giovedì, aprile 27, 2006
La verità Le particelle elementari di Oskar Roehler In questo film tratto dall'omonimo romanzo di Michel Houellebecq, vi è l'intelligenza di esprimere l'intreccio sempre esistente tra caso e libero arbitrio, vi è l'onestà di ammettere che il male non necessita di malavagità, che le condizioni date non sono ininfluenti e neppure determinanti. Che per perdersi basta oscurare la verità, oscurarla a se stessi, sostituirla con simulacri. Questo portato sembra essere il frutto della splendida amoralità di Houellebecq che dissemina falsi indizi, interseca i piani politico e morale per destabilizzare lo spettatore ed indurlo ad una sua personale ricerca della verità. La stessa presenza dei due personaggi principali è una continua sfida al senso comune delle cose. Anche se alla fine prevarrà nettamente chi ha dedicato la sua vita alla ricerca della verità non vi è mai una oggettiva determinazione di superiorità: nella vita si soccombe pur senza mai aver deliberatamente scelto il male e ci si salva pur senza aver individuato sempre per tempo le scelte migliori. Michael e Bruno sono due fratellastri che sopportano le alterne vicende della vita. Michael ha il coraggio di rischiare e di perdere tutto, Bruno vorrebbe rabberciare la vita, elevare a felicità ciò che è solo consolazione, simulare e mentirsi pur di non accettare le sconfitte. Ma "Ci sono eventi, spesso drammatici, che si incaricano di testimoniare sulla fallacità della vita" che, come la morte, a cui sono affini, spazzano via false certezze e mezze verità che non possono esistere perchè "la verità è come le particelle elementari, non ulteriormente divisibile".
Ci sono eventi, spesso drammatici, che si incaricano di testimoniare sulla fallacità della vita. E' davanti ai bivi che si decide la vita. Ovviamente non vi è certezza sul futuro ma esiste una forza capace di guidare: la ricerca della verità. Ciò che è vero è autoevidente ed attrattivo, avere il coraggio di lasciarsi attrarre dalla verità può essere la salvezza.
mercoledì, aprile 19, 2006
Ordinaria follia dell'amore Les amants réguliers di Philippe Garrel Il riferimeno a Bernardo Bertolucci è aperto (fino al punto di far guardare in camera Lille mentre parla del film "Prima della rivoluzione", come a riferirsi direttamente a Bertolucci) e fortissimo. Anche nel film del '64 di Bertolucci c'è un tentativo di rivoluzione, un distacco, una sconfitta. In entrambi i film il personale è politico, la politica è la struttura su cui poggia l'individuo e la sua storia individuale finisce per diventare metafora. In Bertolucci è l'incapacità di un borghese a concepire concretamente una società comunista, in Garrel c'è uno sguardo più intimo, adagiato su chi non ce l'ha fatta, perduto nei sogni d'amore rivoluzionario. Forse non un pezzo di società ma un pezzo del cuore di una generazione. Il bianco e nero, nitido, lucido sembra dire di un pensiero lontano che conserva intatta la sua brillante nettezza, la sua totale alterità da ogni forma di compromesso, a testimonianza di un altrove, una concreta utopia che torna nella storia dell'uomo ed ogni volta lo arricchisce. Garrel è uno degli l'ultimi registi della nouvelle vague, capace di parlare di rivoluzione, di cambiamento, di sconfitta, parlando soltanto di un amour fou, di una primavera dell'anno 1968.
...Primavera non bussa lei entra sicura
Chi immagina di rivoluzionare il mondo si trova in quel particolare stato di ebbrezza che coniuga la ferma determinazione di realizzare i propri sogni con l'angoscia della sconfitta. Ed è in questo stato che François e Lille vivono il loro amore, dopo essersi visti tra le barricate del '68. Il maggio è appena trascorso, la fantasia non è al potere e l'oppio è un morbido rifugio in cui consolare l'angoscia. L'energia rivoluzionaria è come un fiume in piena che se non travolge gli ostacoli sul proprio corso dilaga oltre gli argini. La resistenza della società è forse un catalizzatore dei processi di mutamento dei protagonisti. La continuità tra pensiero e azione induce alla sperimentazione, delle droghe, dell'amore libero. L'amore che è di per sé rivoluzionamento interiore incontra i sogni di rivoluzione e destabilizza implacabilmente chi vi si abbandona (the dreamers).
come il fumo lei penetra in ogni fessura
ha le labbra di carne i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano...
martedì, aprile 18, 2006
La fine Il caimano di Nanni Moretti L'opera di Moretti è meritoria, quando scriveranno questo pezzo della storia d'Italia (il berlusconismo) forse sarà ricordato come l'unico regista italiano che ebbe il coraggio di un'opera tutta all'attacco di questo nefasto personaggio. Tuttavia la compresenza delle due storie, entrambe portanti, non permette l'affermarsi di un sentimento prevalente da associare al film.
