saletta Lumiere


lunedì, giugno 25, 2007

Il desiderio di vivere

Il matrimonio di Tuya

di Quanan Wang

Film vincitore dell'edizione 2007 del Festival di Berlino. Film di produzione Cinese, come il regista, originario dello Shaanxi. Ambientato in Mongolia, paese circondato dalle montagne a nord e dal deserto dei Gobi a sud, senza accesso al mare, in cui le temperature d'inverno possono raggiunegere anche i -50 gradi. Questa è la terra che ospita la storia di Tuya, anche lei circondata da uomini "aridi", da un lato il marito invalido a cui è legata più per senso del dovere che per affetto e da cui è costretta a separarsi per ottenere un sostegno da un nuovo marito e dall'altro da un pretendente immaturo e inconcludente, per cui prova un tenue amore. Una terra arida che sembra far inaridire anche i sentimenti o quantomeno li costringe ad espressioni flebili e controllate, prive del pathos occidentale. Tuya sembra essere l'unico essere vivente di questa landa inospitale, gli uomini sono comparse. E' un fiore ruvido ma pur sempre un fiore in un deserto. E non è un caso che sia una donna a incarnare questo ruolo. Il finale, circolare, aperto, inconcluso (come per il film vincitore di Cannes). Forse segno di un mondo senza certezze, in cui è impossibile asserire ma si può solo osservare, dove la prospettiva si incardina al presente, sfuggendo il futuro, su cui non si fanno predizioni. Un mondo, dove alla morte delle ideologie sembra seguire anche quelle delle idee. Quel che resta è solo l'insensato, ostinato, irrefrenabile desiderio di vivere.

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17:25 | commenti | cinema, berlino2007 |

giovedì, giugno 21, 2007

Ognuno in fondo ha perso dentro ai fatti suoi...

Little Miss Sunshine

di Jonathan Dayton e Valerie Faris

A prima vista potrebbe sembrare una difesa della famiglia ma la famiglia in questione è talmente bislacca (un nonno erotomane, uno zio omosessuale che ha appena fallito un suicidio, un padre che è stato appena silurato al lavoro, un fratello daltonico che non riuscirà a realizzare il suo sogno e una bambina grassottella che intende vincere un concorso di bellezza) da risultare piuttosto la rivincita del collettivo, della reciproca solidarietà che permette a ogni persona normale di superare i propri fallimenti, di uscire anche dalla logica vincente/perdente. E' anche un modo di ridefinire il concetto di vittoria e di sconfitta. Tanti caratteri diversi, funestati dai propri difetti che lo spirito di gruppo riesce a tenere insieme. Il richiamo che lo zio, studioso di Proust, fa all'oggetto dei propri studi è forse troppo semplicistico. Forse Proust non ha mai voluto enfatizzare le proprie sofferenze e sconfitte, molto più semplicemente ha riconosciuto il valore formativo di tutte le sue esperienze. E, cosa forse ancora più importante, ha scoperto quanta felicità ci sia nella proiezione della propria immaginazione e quanta povertà ci sia nel consumo dei desideri. Ma questo non è un film su Proust.. è molto meno, ma può bastare.

In foto: Marcel Proust

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18:50 | commenti | cinema |

lunedì, giugno 18, 2007

Ieri sera ho rivisto Eternal sunshine of the spotless mind

 -  (Joel) ma in te non riesco a vedere niente che non mi piace

 - (Clemenitine) ma lo vedrai, lo vedrai

...

 - (J) ok

 - (C) ok?

 - (J)) ok.

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11:48 | commenti (2) | cinema |

venerdì, giugno 15, 2007

Le incertezze americane

Paranoid park

di Gus Van Sant

Presentato all'edizione del sessantennale del Festival di Cannes, ne ha vinto il premio speciale. Ancora gli adolescenti al centro di questa storia, di sangue, sofferenza e incertezza (come in Elephant). Van Sant si avvale ancora della tecnica di ralenti e di un uso potente della colonna sonora per trasfigurare i personaggi.

Il senso di colpa americano sembra incarnarsi nella storia personale di Alex, adolescente "normale", normalmente figlio di separati, normalmente agiato, normalmente solo, normalmente inconsapevole della propria inquietudine. La guerra in Iraq (insieme alla povertà del mondo) torna spesso nelle parole dei protagonisti, sempre solo come metafora, come altrove, negazione, pretesto.

