venerdì, aprile 27, 2007
L'occhio, tra inganno e verità INLAND EMPIRE di David Lynch Lo stesso oggetto viene mostrato secondo diverse visioni (in buona definizione, nitido è lo sguardo del personaggio? sgranato e spento è lo sguardo di uno spettatore da un televisore o di un controllore da un monitor?). Una MdP riprende le diverse visioni, in cima alla piramide delle visioni ci siamo noi, ma ora abbiamo la certezza di essere guardati nell'atto della visione, dagli altri spettatori, da coloro che leggono queste parole. Se la visione (e, dunque, la realtà) è di per sè inganno, cos'è il cinema? In che relazione si pone con la realtà? Lynch opera una completa sovrapposizione/intersezione di piani tra cinema e realtà, fino a renderli totalmente indistinguibili. Il flashback sta alla memoria come il flashforward sta all'immaginazione preveggente. Il montaggio è la narrazione di se stessi, l'autopercezione che si offre allo sguardo del mondo. La sovrapposizione dei piani non è dimostrata ma mostrata attraverso l'esperienza che ogni spettatore può realizzare, sperimentando l'insolubilità dell'intreccio diegetico che, come un quadro di Lescher non permette soluzione. L'incertezza non è il discostamento da un verità che esiste ma l'oscillazione continua e indescrivibile del reale (esattamente come la vibrazione degli atomi). I personaggi diventano incapaci di distinguere il futuro dal passato, la finzione dal reale... perchè il cinema e la realtà sono diventati della stessa sostanza. I personaggi sono usciti dagli studi di Hollywood, si sono riversati per la strada delle stelle di Los Angeles (Inland Empire è una regione della California), qui hanno continuato a recitare. Qui la loro recitazione non s'è riuscita ad arrestare con lo "stop", qui il nostro sguardo è stato contaminato dal dubbio lynchiano. in foto: due fotogrammi da Un chien cndalou di Luis Buñuel (1929)
C'è un mondo, fatto di colori, persone, storie che chiede di entrare in noi. L'occhio, la visione sono lo strumento, la via d'ingresso verso la nostra mente, dove il mondo viene ricostruito sencodo le nostre regole. INLAND EMPIRE è il bisturi buñueliano con cui incidere l'occhio per cercarne di cogliere il meccanismo di funzionamento. Un tentativo invasivo, distruttivo, destabilizzante. Lynch gira questo film in digitale, coerentemente con l'idea che predica l'assenza di una visione perfetta, oggettiva, pulita. La visione è sempre mediazione e Lynch la usa in ogni modo. Vedere attraverso una lente sporca, bagnata, vedere l'immagine sgranata di un digitale di bassa qualità, vedere attraverso telecamere di circuiti interni che rimandano ricorsivamente le immagini su televisori con refresh che l'occhio non percepisce ma la MdP si. Un miriade di modalità di visioni che scompongono il reale, gli sottraggono ogni velleità di oggettività.
giovedì, aprile 12, 2007
Una questione privata Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck Gerd Wiesler è un capitano della STASI. La sua è un'adesione ideologica, pertanto suscettibile di mutamenti. I regimi del socialismo reale (quello tedesco in modo particolare) sono implosi senza l'uso della forza, erano una costruzione ideale che corrispondeva ad un idea (oltre che ad un equilibrio militare). Quando l'idea ha vacillato il sistema è crollato. La trama evidenzia politici corrotti e agenti compiacenti. E non si ha difficoltà a credere che ne esistessero in quantità. E di un uomo "buono", solo, privo di ogni possibilità di dialettiche politiche che non fossero quelle offerte da alcuni intellettuali inconcludenti e un pò ciarlieri. Qualcuno potrebbe pensare di rappresentare solo così i sistemi del socialismo reale, in contrapposizione alla nostra dialettica democratica. Ma la realtà è molto più complessa di così. Nel film si parla esplicitamente dei sucidi dei cittadini della DDR. E' un problema serio, che andrebbe confrontato col numero di morti sul lavoro che abbiamo noi in Italia. La ribellione sembra solo una questione privata ma anche questa volta, come lo fu per il soldato di Fenoglio, la storia ci passa dentro ed è parte di noi. E le azioni di uno, a volte, sono un segno, di più, forse un sintomo.
