saletta Lumiere


venerdì, settembre 29, 2006

Il reale è surreale

Belle toujours

di Manoel de Oliveira


Il film si propone come prosecuzione/omaggio al noto film di Buñuel Bella di giorno. Esprime la necessità di continuare ad indagare il nesso tra amore e sessualità, soprattutto quando questa sceglie modalità comunemente definite perverse. Severine (detta Bella di giorno) era un' affascinante donna che dava corpo e piacere all'amore per suo marito tradendolo con altri uomini, fino all'estremo di farlo ripetutamente in un bordello (solo di giorno), mostrando direttamente il nesso tra amore e sadomasochismo. Henri è il miglior amico del marito di Severine, morto per vicende connesse ai suoi tradimenti. Oggi Severine è un'anziana vedova e vive con dolore il senso di colpa per la pena inferta al marito. L'unica persona a conoscenza della sua vita dissoluta è Henri e lei desidera sapere se ne ha messo a parte il marito. Oggi è ossessionata da un unico sguardo del marito che le pare condensasse tutta la sua sofferenza. Severine vive la propria vita sempre e solo seguendo il proprio istinto (esattamente come il gallo che compare alla sua scomparsa): da giovane ha soddisfatto la propria sessualità senza riuscire a comprenderla ed a porla in relazione ad i propri sentimeni ed ora, ormai vecchia,  paga per intero lo scotto di quella incomprensione. Henri è consapevole della valenza del reale che può sottoporsi anche al giudizio della morale ma non accetta infigimenti e dissimulazioni. Henri vorrebbe svelarle il segreto (il Segreto della vita racchiuso nella scatola) ma la scatola è vuota ed allora sembra di risentire quel verso di Guccini (Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già. ...). A volte serve uno scatto per uscire dal piano della realtà apparente e cogliere nessi che sembrano surreali e forse, invece, sono più reali di quelli del piano di realtà. Il finale cristallizza ciò che è stato e che continua ad essere, relegando  per sempre ognuno al proprio ruolo (ciò che è durato lo spazio di un mattino ora incombe per l'intero giorno).

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/9400725
16:44 | commenti | cinema |

mercoledì, settembre 27, 2006

I mostri della mente


The village


di Manoj Night Shyamalan




Nella filosofia platoniana i concetti (le idee) preesistono alle entità riscontrabili dall'uomo. Il nome del concetto indica indissolubilmente l'eidos che è prova di esistenza dell'entità correlata. Putroppo questo meccanismo è falso ma la sua conoscenza è stata un formidabile strumento di controllo sociale. La produzione di falsi (di cui non è provata l'esistenza) concetti associati a simulacri di entità permette di inverare nella società qualunque azione. E' su questo meccanismo che si fondano tutte le religioni ma non solo: ogni azione di controllo si basa sulla creazione di un assunto falso. L'idea stessa di guerra permanente o di guerra preventiva, di per sè un'idiozia indigeribile, può concretizzarsi a patto che si creda all'esistenza dell'eidos "terrorismo". Poi basterà che qualcuno provveda a creare qualcosa che sembri terrorismo o ad alimentare deboli forme di terrorismo preesistente o, più sofisticatamente, a chiamare terrorismo ciò che terrorismo non è (perchè uccidere un militare occidentale in Afghanistan o in Iraq è terrorismo? Ovviamente non esiste risposta a questa domanda). E' questo l'assunto che muove The Village anche se proiettato in una dimensione più sentimentale che politica. Gli abitanti di Covington vogliono fuggire dalla città ma sanno che nessuna fuga irreversibile è possibile senza una menzogna, un'opzione esistenziale forte che la sostenga. La menzogna verrà svelata (nel senso di risolta) da Ivy, una ragazza cieca che avrà la forza di superare le barriere poste a protezione del villaggio. Evidente dimostrazione che non è la forza la chiave di risoluzione ma il coraggio. Un coraggio che ad Ivy deriva dall'amore. E se dire "amore cieco" indica un amore incondizionato abbiamo un'ulteriore dimostrazione di quali siano le prerogative per un'azione di rottura contro mostri della mente generati dalla menzogna.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/9379829
19:51 | commenti (2) | cinema |

lunedì, settembre 25, 2006

Oh Che sarà... Che sarà?