Alex si sente responsabile di un suo gesto, ma non colpevole fino in fondo. Cerca un modo di liberarsi da questo peso. Vive la sua sofferenza con poca percezione della realtà, in modo vago e sfumato (come il Blake di Last days). Il mondo gli arriva attutito e gli lascia solo incertezza. Vicino a lui niente e nessuno che possa aiutare a fare chiarezza. Un solo consiglio gli arriverà, e sarà un modo per esorcizzare senza espiare, senza capire. Sono gli USA, è il tempo dell'incertezza.

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13:47 | commenti (4) | cinema, cannes2007 |

mercoledì, giugno 13, 2007

L'ultimo sguardo

Le Scaphandre et le Papillon (titolo originale)
di Julian Schnabel

Presentato in concorso alla 60-esimo Festival di Cannes, premiato per la migliore regia.  Tratto dall'omonino libro autobiografico di Jean Dominique Bauby. 

Un'istante prima della fine, immagini, pensieri, sensazioni invadono la mente. Non è lo scorrere piatto e neutro della vita ma ne è il giudizio finale. Senza principi, leggi e doveri ma solo emozioni, sensazioni, sentimenti. A Jean Dominique Bauby, brillante giornalista, è stato concesso di dilatare questo sguardo sulla vita per un tempo più lungo. Il tempo per dare forma ai propri pensieri. Guardare e pensare al volto delle donne che non aveva saputo amare, gli amici che non aveva aiutato, le occasioni buttate via.  Ha potuto farlo quando il suo corpo si è fermato, quando gli erano restate solo l'immaginazione e la memoria. Ricordare per capire, immaginare per continuare a vivere. Unico contatto con il mondo il suo occhio sinistro (anche se la truccatrice a volte lo confonde), unico strumento di comunicazione la sua palpebra. Strumenti sufficienti per ricevere gli ultimi fotogrammi, dare gli ultimi commiati.

A tratti sembra accennarsi un'operazione di accanimento vitalistico, una sorta di antitesi di Mare dentro di Amenabar ma forse sono solo i necessari controcanti che preparano la strada al dispiegarsi pieno dell'esito inesorabile.

Julian Schnabel alterna lo sguardo in soggettiva di Jean  Do con il proprio di narratore. Le immagini sfocate e mosse sono gli ultimi sguardi sul mondo. La fotografia potente imprime forza al racconto di una vita vissuta, tra errori e mancanze ma sempre all'inseguimento della felicità. Schnabel usa l'azione della natura per dare energia e movimento ai pensieri e alle idee. Di particolare efficacia lo sfondo dei titoli di coda, in cui il cinema rende reversibile ciò che è irreversibile, riporta all'origine (alla nascita) ciò che è già morto. Il tentativo del cinema di rimettere in circolo le immagini che altri occhi hanno visto e che non vogliono essere dimenticate. 

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12:38 | commenti | cinema, cannes2007 |

martedì, giugno 12, 2007

Gatti, manga e follie in giappone

Funukedomo, kanashimino ai wo Misero (Titolo originale)

Funeke show some love, you losers (Titolo internazionale)

di Daihachi Yoshida

Film presentato alla sessantesima edizione del Festival di Cannes in rappresentanza della cinematografia giapponese. E' la storia di una famiglia di campagna giapponese che si autodistrugge. Una figlia desidera diventare attrice ed è disposta a qualunque compomesso pur di riuscirvi, la sorella distrugge la reputazione dell'aspirante attrice pubblicando la sua storia in formato manga, il fratello adottivo si lega incestuosamente alla sorella "attrice" maltrattando e disdegnando la propria moglie, i genitori muoiono per salvare un gatto. In questo quadro degradato si susseguono gesti di persecuzione e crudeltà familiare. Sullo sfondo lontano la società giapponese, improntata all'effimero succeso, una becera sessualità, esasperate manie feticiste, vuoti simulacri che annichiliscono.

Inserti digitali in post-produzione non sono sufficienti a dare al film nè slancio nè originalità. Privo della necessaria credibilità (funestato dall'iconografia di massa che forse intende avversare) per rendere autorevole la denuncia delle derive della società giapponese che forse testimonia involontariamente più di quanto prova a fare volontariamente. Se questo film fosse davvero espressione del cinema orientale allora si, sarebbe davvero morto (" Il cinema d'oriente è morto" di Pier Maria Bocchi su Film TV)... ma questa è tutta un'altra storia.

