saletta Lumiere


mercoledì, gennaio 31, 2007

Luci sotto la neve

Le luci della sera

di Aki Kaurismaki

Sotto la neve può esserci molta più vita di quanto si possa credere, forse anche luce. Kaurismaki continua il suo viaggio tra i perdenti (Le nuvole in viaggio, L'uomo senza passato). La rovina di ogni perdente arriva senza farsi accompagnare da un senso, è male assoluto, astratto, deciso altrove, incomprensibile a chi è abituato a soffrirlo. Non desta neppure sorpresa, lunga è la consuetudine e la sua frequentazione. Un mondo di perdenti accetta, solitario e silenzioso il proprio destino. Una coltre fredda come neve, di solitudine, distanza e silenzio ricopre i paesaggi reali e quelli dell'animo. Quartieri grigi di periferia (il titolo originale è Le luci del sobborgo), fatti di cemento, debolmente lambiti da luce livida, dove fa presto notte, sono gli spazi dove si consumano le vite a perdere, come le mille sigarette che bruciano per accompagnare la solitudine. Flebili speranze di rivincita cercano di raddrizzare gli spiriti, come fili di ferro si sforzano di tenere su piante troppo deboli per resistere al vento gelido della vita. In realtà la vita ha un proprio segno e non lo cambia mai. Non c'è possibilità di mutare il proprio destino. Eppure qualcosa accade, una mano ne sfiora un'altra... no, non cambia la vita ma s'accende una luce sotto la neve, ora non è più grigia, s'illumina di tenui colori. E' la vita che riprende, che s'anima.

Lo stile di Kaurismaki  è asciutto, le espressioni dei suoi attori esprimono tutta la loro storia. Non c'è dubbio sul passato e sembrerebe non essercene sul futuro, se un incontro o, meglio, uno sguardo nuovo non si incaricasse di indicare nuove direzioni, un cui esiste anche la speranza. La narrazione è surreale nella forma ma punta dritta al cuore della realtà che viene scomposta nei suoi elementi basilari. Un film di Kaurismaki è come pensare al mare, prenderne una goccia, guardare l'idrogeno e l'ossigeno riposare insieme senza farli scoppiare secondo una legge che qui puoi capire...

 

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13:45 | commenti (6) | cinema |

martedì, gennaio 30, 2007

Sogni di dissolvenza

L'arte del sogno

di Michel Gondry

L'attrattiva del mondo reale si trova forse a uno dei suoi minimi storici, l'indulgenza verso il desiderio di fuga è dilagante. I sogni che diventano treni verso un altrove fantastico sono amati e ricercati. Se in questo film Gondry ha voluto creare un mondo di sogno, totalmente alieno dal reale, non gliene si farà certo alcuna colpa. Se è vero che il movimento di alienazione dal reale è tipico del pensiero magico dei bambini e chi vi si abbandona è simile a Peter Pan è pur vero che questo piano risulta inclinato verso l'immaturità, appare totalemente incomunicante con il mondo reale, sfiorando l'autismo. Sarebbe di gran lunga più interessante e (s)co(i)nvolgente immaginare sogni in grado di trasformare il mondo reale, di dare leggerezza alla vita e regalare uno sguardo illuminato dalle luci della fantasia. La realtà delle emozioni non è unica e neppure uguale per tutti coloro che la guardano; che vengano i sogni in grado di trasformare la vita, purchè si continui a vivere.

Questo film sembra denotare un movimento opposto a The eternal sunshine of the spotless mind, in cui si lottava per il recupero della memoria del reale, pur quanto questa fosse dolorosa. Una sfida alla vita, affascinante e coraggiosa che permette di "sognare" e fantasticare con la materia della memoria, impalpabile come quella dei sogni, ma molto più palpitante, piena di energie calde.

Se in The Eternal... la memoria lavorava al viraggio dei colori dei fotogrammi della vita qui i sogni li sfumano in dissolvenze di nero su nero... ma a giocare col nero perdi sempre...

.....Ma il bambino nel cortile si è fermato,
si è stancato di seguire aquiloni,
si è seduto tra i ricordi vicini, rumori lontani,
guarda il muro e si guarda le mani,
guarda il muro la e si guarda le mani.

F. De Gregori. Le storie di ieri. Rimmel. 1975

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13:43 | commenti (2) | cinema |

lunedì, gennaio 29, 2007

L'alba dell'uomo. In Cina.

