.

Enia tocca toni distanti ma mai collidenti, passando dal registro brillante a quello drammatico, attraversando la recitazione favolistica, quella metrica del cantastorie siciliano (evidenti assonanze con gli esametri di Pirrotta) e quella fredda e razionale del commentatore. L'intero spettacolo è avvolto dalle accoglienti nebbie del ricordo e anche se forse il nucleo del dolore resta sfuggente, la storia arriva, attraversando il temop, lo spazio, passando di bocca in bocca, di pensiero in pensiero, da uomo a uomo.

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18:20 | commenti (1) | teatro |