 

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17:58 | commenti | cinema, cannes2007 |

Più leggero dell'aria

Le Voyage du ballon rouge (titolo originale)

di Hou Hsiao-hsien

Al regista taiwanese è spettato l'onore di aprire la sessantesima edizione del festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, con la sua prima opera francese, realizzata "su commissione" del Museo d’Orsay di Parigi, dedicato ai capolavori dell'impressionismo e post-impressionismo. Il patto di commissione è rispettato filmando il quadro (presente nel museo) di Felix Vallotton Le ballon. Il film si ispira dichiaratamente al cortomegraggio Le ballon rouge (uscito in Italia con il titolo Il palloncino rosso) di Albert Lamorisse, vincitore della palma d'oro al Festival di Cannes del 1956 fra i cortometraggi e dell'Oscar per la sceneggiatura.

Opera eterea, al pari dell'elio che sospinge il palloncino rosso amico del piccolo Simon, priva di una vera e propria diegesi, frames debolmente concatenati che si susseguono come pennellate leggere a tratteggiare macchie di colore (post)impressionista. Ruba un pò della magia del film di Lamorisse, un pò di ambiguità e mistero del quadro di Vallotton per restituire accenni di suggestioni. La magia del cinema, il fascino di Parigi, il mistero della pittura. Con gli occhi limpidi di un bambino. Dove la leggerezza sconfina nell'impalpabile, evanescente effimero.

In figura: Le ballon (1899) di Félix Vallotton (1865-1925)

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16:51 | commenti | cinema, cannes2007 |

La seconda volta

Il vento che accarezza l'erba

di Ken Loach

Lo stesso schema narrativo di Terra e libertà viene trasferito per raccontare la rivoluzione irlandese. Pur partendo da un modello di grande efficacia la ripetizione ne svilisce l'impatto emotivo. Resta la piena condivisione (anche maggiore rispetto alla situazione spagnola) della visione di Loach che evidenzia le debolezze di una rivoluzione tutta interna ai rapporti di forza del capitalismo, sebbene parzialmente vittoriosa.

Il coraggio, il tradimento, l'amore, la morte sono gli elementi centrali su cui si sviluppa la narrazione, sullo sfondo la verde i Irlanda, i suoi prati, la sua birra, la sua gente semplice, i preti cattolici che svolgono un ruolo da collante identitario della popolazione ma sempre ben attenti a non appoggiare riforme in senso socialista.

A volte le immagini sembrano solo accompagnare una narrazione preordinata, senza occupare il centro della scena filmica ma questa forse è una pretesa eccessiva per un film che racconta egregiamente quel che pochi oggi saprebbero o vorrebbero raccontare.

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14:03 | commenti | cinema |

venerdì, giugno 08, 2007

Lo sguardo interrotto

4 Luni, 3 Saptamini Si 2 Zile (titolo originale)

4 Months, 3 Weeks And 2 Days (titolo internazionale)

di Cristian Mungiu

Il 60-esimo Festival di Cannes, presieduto da Stephen Frears ha assegnato a questo film rumeno la Palma d'oro. Il giovane regista usa uno stile asciutto, con poche concessioni all'affabulazione narrativa, sorprendentemente maturo. Lo svolgimento diegetico è piatto, le inquadrature sanno lavorare anche per sottrazione (tranne che nella scelta di mostrare il feto abortito), la luce è assente come la speranza e lascia la cupezza a regnare sulle vite di tutti. Sceglie una trama semplice ma che tratta in modo complesso fino ai limiti della contraddizione. E' la storia, ambientata ai tempi del regime di Ceausescu, di una sudentessa rumena che resta incinta e decide di interrompere la gravidanza, con colpevole ritardo. Se fosse un film sulla libertà e i diritti individuali delle donne avrebbe scelto male la protagonista che certo non può rappresentarli limpidamente. Se fosse un film contro la libertà di autodeterminazione della donna rappresenterebbe uno straordinario regresso politico ed etico.