La vita è fatta di incontri, di affinità che si cercano e che si riconoscono, non meno della casualità che si incarica di realizzarli. In questo film c'è l'incontro tra due uomini che stanno perdendo tutto. Bruno è un produttore cinematografico che, pur nella sua variante trash, ama infinitamente, irrimediabilmente il cinema. La sua casa di produzione sta fallendo, insieme al suo rapporto con la moglie Paola. In questo frangente, dopo anni di sconfitte, anche gli amici lo abbandonano. In modo apparentemente casuale riesce a produrre un coraggioso film su Silvio Berlusconi. Nel film di Bruno, Berlusconi è un uomo sconfitto che sta per perdere il suo potere. Ma le sconfitte non sono tutte eguali ed ognuno le firma con la propria mano. Bruno non riesce a perdere la dolcezza (e neanche l'amore) per la moglie e neppure il fascino che lo lega al cinema. E quando le mani non possono stringere quel che si ama lo sguardo continua dire (I can't take my eyes off of you, I can't take my mind off of you). Il Berlusconi cinematografico trascina il paese nella sua rovina, delegittimando le istituzioni, esattamente come sta cercando di fare quello reale. E forse non è un caso che Bruno farà il suo film della rinascita.
venerdì, aprile 14, 2006
Addio (al mondo) Il grande silenzio (dei monaci) di Philip Groning Il tempo. Il silenzio. Il mondo. Dio. Nel monastero della Grande Chartreuse i monaci certosini vivono nel culto del silenzio. La loro fede, le loro idee, si riconnettono a Dio senza l'intermediazione dell'uomo. Questo il nesso su cui Groning sa di dover lavorare: uomo-silenzio-Dio. Qual e' il rumore della neve che cade? Sembra questa la prima domanda che Groning si (ci) pone all'inizio della sua opera. E il film restituisce un rumore, di neve che cade. Un rumore che non abbiamo mai percepito prima in vita nostra. Il film produce un'esperienza, al contempo una sfida sensoriale e teoretica. Il piano inclinato su cui occorre porsi per vivere l'esperienza-film è questo. Dunque, già dalla prima scena accade una transustanziazione: il film non "racconta" un'esperienza, il film è l'esperienza. L'esperienza di fede trascendente non si può dire, se ne può al più vivere la suggestione. Se ascolto il rumore della neve che cade io partecipo della potenza di colui che ascolta tutti i pensieri. Il primo ad essere sfidato è proprio Groning che deve districarsi nella dicotomia tra rappresentazione "oggettiva" (immanente) del reale e percezione (trascendente) che il soggetto ha del reale, dovendo infine sostenere l'onere della prova che entrambi concorrono paritariamente alla ricostruzione dell'uno. Ecco che il regista utilizza due tipi di riprese, la prima che oggettiva il reale ponendosi correttamente a fuoco e con perfetta regolazione dell'otturatore che coglie nitide immagini in movimento e la seconda che "allargando la visione" dell'otturatore restituisce immagini sfocate, tremule. E' questa la visione dell'io? O meglio, è questa l'idea interiore cui il soggetto riconnette l'immagine del mondo? Ebbene, se così è, essa non contiene la nitidezza dell'intelligenza, non restituisce la perfezione cartesiana bensì il calore della presenza di Dio. Essa provoca il brivido dell'incontro (riconciliazione) tra il mondo fenomenico e l'idea del mondo che Dio ha instillato nell'uomo. E' Dio che si manifesta attraverso la sua creazione. Non a caso le immagini sfocate colgono la natura e il mondo inanimato. L' intercessione di Dio, necessaria alla comprensione di un mondo altrimenti inintellegibile viene ribadita dalla lettura di un passo di San Basilio. La presenza di Dio in ogni cosa è anche l'intima consapevolezza del monaco cieco che lo fa ringraziare Dio di ogni cosa, anche della sua cecità, perchè tutto proviene da Dio, un Dio postulato aprioristicamente infinitamente buono. Un mondo siffatto che tempo possiede? Con ogni evidenza esso è un breve lasso che trascorre nell'attesa del ricongiungimento con il creatore. Esso è privo di un proprio spirito ed anche di una propria curvatura espansiva e che non necessita di prendere senso dalle azioni degli uomini, è un tempo circolare che il film si incarica di rappresentare come tale. La narrazione per immagini si inarca fino a richiudere su se stessa, sulla neve e sul fuoco, opposti fenomenici che restituiscono l'unità che Dio solo, se esistesse, garantirebbe.
