saletta Lumiere


giovedì, novembre 30, 2006

"Dio non è verità, la verità è dio"

Water

di Deepa Mehta

"Dio non è verità, la verità è dio". E' forse questa frase, attribuita a Ghandi nel film, che può racchiudere il senso di questa pellicola, profondamente laico, che illumina il senso di tante ingiustizie commesse in India contro le donne, in nome di uno spiritualismo che è solo copertura di rapporti di forza e di necessità materiali. Con questo lavoro si compie un'operazione culturale che svuota le divisioni delle culture tra spirituali e materiali, permette ad ogni uomo e donna di riappropriarsi del proprio corpo e della propria storia, fornendo un modello universale di lettura della società; esplicitando che questo modello è quello marxista correremmo il rischio di sottrarre estimatori al film ma preferiamo correre questo rischio a quello di sottrarci alla sincerità.

Sul piano diegetico il film rende un omaggio al più grande drammaturgo dell'era elisabettiana (e non solo), rappresentando il legame tra l'ex colonia e l'impero inglese, anche se il regista non intende seguire fino in fondo il languore shakespeariano e salva serenamente la vita all'amato giunto in ritardo a salvare il suo amore.

Una storia di ribellione non violenta, ghandiana all'epoca di Ghandi, una storia prevalentemente di donne, contro le ipocrisie maschili, senza essere separatista; un'alleanza con gli uomini è possibile, a patto di assumere su di sè la piena consapevolezza della lotta.

E alla fine scoprire che anche la lotta ha una sua poesia, che anche nella morte di un dio c'è speranza, che seppure nell'acqua non c'è la salvezza lì c'è la sua idea ed il suo bisogno.

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20:17 | commenti (4) | cinema |

mercoledì, novembre 22, 2006

La rivoluzione di carta

A est di Bucarest

di Corneliu Porumboiu

A tutti coloro che detraggono il socialismo reale per detrarre il socialismo non deve esser parso vero veder crollare uno dopo l'altro i governi del blocco sovietico. Credo che possa dare loro ancora grande gioia descrivere quei regimi solo ed esclusivamente come dittatoriali e sanguinari. Certamente esisteva un potente apparato repressivo del dissenso ma vien da chiedersi dove fosse nel momento del crollo. La notte tra il 22 e il 23 dicembre del 1989 partiva dalla città di Timisoara, in Romania, la rivolta contro il Conducator (dittatore) Ceausescu. Una rivolta in gran parte finta, l'intelligente libro di Claudio Fracassi, "Sotto la notizia niente", rivela quanta mistificazione si sia annidata in quella rivoluzione quasi tutta mediatica, fatta di morti finti presi dagli obitori e seppelliti in finte fosse comuni. Tutto il film è incentrato sulla fondamentale domanda se in una certa città (mai nominata) ci sia stata o no la rivoluzione. La notizia della cacciata di Ceausescu viene data dalla televisione alle ore 12.08 del 23 dicembre, gli abitanti si sono riversati nelle piazze prima o dopo di quell'orario? Nel primo caso "hanno fatto" la rivoluzione, nel secondo caso hanno semplicemente festeggiato un evento. Il registro satirico e autoironico usato da Porumboiu descrive chiaramente la farsa "rivoluzionaria". La riflessione sui quei governi e su quelle "rivoluzioni" è appena cominciata (Goodbye Lenin ne è un buon esempio) e il cinema si incarica di proseguirla in vece di una politica opportunista e di una storiografia che procede molto più lentamente ed è diretta alle èlite. Da questo fecondo processo di analisi, avviata dal cinema, potranno scaturire interessanti rivelazioni, scoprire il ruolo fondamentale di falsificazione svolto dai media e svelare le tante menzogne fatte circolare tra i popoli dell'est sulla democrazia occidentale e tra i popoli occidentali sulle "rivoluzioni" dell'est.

in foto: Nicolae Ceausescu e la moglie Elena durante il processo sommario

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12:22 | commenti (6) | cinema |

giovedì, novembre 16, 2006

Le conseguenze "delle conseguenze dell'amore"