Un regime richiede sempre la collaborazione di tutti per poter essere credibile ed efficiente. Una collaborazione prestata per paura, convenienza o adesione ideologica. A volte è anche difficile distinguere le tre motivazioni. Il dissidio insanato tra la liberazione delle masse dall'oppressione della borghesia capitalistica e le libertà individuale (uno dei diritti borghesi fondamentali) è un tema che è giusto porre e porsi, nonostante l'uso strumentale che qualcuno possa volerne fare (forse tramite l'assegnazione di premi? Il film ha vinto l'Oscar quale miglior film straniero).
Il senso del possesso Proprietà privata di Joachim Lafosse Le differenze caratteriali, quasi oppositive, dei due fratelli non sono sufficienti a delineare una reale differenza di dialettica nel rapporto con i genitori. Si esula dai conflitti caratteriali per approdare in pieno in quelli generazionali (per quello che ciascuno può rappresentare della propria generazione). L'incapacità dei genitori ad usare anche le parole più semplici. La madre sarà costretta a rivolgersi al suo goffo compagno-vicino per dire ai suoi figli del suo bisogno di indipendenza. Il padre troverà le parole per spiegare la fine del suo rapporto con la madre solo quando il dramma avrà completemente invaso la scena. La rappresentazione dei conflitti è sempre veicolata attraverso l'uso, il possesso, il consumo di beni materiali: la casa, il denaro, una moto, una macchina. Questi oggetti d'uso sono sempre insufficienti al soddisfacimento dei propri bisogni, ritenuti essenziali. Nessun meccanismo di compensazione, condivisione, mediazione sembra conosciuto ai membri di questa famiglia. Lafosse cerca di porre la mdp all'interno dei rapporti prima ancora che all'interno dello spazio condiviso. E' una presenza da entomologo che osserva, interessato ma con distacco scientifico. Non ci sono musiche, l'inquadratura preferisce essere ferma, anche nelle inquadrature con steady cam. Fino al finale, in cui il regista entomologo abbandona i due genitori chini a raccogliere i frantumi lasciati in terra. Senza speranza di ricomposizione. Solo allora uno assolo di violini, stridulo e straziante può invadere il campo lasciato libero da una storia che termina, la mdp viene caricata un auto (di chi?) e guarda indietro, dapprima mantenendo il suo sguardo sulla casa, poi lasciandosi trasportare dalla direzione della strada. E' il congedo dello sguardo da un ciclo di vita che si è concluso.
Lo spostamento di sguardo dall'essere all'avere è il motore di questo dramma familiare. Un nucleo familiare in dissoluzione, i cui componenti perdono consistenza, per adattamento al vuoto che li circonda. Un padre rappresenta la propria presenza attraverso il denaro, rappresentante perfetto del valore di scambio di ogni merce. Una madre spera di rifarsi una vita vendendo la casa di famiglia. Due fratelli gemelli sono incapaci di immaginare il proprio futuro senza la presenza materiale dei propri genitori.
mercoledì, aprile 11, 2007
Spirali di storie Still life di Jia Zhang-Ke Sullo sfondo di queste storie accadono fatti inspiegabili, palazzi s'alzano verso il cielo, dischi voltanti compaiono all'orizzonte, antiche maschere giapponesi si ritrovano ad un tavolo di un locanda, ancora una volta simboli delle storia mitologica e del progresso fantascientifico condividono la medesima scena. L'uomo del presente vive in sospensione, in tensione continua tra ansia di cambiamento e bisogno di quiete. I fantasmi dell'occidente si materializzano in citazioni (un'improbabile Freddy Mercury canta melliflue melodie cinesi a increduli contadini, un giovane ragazzo veste alle Elvis giocando a fare il gangster) che mettono i corpi fuori dal tempo: operano uno spostamento delle vite verso un fuori campo culturale e semantico, che spiazza, mette "fuori tempo", fuori da un proprio tempo. Lo sviluppo diegetico del film è punteggiato da ideogrammi che indicano alimenti di conforto per il corpo che rinfrancano la convivialità: tè, caramelle, liquori, sigarette. E' una storia che diventa corpo, assume consistenza entrando nei corpi, come in un film di Arrabal (andrò come un cavallo pazzo) ma con molta meno violenza, con quella leggerezza di chi conosce il potere del tempo e la sua capacità di sospingere i corpi come se ne fosse l'anima.
