saletta Lumiere


mercoledì, gennaio 30, 2008

Il rasoio della ragione

Sarabanda

di Ingmar Bergman

A quattro anno dalla sua morte il maestro svedese lascia la sua ultima opera. La forma di testamento sembra inequivocabile. Il protogonista, Johan, (lo stesso di Scene da un matrimonio, ancora insieme a Liv Ullmann) ha la stessa età di Bergmann. Johan è la radice di un albero famigliare squassato dai rancori. Ogni rancore ha un'origine chiara, razionale, analitica. Ogni rancore provoca una separazione. Al termine della (sua) vita ognuno è solo. La divisione si propaga come malattia. Sembra il frutto malevolo della libertà e dell'intelletto. Al termine dei suoi giorni a Johan  non è risparmiato l'insulto della solitudine e dell'angoscia della morte, e a nulla saranno valsi gli sforzi di una vita di separazione dal mondo. E cercherà infantilmente il calore di un altro corpo come rimedio alla sua angoscia. Il suo male si propaga ai suoi prossimi in forme sempre diverse. Henrik è dominato dalla morbosità e dall'impotenza di accettare una separazione. Karin sembra incapace di decidere della propria vita e sottrarsi all'abbraccio morboso del padre. Marianne si è inconsapevolmente separata dalle sue figlie. Tuttavia spetta alle donne, a Karin e a Marianne in particolar modo far crollare il castello di costruzioni mortali costruite dagli uomini. Sarà Marianne a ricercare Johan dopo 32 anni di silenzio, sarà Karin ad abbandonare l'incestuoso rapporto paterno. E' un'opera senza scampo, con pochissime speranze di salvezza, soprattutto per chi ha edificato la propria vita sull'uso preminente della ragione. Ritorna l'eterno tema dell'arte. L'arte non è scissa dall'ossessione, unisce e separa gli uomini, costruisce e distrugge ma in fondo forse è l'elemento più solido che resiste agli attacchi del tempo e degli uomini. E' un testamento lucido e crudele, che si pone l'interrogativo della morte, e suppure sa di non poterla sopraffare non indietrieggia di un passo.

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16:40 | commenti (1) | cinema |

lunedì, gennaio 21, 2008

le mani che inseguono lo sguardo

ore 5.35. tangenziale est

di pasquale d'aiello

E' impossibile giudicare una propria opera. E infatti non lo farò. Mi limiterò a parlarne come si può parlare di un amico un pò matto a cui si vuole bene, di cui si conoscono i difetti ma con la voglia di perdonarli. Dopo anni di critica cinematografica ho voluto provare l'esperienza della regia, realizzando questo cortometraggio che aveva il magnifico e terribile compito, che hanno tutti i primogeniti, di segnare una strada, pagnado il prezzo delle ingenuità, dell'inesperienza ma con l'orgoglio di raggiugere la meta incerta.

Ho voluto raccontare una storia semplice. La prima notte, dopo la fine di un amore. Il girovagare per la città per sfuggire e ritrovare. I luoghi che parlano, raccontano la nostra storia. I segni che diventano simboli e parole. La memoria che si addensa nelle strade, nelle piazze. Raccontare attraverso i luoghi di Roma e scoprire che conservano ancora la memoria comune. La condivisione di un ricordo è una forma laica di immortalità. Forse non è materia così semplice ma il cinema corre, scorre, sfugge, si trasforma e parla da sè anche contro la nostra volontà.

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20:00 | commenti (3) | opinioni, cinema |

Un tornante della storia

Signorinaeffe

di Wilma Labate

La marcia dei 40 mila nel 1980, la firma dell'accordo da parte dei sindacati, che prevedeva la cassa integrazione per 23 mila operai sono davvero un tornante della storia. Da quel momento inizia un declino del movimento operaio che a tutt'oggi non accenna a fermarsi. Certamente il declino è planetario (Reagan, la Tatcher, Craxi, etc...) e quel fenomeno non ha il valore di causa ma di sintomo. E' la manifestazione plastica dell'inizio della sconfitta degli operai. Chi ha vissuto quei giorni sulla barricata che separava la piccola borghesia e il capitalismo trionfante dal proletariato e dal mondo del lavoro perdente ha provato le sensazioni del crollo di un mondo e di una rivincita che era iniziata nel '68. Questa storia racconta di tutti e due i versanti. Le paure, le incertezze e le delusioni degli operari. L'arroganza degli amici dei padroni che vedevano finalmente la vittoria a portata di mano. E' anche la storia di chi era a metà del guado, di chi viveva la divisione di classe come separazione interiore. Quando la storia passa accanto alle persone chiede scelte radicali, chiede di pagare i propri conti sospesi e sembra togliere il fiato e forse anche la ragione. Per chi sente forte la sua appartenenza di classe e non intende tradirla la scelta è chiara. Per quel mondo di mezzo costituito dai bassifondi della piccola borghesia (in atto o in potenza) si apre invece una scena di vergogna e tradimenti, compromessi e lacerazioni che la storia si incaricherà di valutare. Ad ognuno il premio del proprio tradimento, salvo poi scoprire quanto poco, a volte, venga ripagato.