Il filosofo di formazione pseudo-empirista, nonchè vescovo anglicano, del XVIII secolo, il britannico George Berkeley poneva la seguente domanda: "un albero che cada in una foresta deserta fa rumore?". Il suo intento era quello di controbattere alla fisica Newtoniana che gli sembrava incline alla fuoriuscita di Dio dalla storia dell'uomo. Berkeley riteneva che tutte le idee esistono in quanto percepite e che tutte le idee sono percepite da Dio, pertanto tutte le idee esistono al di là del loro manifestarsi al mondo. Questo approccio appare straordinariamente affine allo spirito che questo film cerca di cogliere.
giovedì, aprile 13, 2006
Passaggi Heimat 3 - Gli eredi - 5 episodio di Edgar Reitz Anche in questo episodio si ritrovano disomogeneità recitative, in parte dovute ad esigenze di narrazione che deve rispecchiare nelle vicende umane dei protagonisti il percorso della loro patria. Non mancano le intuizioni, gli spunti lirici e la riaffermazione del tensione estetica che pure guidano Reitz. L'uso del bianco e nero appare sempre più rarefatto e anche sempre meno significativo.
Episodio di transizione, l'impero dei Simon comincia a sgretolarsi, le ottiche Simon chiudono, Ernst muore. La saga inizia la sua parabola discendente. Chi aveva puntato sull'accumulazione materiale si trova nell'impossibilità di individuare un erede morale della propria opera. Solo Hermann che ha dedicato la propria vita all'arte riesce a tenere il passo con il cambiamento. L'episodio è collocato nell'anno 1997, i riferimenti occasionali ai Balcani indicano la stretta correlazione di questi paesi con la Germania, come le tragiche vicende storiche seguenti si incaricheranno di confermare. La fine dei Simon trova un valido alleato nella piccolezza degli abitanti di Schabbach che come giunchi si piegano a tutte le più basse pulsioni e conformismi che hanno permesso alla Germania di virare verso gli esiti più estremi.
lunedì, aprile 03, 2006
Bugie Angel A di Luc Besson La fotografia, liquida, in bianco e nero sembra santificare la scelta primordiale di Wim Wenders nel Cielo sopra Berlino. I colori, tenui che paiono lavati trasfigurano i personaggi, spogliandoli delle loro istanze individuali e proiettandoli sul piano degli archetipi. André è l'uomo debole e sconfitto cui è precluso lo stesso desiderio della felicità. Angel A è il sovrumano ma anche la tensione, tutta umana, a modificare l'esistente e a ricercare la felicità. Ed è, dunque, come uno specchio che deve riflettere le ambizioni umane. Ed è proprio davanti ad uno specchio che lei parla della possibilità d'amare gli altri conseguente all'essere amati e all'amarsi. Si è, dunque, come superfici riflettenti che rimettono in circolo l'amore ricevuto che ci ha beneficato. Besson non vuole fare un film esclusivamente metaforico, desidera ardentemente di ascendere al cielo, in senso figurato e fisico. Le inquadrature spavalde sfidano le altezze fino ad appropriarsi di tutto lo spazio tra cielo e terra. Neppure il mondo sommerso rimane estraneo a Besson che (impossibile non pensare all'Atalante di Jean Vigo) coglie il gesto d'amore anche sommerso dalle acque. Anche gli angeli, dunque, sono veri angeli che non ricordano il loro passato umano e che conoscono solo il compito loro affidato ed il futuro degli uomini. Ma se il proprio compito è insegnare ad amare si rischia di restare impigliati nella rete che si insegna a costruire anche a costo di modificare un futuro che sembra già scritto dal Fato e, finalmente, permettere a colui che ama di smettere di mentire.
Il film inizia con un grande omaggio a "La vita è una cosa meravigliosa" di Frank Capra, riprendendo per intero la scena di disperazione che porta alle estreme decisioni. Qui al posto dell'onesto e irreprensibile George Bailey c'è André, un miserabile, costretto a mentire e a mentirsi su tutto per sfuggire ad una triste realtà. Il trascendente irrompe nell'immanente, sotto forma di un angelo che assume le sembianze di una baldracca che reinvera il connubio tipicamente cristiano santità-peccato.