L'amico di famiglia

di Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino cerca di far bagnare Geremia cuore d'oro nelle stesse acque in cui s'era bagnato e tragicamente annegato Titta Di Girolamo ma il pantha rei eraclitiano gli impedisce di farlo.  Anche l'amico di famiglia scandaglia l'insidioso fondale dell'amore negato, fotografa un altro cuore indurito e poi spappolato dalla vita, mostra le conseguenze di un degrado senza limiti che porta alla propria autodistruzione. Nel film precedente si narrava di una dimensione tragica ed eroica, qui siamo di fronte ad un contesto farsesco e vile. Il film non è privo di una propria potenza espressiva e narrativa ma resta offuscato dal parallelismo che inevitabilmente si innesca con le conseguenze dell'amore anche a causa della trattazione della medesima condizione umana. Se riusciamo a sgomberare il campo dal soverchiante paragone possiamo guardare la miseria di un uomo distrutto dalla propria famiglia che è il nido di orrore da cui sorgono tutti i suoi demoni. Il totem in cui si incarnano questi demoni malefici è simboleggiato dal denaro, esemplificazione di ogni mediocrità, cinica ed egoistica. Alcune inquadrature coraggiose sono di grande impatto anche se non trovano adeguata e corrispondente tensione sul piano diegetico. A tratti sentiamo la cura di Sorrentino su ogni singolo fotogramma che incita la voglia di scendere fino all'ultimo girone dell'inferno in cui è precipitato Geremia, perchè è solo nell'incontro indiscreto e violento con la sofferenza che si può percepire la via della salvezza...

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18:36 | commenti (3) | cinema |

mercoledì, novembre 15, 2006

"Povertà magnanima, mala ventura,
concedi compassione ai figli tuoi... "

Il segreto di Esma

di Jasmila Zbanic

Sara è una ragazzina bosniaca, guidata dalla sua dolce aggressività adolescenziale. Suo padre è morto in guerra nella difesa della nazione, almeno lei crede così, così le ha fatto credere la madre. La verità è un'altra, ben più terribile, incofessabile. Durante una guerra accadono cose che l'uomo non riesce a immaginare. E la guerra nei Balcani ha raggiunto abomini disumani, forse perchè una separazione è più crudele di un'aggressione. Alla fine Sara saprà e la sua vita perderà per sempre l'innocenza. Eppure lei è la testimone di un atto di compassione che è l'ultimo esile baluardo prima dell'abisso. La storia di quella guerra è ancora tutta da scrivere, qualunque cosa ne dicessero D'Alema e Clinton. E forse quei toni di patriottismo che sono nei personaggi (anche se non nel film) avrebbero bisogno di trovare un controcanto narrativo che possa porre in dialettica le atrocità commesse da tutte le parti e permettere di guardare alla sofferenza umana come cosa umana, alla guerra come cosa politica e poterne trarre anche riflessioni indipendenti. Affinchè si possa condannare la guerra chiunque l'abbia pensata e provare empatia per le vittime, a qualunque etnia appartengano.

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18:42 | commenti | cinema |

giovedì, novembre 09, 2006

Il colore della memoria

Nel tempo qualcosa è cambiato nella lavorazione delle pellicole cinematografiche. Il colore è mutato gradualmente, così ora nella mia mente è possibile associare una sfumatura ad ogni era del cinema. Il film più vecchio che ricordo l'ho visto da bambino con mio nonno, subito dopo pranzo, sulla RAI. Credo stesse in un ciclo che si chiamava "il mitico cinema degli anni '20". Rircordo pochissimo del film se non scenografie imponenti e una trama eroica. Forse era sabato ed avrò avuto 5 o 6 anni. E' l'epoca dei film di Rodolfo Valentino. E' un bianco e nero molto chiaro, forse derivante dal logorio della pellicola. A volte compaiono ampie zone in ombra nell'immagine.

Negli anni '30 il colore diventa più scuro, da bambino vedevo alcuni vecchi film di Laurel e Hardy, poi da grande l'Atalante, gli altri film di Vigò, di Buñuel. Gli attori emergono dal buio, irradiati da luci centrali che li elevano dalle tenebre che circondano le scene.

Degli anni '40 mi sembra che la guerra faccia da spartiacque, almeno per i film italiani, ricordo Ossessione ('43) fino a Sciuscià (del '46) come pellicole ancora cupe, immagini che vogliono sgranarsi, un male oscuro sotto forma di nebbiolina vuole corroderle. Subito dopo la guerra, a cominciare da Roma città aperta, riemerge pian piano la luce diffusa. Forse il primo film di quest'eopca che ho visto, avrò avuto dieci anni, è stato Casablanca (1942), un pomeriggio piovoso di fine estate faceva filtrare una luce debole nel tinello di casa, mia madre a stendere i panni sul balcone, io a terra a giocare con le macchinine, e Casablanca andava su una rete privata... Qualche anno dopo, un pomeriggio vicino al natale, sempre nella mia sala da pranzo con mia madre, mi imbattei in La vita è meravigliosa (1946), per anni inseguii questo film, per poterlo rivedere, per capirne il titolo, per ritrovare l'angelo Clarence che tanto m'aveva affascinato... Forse dovrei ricordare anche il primo film che andai a vedere al cinema senza essere accompagnato dai miei genitori in sala. Avevo undici anni, ero con mia sorella, era un pomeriggio d'estate e invece di andare in spiaggia mi feci accompagnare da mio padre in un cinema scalcinato, che avevo avvistato nei giorni precedenti, della località di mare dove villeggiavamo, vidi Torna a casa Lassie! (1943). Quei colori carichi, intensi (forse frutto di un procedimento di colorizzazione a posteriori), un pò da cartone animato non li ho ancora dimenticati.

