martedì, novembre 27, 2007
Il tempo ritrovato Meduse di Etgar Keret, Shira Geffen Etgar Keret e Shira Geffen restituiscono le immagini, i colori, i sogni a chi credeva di averli persi. La pellicola sgranata degli 8 mm, i colori accesi e vivi delle vecchie pellicole che il tempo va spegnendo. Giù nel profondo bisogna scendere per ritrovare il tempo rubato. Seguendo il fluido delle immagini. Si smarrisce il tempo, sfuggono i luoghi che diventano lontani, nella mente prima ancora che nello spazio. I luoghi acquisiscono senso solo attraverso gli esseri che li abitano e lo perdono al loro svanire. Israele non esiste, non può esistere un luogo tanto crudele da inghiottire Joy. Le parole avvicinano chi si cerca, Joy a suo figlio, la scrittrice alla sua fine. Risuonano vuote per chi non ha passione: le stesse parole della lettera d'addio sono piatte e vane quando sembrano dette dalla giovane sposa Keren eppure così tremende e dense quando pronunciate come lettera d'addio. Infine sono inutili per chi ha ritrovato i sogni del suo passato, come Batya o compreso, d'un tratto, i propri errori, come l'anziana madre. Le immagini sanno spiegare tutto, sanno fare a meno del diegetico. Sanno essere archetipi e "categorie kantiane dell'inconscio", individuali e trascendentali. In attesa del prorio uomo dei gelati la deriva porta lontano. I sogni s'inabissano nelle acque profonde della memoria. Chiamano senza parole, alla ricerca del tempo perduto.
Tutto diventa immagine. Anche l'amore negato, perduto. C'è un'immagine per tutto. Etgar Keret e Shira Geffen ricostruiscono il liquido amniotico in cui nuotano i ricordi, i desideri, le paure. Batya ha perduto il suo essere bambina, neppure una fotografia a ricordarle quel tempo. Le immagini registrano la volontà di arrestare il tempo, il bisogno di ricordare, la consapevolezza delle incertezze future. Ma Batya conserva ancora un ricordo, uno solo. E' l'uomo dei gelati. E' una promessa non mantenuta. E' la sua vita da "adulta" che comincia così. C'è un posto dove finiscono i sogni non realizzati, gli amori naufragati? Sotto le navi, sotto la superficie del mare, negli abissi profondi dove sono solo le meduse. E' lì che stanno. E' lì che Jean Vigò farà incontrare Juliette a Jean. E' lì che troveremmo l'anima di Vigò che sulle sponde del fiume lasciò i suoi ultimi mesi di vita per l'Atalante.
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17:19 | commenti (2) | cinema, cannes2007 |
Un'inizio Replay di Giorgio Grasso Al Politecnico-Fandango è in visione questo film, opera prima del giovane regista Giorgio Grasso. Il film è stato girato in digitale, con una AG DVX 100 Panasonic, e viene proiettato in video. Per la distribuzione del film si è utilizzato il sistema delle prevendite, sfruttando fortemente anche le potenzialità di networking della rete. La produzione è della FantaProduzioni in joint venture con il filmaker, i costi di produzione sono risori rispetto ad un film in 35 mm ma, comunque, non trascurabili in assoluto (35 mila euro). E' la storia interiore di Stefano che vive drammaticamente l'abbandono della sua ragazza che appare totalmente insensibile alla sua pena, Stefano arriva a desiderare disperatamente che anche lei senta le sofferenze che lui ha provato. Una sensazione che, credo, ha attraversato la mente di molti. Ma dopo Stefano deve affrontare il senso di colpa da cui uscirà più sconfitto che dall'abbandono. E' anche una storia di cinema indipendente che cerca di uscire dal monopolio delle grandi distribuzioni e dalle strettoie dei 35 mm. Il Politecnico, in ragione del buon afflusso da parte del pubblico ha deciso di prolungare il periodo di diffusione.