La guerra dei fiori rossi

di Zhang Yuan

Mentre guardavo questo film pensavo a Zero de conduite di Jean Vigò (1933). Pensavo alle emozioni che mi trasmetteva il film francese, mentre guardavo i suoi fotogrammi antichi, mentre ci penso ora che scrivo. L'emozione di capire la mia, la nostra storia. Pensavo che La guerra dei fiorni rossi non mi emozionava, pensavo che quella bella storia, per noi occidentali, era già vista (e tornavano anche I quattrocento colpi di F. Truffaut). Vigò, probabilmente, era in anticipo di oltre quarant'anni sul maggio francese. E per questo diciamo che era un visionario, un'artista che vedeva l'acqua dei movimenti carsici nelle viscere della società. Aveva colto che la protesta, la contestazione è il primo atto di affermazione dell'individuo. Il movimento destruens che sempre precede la parte costruens. Perchè questa storia di bambini, tutti bravissimi nella loro ingenua spontaneità, non entrava in risonanza con il mio desiderio di ribellione? Perchè non c'era la magia di Lanterne rosse di Zhang Yimou (da cui sembra riprendere la metafora dialettica che funzionava benissimo per descrivere la storia di quel paese)? Eppure  Zhang Yuan racconta il suo paese, i mutamenti in atto, la nascita del concetto di individuo nella patria del concetto (e della prassi) di massa. Forse anche nella patria della manodopera a basso costo sta nascendo il biopotere dell'individuo. Forse anche nel paese dell'obbedienza e della pazienza affiora il sentimento della contestazione. Forse all'aggregazione unipolare della massa si sta per contrapporre il potere unicellulare dell'individuo. Per questo anche lui svolge il suo ruolo di artista, coglie i processi nascenti. Per fortuna non è compito di chi parla di cinema dire se questa nascita sia un bene o sia un male. Forse, però, ci tocca ripensare a Hegel, al suo concetto di ripetizione nella storia, a quel senso di farsesco cui lo ricollegava. Forse questo mi aiuta a capire, forse davvero il movimento evolutivo dell'uomo è identico in tutto il mondo, anche in quell'oriente così estremo. Adesso sento vicina la protesta di quel bambino; immagini sul suo futuro si affollano nella mia testa... ora capisco ma le emozioni non ci sono.

in foto: un fotogramma di Zero de conduite di Jean Vigò, 1933

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18:09 | commenti (4) | cinema |

martedì, gennaio 09, 2007

Un cuore nella neve

Cuori

di Alain Resnais

Tratto da una piece di Alan Ayckbourn (coeurs, private fears in public places) mantiene un'intensa fedeltà alla struttura narrativa teatrale. Presentato alla 63-esima mostra di Venezia, ha portato a Resnais il Leone d'argento alla regia. Ogni storia narrata rappresenta uno stato dell'animo e la vicenda in cui si incarna resta solo un evidente pretesto, senza la pretesa cinematografica di mostrare la realtà. A testimoniare questa impostazione la scenografia teatrale (ripresa dall'alto), il carattere fortemente simbolico delle storie che si intrecciano, l'ambientazione esclusivamente in interni. La recitazione resta cinematografica, a fondere i generi in una narrazione nomade elementi di surrealismo che proiettano le immagini del film direttamente sulle pareti interne del cuore.

Resnais ha spesso utilizzato gli elementi atmosferici per comunicare emozioni: la nebbia, la notte, la pioggia di sabbia. Ora è la neve, che cade incessantemente, dapprima solo negli esterni, poi si insinua nelle dissolvenze incrociate e infine s'adagia anche nel chiuso degli interni. La neve porta un freddo malinconico, silenzioso, instillato goccia a goccia. Ed ogni goccia sembra niente, solo una particella d'acqua, neppure ghiacciata, apparentemente dolce e incapace di fare male, eppure in grado, col tempo, di ricoprire tutto sotto di sè, di cacciar via la vita e lasciare vivido solo il  ricordo delle cose custodite.

Ed è solo il ricordo che resta, sono lettere d'amore da bruciare, fotografie di amici resi perennemente giovani dalla morte, sono quadri e oggetti senza valore lasciati da chi non ha potuto salutare, sono fiori finti dai quali non poteva venire niente, vhs su cui mimare quello che non si è.

Ognuno è solo, come monade, immersa in un gelo leggero e malinconico. E mille tentativi d'amare e farsi amare. Ma sono sforzi vani... fuori è freddo, troppa neve è già venuta giù...

nella foto: snow falling at Giverny. di Claude Monet. 1893

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16:33 | commenti | cinema |

giovedì, gennaio 04, 2007

dieci giorni della mia vita

i mei migliori dieci film del 2006

 

 I magi randagi

        il cinema che si fa carne. dare corpo a un sogno. dare sogni al corpo.

 Lady vendetta

       per imparare che l'odio e l'amore sono due stati della stessa materia

 Time

        lavorare per sottrazione, per scoprire l'essenziale

 Il labirinto del fauno

        la potenza del fantastico, dell'intreccio dei contesti. L'unità del divenire, dal bambino all'uomo

  Munich

         la determinazione dell'uomo che diventa storia indeterminata

   La vita segreta delle parole

          trasformare il dolore in emozione

    Inside man

          il cinema come strumento di analisi sociale

   Nuovomondo

          la potenza dei sogni

    La sconosciuta

          riemergere dall'abisso

    L'amico di famiglia

          i mostri che si nutrono dell'uomo 

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18:35 | commenti (8) | cinema, commenti |