Un'uomo cerca la sua donna scivolata in un passato arcaico, una donna cerca il suo uomo risucchiato dal futuro tumultuoso. I loro corpi non si incontrano ma le loro storie si incrociano, dirigendosi in sensi opposti lungo la spirale della storia. Lo sviluppo fremente della Cina guida le masse verso il loro radioso futuro, lasciando come residui di processo le vite minute di singoli uomini che si incamminano verso il futuro o verso il passato per sfuggire al loro presente. Nella zona delle Tre gole erano quasi cent'anni che si pensava di costruire un'immenso invaso per alimentare una diga, ora quel progetto sta diventando realtà, il villaggio di Fengjie è stato già sommerso dall'acqua. Han Sanming è un minatore, cerca sua moglie, ceduta da suo fratello in garanzia di un debito. Shen Hong è un'infermiera, cerca suo marito, ingegnere impegnato nella costruzione di ponti. Le due storie procedono in senso inverso, solcano lo stesso spazio senza interferire. Gli abitanti del futuro e quelli del passato ignorano le reciproche esistenze.
martedì, aprile 10, 2007
“Via, via... via di qui” Guida per riconoscere i tuoi santi (titolo originale: A guide to recognizing your saints) di Dito Montiel Lasciare dietro di sè tutto e tutti è un'esperienza liberatoria, già dalla sua enucleazione. La rottura dei legami sociali e affettivi sprigiona energie fortissime, come un'atomo spezzato. Dito diventa altro da sè o forse realizza il suo vero sè (in fondo è la stessa cosa: il nostro vero io è sempre altro da noi). Lascia tutti dietro di sè ma nessuno di loro lo lascia mai. E' la persistenza della memoria, no, di più: è il passato che è un pezzo di sè che continua a vivere dentro se stessi. E' una parte di sè che interroga, chiede di regolare i conti, di saldare debiti di riconoscenza, di sangue. Più facile è ignorare questo microcosmo interiore, pensarlo come puro spirito. Il tempo del ritorno consegna la consapevolezza che il passato non è spirito e non appertiene solo a se stessi, è intrecciato ad altri corpi, altre storie. E scoprire che esistono davvero, quei corpi che ci hanno amato, toccato, protetto, ferito, minacciato significa cambiare sguardo, accogliere consapevolmente in sè ciò che fa già parte di sè, che si era espulso come tossina, come corpo estraneo alla propria storia. Ma se è possibile avere l'illusione di possedere per intero il proprio futuro si deve cedere all'idea che la propria storia è sempre una storia collettiva. Prodotto da Sting e sua moglie Trudie Styler, ha vinto il premio per la miglior regia all'ultimo Sundance Film Festival.
Il racconto autobiografico di Dito Montiel, della sua estate del 1986 nel quartiere newyorkese del Queens, della sua fuga verso la California e del suo ritorno. Quell'anno Dito è ancora un'adolescente, la sua vita è sospesa tra una promessa di futuro e un presente che lo attira come un buco nero. Le sue giornate sono pericolosi giochi d'equilibrio sull'orlo dell'abisso. Sente il suo tempo minacciato e la sua vita sciogliersi nel nulla, i suoi amici tolti alla vita, suo padre distante. Per questo la fuga, seguendo il suo istinto di giovane americano che lo porta verso la nuova frontiera ad inseguire il suo sogno, ancora inespresso.