Marx sosteneva correttamente che è l'essere sociale a costituire l'essere politico, la regista fa propria questa lezione, con un'intelligenza che evita sciocchi clichè e generalizzazioni che la borghesia da troppo tempo usa per disarticolare il pensiero e gli strumenti del movimento operaio.

...

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.

...

da "la storia siamo noi" (scacchi e tarocchi, 1985) di francesco de gregori

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19:38 | commenti | cinema |

La forma delle cose

La promessa dell'assassino

di David Cronenberg

Cronenberg punta su una storia, tutto sommato, semplice anche se intrisa di violenza e drammaticità. Il tratto di Cronenberg è ravvisabile nella manifestazione del macabro, dell'orrore e della violenza. I particolari non solo non sono risparmiati ma sono l'essenza della sua forma film. Nel momento in cui lo spettatore è costretto a guardare il dettaglio macabro, allora si realizza l'accordo, il patto con il regista. Ci si è intesi su quale debba essere il piano del racconto. Sembra che Cronenberg dica: caro spettatore, uno stupro, un assassinio sono uguali ad un altro e non varrebbe la pena di raccontarli se tu non potessi sentirli tuoi. L'orrore funge da ponte, permette l'assimilazione del dolore.

E' sempre la forma l'ossessione di Cronenberg. Nel suo film esiste il bene e il male, la loro identità è netta ma è il loro manifestarsi che costituisce il nucleo del mistero. Nel momento in cui la menzogna persegue la verità, la violenza si piega al bene, l'individuo si scioglie nel collettivo allora inizia il fascino della vita e della realtà.

E' l'URSS con i suoi abitanti-naufraghi che fornisce il materiale umano per raccontare questa storia. Le loro contraddizioni tra pubblico e privato, le loro ossessioni tra essere e avere costituiscono i due poli tra cui innescare la dialettica della vita. Quello è un mondo di valori iperbolici e di tradimenti bassissimi, un mondo che non esita a mettere in gioco la propria carne, sia per i voli più temerari sia per sprofondare nel baratro più nero. E' il mondo di Cronenberg.

 

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17:53 | commenti (2) | cinema |

lunedì, gennaio 07, 2008

Anche il cinema sbaglia

i peggiori film del 2007 (in ordine cronologico)

La guerra dei fiori rossi di Zhang Yuan

il made in china che non funziona.

300 di Zack Snyder

il cinema arruolato nelle guerre imperialiste, travestite da guerre di civiltà.

L'uomo privato di Emidio Greco

se non si hanno grandi messaggi si può affidare alle immagini il compito di parlare. se le immagini sono silenti l'effetto è disastroso.

Un'altra giovinezza di Francis Ford Coppola

a rigore non dovrebbe essere annoverato tra i film brutti ma un film così inutilmente barocco, che a volte sfiora l'ironia involontaria fatto da Coppola... provoca stupore.

Factory girl di George Hickenlooper

i film non si fanno con la plastica.

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18:17 | commenti (12) | opinioni, cinema |

venerdì, gennaio 04, 2008

Filmare la morte

tra Rivette e Pontecorvo

Solo ora riesco a scrivere di questo episodio, occorsomi diversi anni fa. Il tempo ha reso meno vivido il ricordo di quei momenti, liberandomi da quella consegna al silenzio che quasi inspiegabilmente mi ero imposto. Ho rintracciato in una vecchia e famosa polemica tra Rivette e Pontecorvo gli elementi che crearono i miei dubbi, che nacquero improvvisi, senza mediazione, come il frutto della mia coscienza intellettuale.