lunedì, novembre 26, 2007
Ken, forse hai ragione tu In questo mondo libero di Ken Loach E' con queste sensazioni che si può guardare questo film che indaga i nessi emotivi di vittime che diventano carnefici, esempi del cannibalismo di questo sistema economico. E Loach ci riesce perfettamente, delineando abilmente le connessioni familiari, i comportamenti sessuali e gli atteggiamenti sociali di chi interpreta, anche suo malgrado, i ruoli assegnati dagli attuali rapporti di forza tra le classi. Ovviamente la comprensione in nessun caso può diventare giustificazione. in foto: the workers party (2003) di Scott Hansen
Avrei voluto, dovuto cominciare a scrivere queste righe insistendo sull'idea che un buon film non può essere didascalico e l'intento didattico non può esorbitare la cifra stilistica. Eppure il mondo si incarica di farmi dubitare e riflettere su questa impostazione. Ormai gli individui hanno introiettato i virus più aggressivi del capitalismo. Ormai non si cerca di sconfiggere il male (la povertà, la precarietà, lo sfruttamento) ma di arginarlo, contenerlo in forme non mortali. Milioni di uomini e donne sembrano rassegnati al destino che l'attuale fase del capitalismo ha disegnato e riservato, hanno smesso di lottare per i diritti che realmente spettano a loro e alla loro classe e reclamano ammortizzatori, tutele e sostegni.
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11:47 | commenti (2) | cinema, venezia2007 |
15 minuti d'amore Factory girl di George Hickenlooper Questo tentativo viene fustrato da incerta collocazione del film che non riesce centrare efficacemente nè la dimensione politico-culturale di quegli anni nè a restiture il dramma dei protagonisti. Warohl scoprì la magia della plastica ma questo non autorizza a fare un film su di lui con una recitazione di plastica, fredda e informe. L'unico risultato che riesce a cogliere è l'estensione di una condanna, asettica, di Warohl. Tuttavia gli elementi del dramma sono disposti con ordine, per chi conosce o riesce ad immaginare il contesto di quegli anni, il carattere autodistruttivo dell'idea di Warohl, dell'arte che riflette su se stessa, del mondo che si guarda allo specchio e si riscopre con orrore. Edie Sedgwick, dopo aver abbandonato New York e Warohl, un anno in una casa di cura per disintossicarsi, un matrimonio di pochi mesi con un paziente incontrato lì, muore per overdose. Aveva 28 anni. in foto: locandina di Chelsea Girl (1966)
Il film cerca di ripercorrere la parabola di di Edie Sedgwick, una giovane ragazza giunta dalla provincia americana a New York, sul finire degli anni '60. Edie, ricca ma non fortunata, porta in sè i segni della violenza subita da bambina e sembra essere sempre in cerca dell'amore perduto. Warohl le offre il debutto nei meravigliosi anni '60. Il successo e la fama la bruciano e la corrodono, le droghe la destabilizzano, i film la svuotano dentro.
lunedì, novembre 05, 2007
Genialità fatta cinema Stanley Kubrick. Mostra al palazzo delle Espozioni 6 ottobre 07>6 gennaio 08 Nella sala dedicata a 2001: Odissea nello spazio viene ricostruito il meccanismo della proiezione frontale che Kubrick mise a punto per quel film. In una sezione ad hoc vi sono gli obiettivi usati dal registi, tra cui uno fatto appositamente modificare per le riprese a lume di candela di Barry Lyndon. C'è la testimonianza di Spielberg che porta a termine, con A. I., un progetto iniziato da Kubrick, così come si apprende dell'interruzione delle lavorazioni di un suo film, dovuta alla precedente uscita di Schindler's list. Per gli amanti della teoria del complotto sull'allunaggio vi sono notizie interessanti sulla collaborazione con la NASA, sia per l'uso di lenti sia per comunanza di uomini tra i suoi film e l'ente spaziale americano. E' una mostra su un genio fatto cinema.
Al Palazzo delle Esposizioni è possibile visitare una grande mostra che ripercorre diacronicamente la vita cinematografica di Kubrick, dai suoi esordi da giovane filmaker del Bronx, fino alla sua ultima opera incompiuta (Eyes wide shut). E' possibile percepire la sua cura dei dettagli, la profonda conoscenza tecnica, la perseveranza e la dedizione. Si può capire come il film sia opera di ingegno e di manifattura, d'arte e d'economia, che richiede capacità d'analisi e di pianificazione. Di tutto questo Kubrick era dotato in misura eccezionale. Per ogni film è possibile vedere oggetti di scena, sceneggiature, piani di lavorazione, valutazioni economiche e rapporti con la censure, seguendone anche dei backstage particolarmente illuminanti.
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15:12 | commenti (12) | opinioni, cinema |