Molto più probabilmente vuole essere un film di denuncia contro la repressione attuata da uno dei regimi socialisti più oscurantisti del blocco sovietico e cerca di usare con connotazione neutra una storia individuale drammatica. Le inopportune complessificazioni della trama (il ritardo nella scelta di abortire) e l'inaccettabile scelta dell'astensione del giudizio (se di questo si tratta) sull'interruzione di gravidanza rappresentano un diminuzione nella condanna al decaduto regime. Un regime corrotto e bigotto abbattuto dal suo popolo, unanimemente condannato dalla storia e dal consesso umano. L'attenzione di intellettuali dell'est (e non) a seppellire per l'ennesima volta il cadavere ormai decomposto dei passati regimi socialisti resta operazione ambigua, oltre che superflua. Se si esclude il valore di elaborazione della memoria (che necessiterebbe di ben altre riflessioni, presenti per esempio in A est di Bucarest di  Corneliu Porumboiu), queste opere (come recentemente Le vite degli altri) sembrano piuttosto orientate a distogliere lo sguardo dal presente, ad interrompere la coscienza critica dei popoli dell'est che oggi vivono spesso in condizioni più povere e degradanti del passato.

 

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17:18 | commenti | cinema, cannes2007 |

giovedì, giugno 07, 2007

Vite e morti di cinema

Quo vadis, baby?

di Gabriele Salvatores

Un noir ambientato tra Bologna e Roma, tutto giocato sulle citazioni cinematografiche (compreso il titolo che è una battuta di Ultimo tango a Parigi) e immerso nel liquido amniotico cinematografico. Ada sogna di fare l'attrice, per riuscirci è disposta a tuttto, vendersi, umiliarsi, plasmarsi. Nel frattempo si stona di droghe. Ma il mondo del cinema è spietato e per lei non sembra esserci posto. La tentazione morbosa di essere ripresa e guardata è insopprimibile, comincia a raccontare la sua vita ad una videocamera. Imprime su pellicola i suoi deliri da naufraga alla deriva. I nastri vhs diventano messaggi in viaggio verso il futuro. Chi cercherà  la verità dovrà cercarla nel mondo delle immagini. Ma il cinema è un mare, lo navighi in lungo e in largo, ti ci immergi fino alle profondità più oscure e senti che tutto può ancora accadere, che il più sia ancora da vedere. C'è il capolavoro del maestro Bertolucci, ci sono i nastri delle confessioni di Ada eppure qualcosa ancora sfugge, l'ultimo frammento di verità è ancora una volta un'immagine impressa su un nastro, dopo l'effetto nebbia di un canale non sintonizzato, dopo il nero  di un capolavoro di Fritz Lang (M il mostro di Dussendolf), ripresa per caso, senza intenzione, senza sceneggiatura, è il limite di contatto in cui cinema e realtà si toccano in dissolvenza incrociata, senza speranza di distinguersi e di riconoscersi. Una verità che nessuno ha visto mai, tranne un gatto bianco, unico testimone inconsapevole di un'immagine in cerca di occhi.

in foto: un'immagine di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci

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12:47 | commenti | cinema |

mercoledì, giugno 06, 2007

Una favola di mondo

Lady in the water

M. Night Shyamalan

Se ogni favola nasconde un pezzo di realtà questa sarebbe la storia di una vita (il custonde Cleveland Heep) che si è arresa difronte al male e cerca nella solitudine il rimedio al dolore. La solitudine ha bisogno di alte mura che la custodiscano, che siano impenetrabili ad ogni incontro, ad ogni emozione (il condomino "the Cove"). Una costruzione ben fatta è davvero impenetrabile purchè non si sia commessa la distrazione di lasciarvi all'interno un richiamo (la piscina) al mondo dei sogni (il mondo Azzurro). Si sa, i sogni sono abitati da esseri (la narf Story) capaci di minare le più solide certezze. Sono esseri che vivono nella nostra memoria e si nutrono dei nostri ricordi, ma vivono un loro vita che a volte è impossibile riconoscere. Eppure sono esseri anche fragili, continuamente minacciati dal male (lo scrant). Solo una rinnovata alleanza tra uomini che hanno disimparato a riconoscersi può permettere ai sogni di continuare a vivere, interrompere la solitudine distuggendo i muri che la proteggevano.