Ero intervenuto ad una piccola riunione di carattere politico-culturale. Tra i partecipanti alcuni amici, qualche viso noto ma anche qualcuno sconosciuto. Ad un tratto un uomo, poco sopra la quarantina, si allontana dalla sala della riunione. Non mi accorgo subito della sua assenza ma ad un tratto ci sentiamo chiamare, un suo amico ci invita a chiedere soccorsi. Quel malore improvviso che l'aveva colto, non sembrava più uno sciocco calo di pressione ma qualcosa di molto più serio che non accennava a passare, anzi peggiorava rapidamente. Quando lo guardai in volto non ero più certo che fosse cosciente. Chiamammo l'autoambulanza. La via in cui ci trovavamo era piccola, incuneata tra strade più grandi, ad un solo senso di marcia. Nel terrore di perdere anche solo pochi minuti alcuni di noi ci precipitammo nelle strade laterali per intercettare i soccorsi e condurli il più rapidamente possibile dal nostro compagno. Nei minuti di attesa balenavano le ipotesi più disparate, portarlo via in macchina, chiamare altri soccorsi, ma c'era il rischio di perdere ulteriore prezioso tempo. Capivamo che era questione di vita o di morte. Infine i soccorsi arrivarono ma non ci fu più niente da fare. Quell'uomo era già morto. Stroncato da un ictus. Frugammo tra le sue cose per trovare gli indirizzi dei suoi parenti, oggetti che involontariamente guardavamo rivelavano tracce di una vita piena di prospettive, di attesa di un futuro che non ci fu. Quegli oggetti aprivano degli squarci nella vita di quella persona a me totalmente sconosciuta. La conoscenza di quei fatti unita a quell'intimità e vicinanza che m'aveva dato l'essere presente alla sua morte mi indussero a partecipare ai funerali di quella persona di cui non conoscevo neppure il nome.

I funerali si svolgevano al Verano, in forma laica. Nel sala del tempietto egizio, difronte alla bara chiusa i suoi amici lo ricordavano, dai diffusori usciva la musica che loro amavano ascoltare e suonare. Appena arrivato cercai subito un angolo nascosto in cui poter rendere la mia insignificante testimonianza senza interferire con il dolore delle persone che l'avevano conosciuto e amato. Ma questo non fu possibile. Appena arrivato una persona che mi conosceva, sapendo del mio minor coinvolgimento emotivo in quel momento rispetto ad altri intervenuti e ricordando delle mie velleità di operatore di ripresa mi chiese una cortesia, a nome della famiglia del defunto. Una sorella del compagno morto viveva in un paese lontano e non aveva fatto in tempo a partecipare ai funerali ma desiderava avere un ricordo di quel momento. Mi chiesero di riprendere la cerimonia funebre.

Nella mia mente questa idea mi parve subito qualcosa di incredibile, innaturale. Avrei voluto rifiutare, pensavo, con immediatezza, senza ulteriori riflessioni, che non si poteva riprendere il dolore. Era una materia che sfuggiva per sua natura alla resa visiva. E semmai ciò fosse possibile sarebbe avvenuto a danno del reale. Sentivo che non avrei potuto "rendere" il dolore senza invadere (e quindi offendere, oltraggiare) il dolore stesso e chi lo provava. Era una cosa che offendeva la mia sensibilità e mai l'avrei fatta, se non fosse che il rifiuto avrebbe causato un'ulteriore sofferenza a chi me lo chiedeva. Mi rendevo conto che in quel luogo era l'unico che avrebbe potuto farlo. E lo feci.

Nella mia mente correvano rapide e improvvise alcune domande e congetture a cui mai avrei creduto di dover rispondere. "Fin dove è lecito avvicinarmi?", "posso avvicinarmi alla bara, come tutti gli altri amici?", "se facessi uno zoom, cosa penserebbe sua sorella?", "vedrebbe la vera sofferenza sul volto di chi e' qui, ma capirebbe anche che la mia intenzione era proprio quella", "intuirebbe che la mia presenza non è affatto neutra, vedrebbe quello che io voglio farle vedere, nel modo in cui io voglio che lo veda","se evitassi di inquadrare il volto dei genitori, le eviterei un'inutile strazio", "se faccio una panoramica sul cerchio dei presenti le darò l'esatta percezione dello spazio, di chi è intervenuto, dei movimenti corporei che parlano più delle parole", "qual e' l'utilità di questo filmato?: capire? ricordare? partecipare?"