Il bene e il male The departed. Il bene e il male di Martin Scorsese « E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio.» (Matteo 13,25-30) La tensione narrativa che innerva ogni singolo frame costituisce un reticolo linfatico in cui scorrono sensazioni primordiali: la rabbia, la paura, l'odio, la compassione. Sono le materie prime che Scorsese usa per costruire una diegesi con materiali antichi, in cui è ancora possibile vedere fronteggiarsi il bene e il male ma il cui esito porta con sè l'evidenza del nostro tempo regolato dal principio dell'incertezza, che sovrintende le cose umane, avvolgendole tra nebbie impenetrabli, in cui gli eroi di Scorsese, pur ciechi, combattono e muoiono.
Nell'escatologia cristiana è solo alla fine dei tempi che verrano separati il grano e la zizzania, fino ad allora vivranno l'una accanto all'altro. Il tentativo di sradicare il male può avere conseguenze nefaste anche per il bene. Scorsese prosegue l'osservazione "religiosa". Il suo film ha la forza di accertare l'esistenza di un bene e un male, dati e certi. Deve registrare l'impotenza dell'uomo nella separazione dell'uno dall'altro. Seppure esistano in corpi separati, questi involucri seguono una naturale tendenza a fondersi e ricongiugersi (anche carnalmente, facendo l'amore con la stessa donna). I corpi sono significanti neutri, hanno le stesse origini, Billy Costigan (Leonardo Di Caprio) e Colin Sullivan (Matt Damon) sono entrambi orfani, le loro famiglie sono ugualmente attigue alla mafia di Costello (Jack Nicholson). Sono i fini che cambiano, entrambi diventano poliziotti, il primo per liberarsi dal male, il secono per servirlo e servirsene. Il destino imporrà a Billy di usare la violenza, la menzogna per servire il bene e a Colin verrà riconosciuto il merito e l'onore dell'onestà, è questa la drammaticità della convivenza del bene e del male, l'impossibilità di riconoscerli e separarli. Se la vita è incapace di questa separazione sarà la morte ad operare, con la sua usuale cecità e indiscriminazione. Il male verrà estirpato, insieme al grano in cui cresceva.
Noi guardiamo sempre e solo lo stesso lato della luna, eppure non è che una parte. Esiste un mondo che ci sfugge sistematicamente ed è il mondo osservato da chi lo guarda in posizione oppositiva rispetto a noi. Il tentativo di sintesi, di riunificazione degli sguardi è uno sforzo di estroiezione da sé, rinvio dello sguardo su di sé con occhi altrui. È la rotazione di 180 gradi della mdp, per farla puntare su di sé. Lo sguardo dei giapponesi sulla guerra esiste ed è un utile contrappeso allo sguardo occidentale tuttavia qui è l’operazione del guardarsi che assume centralità e il cinema è lo strumento di questa autoanalisi.
martedì, aprile 03, 2007
Cinema di guerra 300 di Zack Snyder La celebrazione dell'eroismo, della lotta per l'indipendenza, del leggittimo uso della violenza in difesa della propria libertà è tema che il cinema sa trasfigurare in epica esaltante e lotta per la difesa del sè o del (proprio) bene contro contro il male (percepito come tale). Quest sono, per esempio, sensazioni che percorrono la mente alla visione di Conan il Barbaro del regista americano repubblicano John Milius, recitato dall'attore repubblicano (a suo modo) Arnold Schwarzenegger. Pur guardando con questo sguardo aperto a quest'opera è impossibile non cogliere un accostamento inaccettabile di degrado, vuota retorica, inutile violenza scagliata contro improbabili nemici troppo simili ai nemici inventati dai neocon oggi, perennemente in guerra contro il male assoluto (ovvero paesi con risorse strategiche). La (vera) storia di Sparta è crudele e spietata quanto basta per soddisfare i moderni appetiti più esigenti di violenza e crudo realismo. Del fumetto di Frank Miller sarebbe bastato prendere le atmosfere noir, rese benissimo dagli effetti di post produzione. La vera storia della battaglia delle Termopili, tramandata dallo storico Erodoto e dal poeta Simonide, è più eroica e avvincente di quella raccontata da Zack Snyder. Nel film gli spartani muoiono per uno sterile senso del dovere verso la patria che li sta tradendo, nella realtà Leonida sacrifica il minor numero possibile (sebbene dei più