E' la brillantezza la caratteristica dei film in bianco e neri degli anni '50. Le immagini sono compatte e nitide. Ci sono i film di Totò, tra cui anche i primi a colori. Colori accesi, caricati e un pò impastati.

Degli anni '60 ricordo soprattutto gli sceneggiati televisivi della RAI, girati quasi tutti in interni, con luci bassissime che viravano in noir le storie raccontate e senza rumori di sottofondo.

Se è vero che ogni periodo è caratterizzato da un ricordo, con gli anni '70 cominciano le mie visioni di film al cinema. Siamo nel 1975, ogni giovedì la RAI manda in onda lo sceneggiato televisivo Gamma, intricata storia di fantascienza, sottolineata da una coinvolgente musica di Enrico Simonetti che, a sei anni, diventa il mio must musicale. E' un bianco e nero televisivo, molto tecnico, neutro, senza inflessioni, un pò scialbo e slavato.  Decisamente più caldo ed emozionante il primo colore della RAI che proponeva nel 1976 l'indimenticabile Sandokan, con i suoi colori virati sul rosso che rendevano vibranti le immagini del mio eroe da bambino.

A partire dagli anni '80 comincia per la mia memoria un'era di storia contemporanea. Il colore mi sembra stabile, vivido, "normale" e, non essendosi modificato ai miei occhi, costituisce il punto di riferimento degli altri colori. A partire dal mio primo film di prima visione e scelto da me, E.T. (1982). Ricordo di averlo visto con un amico, arrivati tardi, ci sistemammo in prima fila e la mia penetrazione nel film fu assoluta.

Comincia nell'epoca attuale, invece, una distinzione dei colori in base alla provenienza geografica. Per cui c'è il colore tenue francese, quello sbiadito di taiwan, il contrasto netto giapponese. Esiste, dunque, nella mia mente una mappa di colori in corrispondenza con ricordi e sensazioni che contribuicono a formare lo sfondo su cui si adagiano le immagini che irradiano felicità, malinconia, entusiasmo, forza,  ricordo e  voglia di oblio. Ecco perchè il cinema è vero, perchè assorbe le sensazioni che lo hanno circondato, ecco perchè il cinema è vivo, perchè può produrre sensazioni che finiscono col costituire un proprio specifico ambito in cui la memoria può rifugiarsi e vivere per sfuggire alla vita reale. Ed è immortale, niente si perde, tutto ritorna, finchè un'immagine ingannerà l'occhio e il ricordo di un'immagine giocherà con la memoria.

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17:41 | commenti (2) | pensieri, cinema |

lunedì, novembre 06, 2006

La morte avrà i suoi occhi

Il deserto dei tartari

di Dino Buzzati

regia: Paolo Castagna

in scena presso il mausoleo di Augusto (I luoghi della memoria)

Aspetti tutta una vita e t'accorgi che non hai capito. Anni ed anni spesi ad aspettare l'arrivo di.... che non arriva mai. Ma ecco che a un tratto arriva, si, sembra proprio... ma tu non puoi più, la morte t'ha trovato prima che tu trovassi... E se la vita fosse solo questo? O forse questo è un errore da cui si può sfuggire? E quando l'hai commesso questo errore? Sei ancora in tempo per rimediare? Con questo dubbio trascini la tua vita. Eppure te l'avevan detto, ma le parole sono fatte d'aria e si perdono nel vento. Se almeno potessi ricordare, in quale sera qualunque questo iniziò, che la tua vita s'è fermata. E' tempo di lasciare fortezza Bastiani, il nemico sta arrivando, ci sarà una guerra e sangue giovane scorrerà. Tu vai incontro in solitudine al tuo destino, ma questa volta lo sai, alzi lo sguardo e vedi l'ultima porzione di cielo stellato che t'e stata riservata.

Chi po' dicere ca sto' murenno
Chi po' dicere ca so' cuntento
Chi po' dicere ca sto' sbaglianno
Parlanno male 'e tutte chisti anne
Tantu tiempo ma nce penzo ancora
Chella nun era 'a strada bona
Chi me dice ammore
Rispongo dulore
Chi po' dicere dimane vengo
E aspiette tutta 'na vita
E t'accuorge ca nun aje capito
E nun te po' cchiù passà
Chi me dice umanità
Rispongo ammore ammore ammore
.

chi po' dicere. pino daniele

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13:38 | commenti (4) | teatro |