Il regista di The village prosegue il percorso nel mondo dei simboli e delle metafore, guai a giudicare con troppa razionalità... il critico freddo e analitico è l'unica vittima del film.

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19:44 | commenti (1) | cinema |

Quello che non sei

The black Dahlia

di Brian De Palma

Tratto da un romanzo di James Ellroy, ispirato ad una storia realmente accaduta. Un poliziotto (Lee Blanchard) che nasconde il frutto di un gesto di corruzione, un'amabile compagna (Kay) che nasconde un passato da prostituta in mano ad un boss della mafia, un altro poliziotto (Bucky Bleichert) che ha venduto un incontro di box, una rampolla della società (Madeleine Linscott) bene che nasconde morbose tendenze sessuali e assomiglia terribilmente alla starlette Elizabeth Short (la Dalia nera) ritrovata uccisa e terribilmente torturata.

Un concatenazione di riflessi e rimandi che "buca" tutti i personaggi che vengono legati in un filo nero di perdizione. Un noir ambientato nella Los Angeles dell'immediato dopoguerra in cui mafia, perversione, inganni e tradimenti dominano incontrastati. Nessuno è come appare, il passato domina il presente, rendendolo marcio. Ogni slancio di verità è destinato ad affondare nel fango della corruzione.

Un noir, dalla trama forse non compiutamente svolta, in cui le immagini "old style" fanno ribollire un magma nero di peccato che acceca.

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17:15 | commenti | cinema |

La giustizia yankee

The road to Guantanamo

di Michael Winterbottom, Mat Whitecross

Una docufiction che ripercorre le tappe dell'odissea di alcuni ragazzi britannici di origine pakistana incappati nelle maglie della giustizia yankee che li ha portati nel lager di Guantanamo, la prigione illegale costruita dagli USA su un lembo di terra di Cuba, strappata ai cubani.

In questo carcere tre ragazzi sono rimasti per oltre due anni, privati di ogni elementare diritto di difesa, sottoposti a torture di ogni tipo. Alla fine i malcapitati verranno liberati perchè contro di loro non vi era alcuna prova.

Gli Stati Uniti alimentano il terrorismo con le loro guerre di aggressione finalizzate allo sfruttamento di terre e popoli, sfruttano il terrorismo per scatenare sempre nuove guerre di aggressione, le guerre di aggressione le chiamano guerre di difesa della pace e della civiltà occidentale, in nome di queste uccidono e torturano.

Se la denuncia di questi fatti avesse un valore questo film avrebbe dei meriti indubbi; in un mondo surreale in cui le parole perdono senso, la realtà tende a svanire la visione di quest'opera lascia un profondo senso di vuoto. 

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16:09 | commenti (2) | cinema |

Una guerra capitale

Flags of our fathers

di Clint Eastwood

A sospingere l'eroica difesa di Stalingrado fu il lavoro dei sovietici, animati dagli ideali del comunismo e della patria, in Giappone fu l'onore personale che rimandava alla trascendenza dell'imperatore, negli States la vittoria della seconda guerra mondiale era soprattutto un'affare di dollari da reperire tra i civili che la guerra non la facevano. Gli ideali degli USA necessitavano di un simbolo che li rappresentasse. Quando in un simbolo c'è una persona occorrerebbe preferire persone morte, i viventi mal si dispongono a questo ruolo. La materia viva è per sua natura antieroica. E' in questo impasto impuro che affonda la lama di di Eastwood, la ferita che ne emerge ha i margini incerti e indecisi. E' nella terra di mezzo, in cui il bene e il male si toccano fino quasi a confondersi che agiscono i personaggi di questa storia, come spesso accade a questo regista. Il capitalismo non permette ideologie e quando ci prova diventa grottesco e crudele. Nella patria del capitalismo gli uomini continuano a vivere; l'uomo è l'invariante che costituisce il nucleo della narrazione  di Eastwood. L'uomo è l'elemento di unificazione, il punto di contatto e di dialogo. E' un umanesimo costruito per sottrazione, non si innalzano le innate qualità dell'uomo; è uno scavo lento e silenzioso nella terra per ritrovare l'essenza dell'uomo, fatto schiavo e umliato dai falsi dei che egli stesso ha creato, siano essi nei cieli o nelle banche.

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15:43 | commenti (2) | cinema |