validi soldati) per ritardare l'avanzata dei Persiani verso le città greche. Nel film si rappresenta un'improbabile scissione tra "politici" e "militari" in Sparta, che invece costituivano espressione unitaria (come lo stesso Leonida). La rappresentazione di Snyder assomiglia molto di più ai politici USA, alla guerra del Vietnam e alle attuali guerre in Iraq e in Afghanistan che non alla battaglia delle Termopili e alle città stato greche. La sciocca corruzione dei costumi e la manipolazione politica (assente nel fumetto) della moglie di Leonida risponde più alle esigenze pruriginose di immaturi spettatori che non alla storia o alla necessità di realismo. E' evidente il parallelismo tra l'esistenza di una società corrotta e ingiusta ma libera (la nostra) ed una ignota ma pericolosa e aggressiva (quella araba-islamica) che dovrebbe spingere tutti a lottare fino alla morte per la distruzione dell'avversario. La presenza di un regista proveniente dal mondo degli spot e di una major quale la Warner Bros rendono più semplice pensare alla presenza di finanziatori occulti che lavorano per rendere più malleabile l'opinione pubblica verso le guerre imperialiste degli USA e della NATO. La gravità di una tale premessa fa passare quasi in secondo piano alcune cadute di stile (l'affettazione dei modi del re Serse, il politico traditore spartano che normalmente cammina con i soldi persiani in tasca, la voce iperbolicamente cavernosa di Serse, etc..). in foto: una statuetta spartana in bronzo, risalente al 500 a.c., raffigurante un guerriero
Rievocazione in stile noir della battaglia delle Termopili (11 agosto 480 a.c.), tratta dall'omonimo fumetto di Frank Miller (già autore di Sin city). Un sole nero manda la sua debole luce su quel mondo forse troppo simile ad una città del peccato che ad una nobile polis greca, qual era Sparta.
lunedì, aprile 02, 2007
La materia mistica Centochiodi di Ermanno Olmi C'è un uomo sapiente che rifugge la sapienza dei libri, è un uomo ricco che rifiuta la sua ricchezza, un uomo della città che l'abbandona per vivere sulle rive del fiume con la sua gente semplice. Forse è un nuovo Gesù anche se forse non è il figlio di un dio, anche se forse neppure il vero Gesù lo era. E' venuto per predicare una saggezza che non si impara dai libri ma dall'incontro con gli uomini. E' un uomo che ha colto l'inganno che si cela nei libri, capaci "di servire ogni padrone", ogni verità. Il tentativo di fissare la verità in una parola è un inganno e il luogo della verità non è la pagina "che teme la luce" ma la mano che emana calore. Olmi vuole dare l'addio al cinema narrativo cercando di stringere il concetto della verità come legame tra dio e gli uomini, lo fa con questo film, troppo condizionato esteticamente da quello di Zeffirelli (senza averne la potenza evocativa), a cui forse manca la forza e il coraggio per uscire totalmente dagli schemi iconografici (tramandati dai libri), per rompere anche simbolicamente con la tradizione dei dogmi e della retorica, per donare davvero un nuovo Gesù, molto più vicino all'uomo, pienamente consapevole della sua carne. Ma forse le immagini del Vangelo secondo Matteo di Pasolini sono impresse troppo profondamente nella mia mente per non farne un filtro troppo severo di sguardo e di giudizio.
Sulle rive della pianura padana del Po aleggia un misticismo che emana dalla materia. Una materia, plasmata dalla incessante generosità di un mondo contadino ingegnoso, assume contorni e sfumature che la rendono quasi metafisica. E' una sensazione che si prova guardando le luci, i colori surreali di Fellini che sono anche qui. Anche qui passa un battello illuminato a festa che sembra venire dal passato e destinato a rimanere nella nostra memoria. La natura povera di questa bassa viene fotografata con filtri blu che la smaterializzano e la rendono notturna, un luogo del nostro immaginario. La nebbia vera e quella filmica si confondono per confondere lo sguardo dello spettatore. La semplicità profonda dei caratteri dei personaggi di Avati è anche qui e lavora ancora a rendere vigorosi ed eroici le persone del popolo emiliano.
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18:33 | commenti (13) | cinema |