Pene d'amor perdute

di Wiliam Shakespeare

regia di Francesco Manetti. In scena presso il Globe theatre


E' una rivisitazione dell'opera originale in uno stile che si richiama ai mitici anni '50 americani, da cui deriva anche la tentazione verso il musical. Non è possibile promuovere l'esperimento che produce un ibrido scarsamente riconoscibile che lascia sfuggire la cifra estetica di entrambi i generi commistionati. Una commedia del XVI secolo di Shakespeare può suscitare quelle lievi eppur penetranti riflessioni sull'amore se le sue parole provengono direttamente dal suo tempo ma dette dai ragazzi di Grease perdono ogni fascino e residuo di credibilità. Una recitazione a tratti incerti corona l'infelice progetto.

Eppure, le vestigia del nobile palazzo shakespeariano sembrano ancora scorgersi tra le macerie del saccheggio moderno e a tratti sembra quasi di rivedere le scene di teatro dei film di Bergman, dove anche le leggere commedie portano il pesante carico delle pene d'amore... perduto.


«Un amore crollato, ricostruito, cresce forte, leggiadro, grande più di prima»
Wiliam Shakespeare

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/9349007
11:58 | commenti | teatro |

mercoledì, settembre 20, 2006

Infinite possibilità

Le chiavi di casa

di Gianni Amelio

L'inizio della storia è la fine di un amore, le conseguenze di questa fine sono un abbandono, una rinuncia totale. Come tutte le rinunce, anche questa chiede di essere pagata, come tutte le promesse, anche questa chiede di essere mantenuta. Dopo quindici anni Gianni ritorna da suo figlio, sospinto da un'esigenza interiore che non sa spiegare. Suo figlio, Paolo, porta addosso i segni di un parto difficile che lo ha reso menomato nel corpo e nella mente. Cos'è che spinge Gianni verso suo figlio? Amore paterno, pietà, senso di colpa? E Paolo, così diverso dagli altri bambini, può dargli amore? Non è possibile rispondere razionalmente; proprio quando il padre aveva creduto che suo figlio potesse comunque condurre una vita "normale", potesse comunque svolgere dei pensieri lineari, s'accorge della sua irrimediabile diversità. Questa "follia" è l'impossibilità di amare? Forse no, forse davvero no. Forse i ruoli possono invertirsi e dalla "follia" può nascere la saggezza. La saggezza del vivere che, essa sola, sa trasformare la sofferenza, che troppo spesso è l'alimento della vita, in vita.

Buona la prova attoriale di Kim Rossi Stuart sebbene alcune cadute di tono verso un'intimismo di gesti paterni addolcisce innaturalmente una storia che non avrebbe bisogno. 

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/9302901
18:45 | commenti | cinema |

martedì, settembre 19, 2006

Tra cinema e realtà


Lettere dal Sahara


di Vittorio de Seta


Il film si presenta come opera intermedia tra il documentario e la fiction e come operazione (didascalica) sull'immigrazione. L'apparentamento con il documentario avviene attraverso l'uso di MdP digitali e il ricorso a manipolazioni tipiche del documentario (oscuramento dei volti dei passanti e delle targhe, riprese traballanti di manifestazioni pubbliche, etc). Non è possibile ritenere pienamente riuscita tale scelta di registro, in quanto del documentario manca completamente l'elemento di verità e casualità. Resta, di gran lunga, prevalente l'intento pedagogico di chi vuole dimostrare una tesi precostituita (per quanto dettata da nobili sentimenti). L'operazione politoco-culturale risente dei medesimi difetti espressi nell'opera cinematografica. La narrazione della problematica immigratoria viene descritta con lo spirito deamicisiano profuso nel libro cuore: gli immagrati sono generalmente buoni (specialmente il protagonista), spesso i bianchi ricchi sono cattivi ed egoisti ma non tutti che, infatti, sono i deuteragonisti della storia e che si incaricano di mostrare il volto buono degli italiani. Quando la sceneggiatura incespica in alcune plateali banalizzazioni (un portatile acceso e bloccato per ecceso di finestre del browser aperte che vengono provvidenzialmente chiuse dell'africano buono-intelligente) si concretizza troppo facilmente il giudizio critico qui espresso. Purtroppo il mondo non funziona così. Gli immigrati vengono nel mondo sviluppato perchè i paesi occidentali rapinano le risorse dei paesi poveri; gli immigrati possono restare in occidente non perchè certi lavori gli occidentali non vogliono più farli ma perchè la borghesia occidentale preferisce sottopagare un operaio ricattabile immigrato (e, così facendo, abbassare il costo e i diritti del lavoro in generale) piuttosto che pagare un operaio autoctono; le sottoculture fasciste che scatenano odio razziale contro gli immigrati si alimentano finchè si alimenteranno le guerre tra poveri (immigrati vs poveri autoctoni) e si depotenziano garantendo tutele rigide sul lavoro (che permettano di introiettare dall'estero le forze del lavoro nelle giuste proporzioni); gli immigrati non sono nè buoni nè cattivi sono solo più poveri, con tutto quel che ne deriva: maggiore empatia nel sentire le sofferenze degli altri, maggiore disperazione nel garantirsi la sopravvivenza; lo stesso vale per gli occidentali-ricchi. L'unico sussulto di realismo lo si coglie nel momento in cui si rappresenta qualche immigrato che consuma-spaccia droga e quando il protagonista dimostra la propria incapacità di comprendere la parità uomo donna, condizionato com'è dal retaggio retrivo dell'islam. Anche il discorso finale del professore africano appare improntato più al pietismo buonista di un Kunta Kinte che all'analisi spietata delle ingiustizie planetarie.


