saletta Lumiere


venerdì, giugno 09, 2006

Fine del viaggio


Heimat 3 - Congedo da Schabbach (6° episodio)


di Edgar Reitz


Con questo film termina la cronaca della svolta epocale, si conclude il viaggio iniziato trenta film fa e ottantadue anni prima. E' importante osservare preliminarmente che i protagonisti non abbandonano Schabbach, come pure aveva dichiarato Reitz nella sua conferenza stampa di presentazione tenuta alla casa del cinema. Evidentemente siamo noi spettatori che ci congediamo da questo piccolo paese di fantasia, collocato tra le montagne della Germania, nell'Hunsrück. La storia continua, è il cinema che si ritira. Siamo al cambio di millennio ed eventi astrali (eclissi di sole) sottolineano l'eccezionalità del passaggio storico.

Gunnar, figlio dell'ex Germania dell'est è ormai diventato un ricco uomo d'affari ma deve scontare una condanna per guida in stato d'ebbrezza, esemplificazione di un'evoluzione verso il capitalismo che deve scontare un'ingenuità e uno stato di subalternità psicologica. Per festeggiare l'avvento del nuovo millennio Gunnar preparerà una grande festa a Schabbach, eletta sua heimat, a cui purtroppo non potrà partecipare, costretto nelle carceri tedesche. L'unica a ricordarsi di lui sarà sua figlia.

Il progetto di creazione del museo con le opere di Ernst fallirà, per punire la mediocrità di questa gente totalmente autoreferenziale ed incapace di innalzarsi al di sopra delle proprie montagne. E saranno esse stesse a frenare ogni ipotesi di slancio, incaricandosi di seppellire nelle pieghe della coscienza di questo popolo ciò che è stato incapace di cogliere consapevolmente.

In questa ultima pellicola non c'è più l'alternasi del colore al b/n, meccanismo che probabilmente si è andato sovradeterminando nel tempo e che forse ora indica la fine della dialettica rilevante/irrilevante, presente/passato, memoria/oblio. e l'abbandono definitivo dello sguardo sull'anima profonda della Germania.

Il registro narrativo rimane ancora insufficientemente aderente alle esigenze drammatiche della diegesi, seppure viri debolmente verso una maggiore drammaticità, ottenuta perlopiù mediante una certa depurazione dei toni brillanti.

La scena finale è forse l'acme della diegesi, in cui si ricongiunge al suo necessario registro, la giovane Lulu, incapace di innamorarsi ancora, guarda al suo futuro dietro ai vetri bagnati di pioggia, con gli occhi velati dalle lacrime.

Al termine del lungo viaggio di Reitz possiamo dire di essere stati protagonisti di un'operazione di introspezione politico-sociale nel nucleo di un popolo. Reitz ha individuato questo nucleo nell'anima rurale, ha colto qui il pragmatismo che ha permesso la crescita potente del paese accompagnata da una carenza di coscienza politica e di valori alti che l'hanno condotto ad essere una potenza economica guidata dal nazismo. Una corruzione dello spirito, in cui la prevalenza del fare ha soffocato il pensare. A Reitz si è anche contestato di essere stato eccessivamente indulgente rispetto all'analisi dell'avvento del nazismo ma è pur vero che se non si accede ad un'analisi di classe, non restavano aperte molte altre possibilità, volendo escludere le psicopatologie di massa.

Sul percorso estetico abbiamo a lungo parlato, abbiamo assistito ad un progressivo esaurimento della cura formale e forse anche della passione, inversamente si è assistito ad una progressiva accelerazione del ritmo narrativo, di cui non è possibile attribuire la motivazione a mutamenti artistici o ad esigenze commerciali.

Resta il senso pieno di partecipazione ad un grande evento cinematografico che si autonomizza dalla storia, dalla diegesi e anche dalle variazioni della forma, per assumere i connotati dell'esplorazione del cinema, proprio mentre il cinema sembra che cominci a far luce dentro di noi, nelle nostre strutture cognitive, nei nostri tempi, nel nostro respiro...

postato da euriskon
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14:01 | commenti | cinema |