La recitazione degli attori non professionisti (il protagonista è un operiao) è forse la cosa  più bella, che più funziona, che volentieri salviamo di questo film di questo anziano regista che, come noi, sogna un mondo migliore.

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/9289058
16:01 | commenti | cinema |

martedì, settembre 05, 2006

Toccare l'anima

Time

di Kim Ki-Duk

Forma e sostanza, identità, amore. Sono questi i temi su cui si interroga Kim Ki-Duk. Cosa amiamo di una persona? Il suo corpo? La sua anima (identità)? E per cosa desideriamo essere amati? Seh-hee è tormentata dall'idea che il tempo logori la propria immagine, rendendola sempre meno amata agli occhi del suo uomo Ji-woo. Essa tiene per certo che la sua anima sarà per sempre amata dal suo uomo e che il suo corpo sia solo l'involucro che ne potrebbe ostacolare l'amore. Decisa a modificare il proprio corpo è certa di riacquistare il suo amore. Quando s'accorge che Ji-woo ama  ancora la vecchia Seh-hee capisce che egli non ne ha scorto l'unicità della sua anima. Si afferma dunque l'idea che l'amore aderisca all'individuo, inteso come un atomico corpo-anima in cui le parti si informano reciprocamente di sè. Il corpo amato si sottrae al tempo in virtù delle qualità immaginarie che l'amore gli ha conferito. In questa storia sembra di sentire l'eco degli amori proustiani che si riversano senza senso su corpi di donne amate al di là della loro (inesistente) bellezza. Seh-hee era certa di poter riconoscere il suo amore dal semplice tocco della mano eppure anche quando quel semplice gesto che rivelava il perfetto rapporto delle misure dei loro corpi ("tu sei della giusta misura per me") le conferma di aver ritrovato il suo Ji-woo, in assenza della testimonianza di individualità (l'unicità del volto) da parte del corpo di lui,  le basta un semplice depistamento razionale (un lieve cambio del nome) per non credere alla propria anima (e agli innumerevoli indizi concordanti); negando, così, a Ji-woo  quel che anche lui le aveva negato: la conferma di essere amati per la propria identità. Sembra tornare ancora Proust quando Ji-woo preferisce amare il fantasma Seh-hee  piuttosto che la vera Seh-hee; la prevalenza dell'immaginario sul reale, dei fantasmi sulle persone vive.

Il finale del film definisce la schizofrenia di chi ha cercato di dividere l'anima dal corpo, senza saperne cogliere i profondi legami, tramite la schizofrenia diegetica che richiude il suo cerchio nell'irriconciliabile incontro di se stessi, incapaci persino di riconoscersi, persi per sempre, per quanta folle strada si è compiuta.

in foto: La foresta sacra. di Arnold Böcklin

postato da euriskon
http://buio-in-sala.splinder.com//post/9131362
12:20 | commenti | cinema |