Inutile dire che ognuna delle mie scarse capacità tecniche mi sembrava un virtuosismo offensivo. non riuscivo a capire perchè lo pensassi ma era quello che pensavo. Sapevo anche che tenere la telecamera fissa sulla bara sarebbe stato una sorta di omissione rispetto alla richiesta fattami. Privo di una precedente elaborazione analitica, dopo qualche minuto di frastornamento, scelsi una via che mi paresse moralmente sostenibile. Evitai di muovermi eccessivamente nello spazio come forma di rispetto per chi era lì. Limitai quasi del tutto l'uso dello zoom che in quanto espediente tecnico mi sembrava offuscare la realtà , evitai del tutto i primi piani ed i primissimi piani in quanto mi parevano violazioni voyeuristiche dell'intimità, cercai posizioni che permettesero di riprendere l'insieme dello spazio, i movimenti panoramici che feci avvenivano senza soffermarsi sui volti ma solo per dare l'idea complessiva dei corpi nello spazio. Quando la commemorazione finì, esitai nel chiedere se desideravano che montassi il filmato ma non lo feci, anche quello mi sembrava un artificio che non poteva applicarsi al dolore.

Tutte queste cose non le elaborai istantaneamente e, comunque, non gli diedi mai una forma razionale fino a quando non lessi l'articolo di Rivette che commentava Kapò di Pontecorvo. L'articolo comparve sul n. 120 dei "Cahiers du cinéma", nel giugno del 1961, era intitolato "Dell'abiezione". Rivette partiva dall'assunzione dell'ipotesi sintetizzata da Moullet: "la morale è una questione di carrellate". Egli rilevava che nella scena del film in cui Riva si suicida gettandosi sul reticolato elittrificato, il movimento di carrello in avanti che porta il corpo dell'uomo ad essere inquadrato dal basso, con la mano protesa in avanti che si colloca in un angolo dell'inquadratura finale fosse qualcosa di aberrante, profondamente immorale e meritevole del più profondo disprezzo. Nella lunga polemica che ne seguì Pontecorvo spiegò con più precisione quale fosse stato il reale movimento della MdP, ma il senso della polemica rimase inalterato.

Non può sfuggire che la rappresentazione attraverso un film di finzione obbedisce a leggi diverse da quelle che dovrebbero regolare la situazione in cui io mi trovai, tuttavia sono fortissime le similitudini che permangono. Il caso di Kapò è sempre stato messo in relazione con il film di Resnais "Notte e nebbia", in quanto entrambi hanno affrontato il medesimo tema. Con la fondamentale differenza che Resnais operò in veri campi di concentramento, sebbene subito dopo la loro liberazione. Facendo scelte profondamente diverse da quelle di Pontecorvo, utilizzando prevalentemente i piani sequenza.

Non è questa, nè potrebbe esserla, la sede in cui fondare una morale cinematografica, nè affermare se essa sia basata esclusivamente sulla messa in scena, assoluta e trasversale a tutte le culture, come affermavano i giovani turchi, o dipendente dalle singole culture e dai contenuti diegetici. Volevo testimoniare della mia personale verifica della profonda potenza morale del cinema e dei suoi strumenti, attraverso il confronto con il più terribile degli eventi.

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18:25 | commenti (6) | pensieri, opinioni, cinema |

giovedì, gennaio 03, 2008

Orgoglio e pregiudizio

Transamerica

di Duncan Tucker

Coniugare le debolezze che il pregiudizio degli altri infligge, con la forza dell'orgoglio della propria identità. E se la propria identità non è compresa nel pacco regalo che la natura riserva ad ognuno non è cosa di poco conto. E' questo che riesce a fare Bree, protagonista di questa pellicola, uomo che decide di diventare totalmente donna.

Tucker riesce a maneggiare la materia senza cadere nella morbosità eppure  si parla di adolescenti impegnati in film hard, di violenze familiari, di omosessualità. C'è la chiusura diegetica, la sintesi ma non l'happy end. E' possibile trarre messaggi ma non c'è didascalia. Diceva Proust: un'opera in cui vi sino teorie è come un capo da cui non sia stato staccato il cartellino. Questo film lo si può indossare tranquillamente, senza incorrere in questo rischio.

E per un film statunitense questo non è certo poco. E non si dica che qui siamo antiamericani.

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16:14 | commenti | cinema |

10 fotogrammi del 2007

i miei migliori film del 2007 (in ordine cronologico)

Cuori di Alain Resnais

da bambino mi dicevano che la neve protegge il grano. mi sembrava un paradosso, ancora oggi non so se sia vero. ma a guardar la vita sembrerebbe proprio così.

D'inverno il sole stanco
a letto presto se ne va
non ce la fa più
non ce la fa più
la notte adesso scende
con le sue mani fredde su di me
ma che freddo fa
ma che freddo fa
basterebbe una carezza
per un cuore di ragazza
forse allora sì - che t'amerei.
Mi sento una farfalla
che sui fiori non vola più
che non vola più
che non vola più
mi son bruciata al fuoco
del tuo grande amore
che s'è spento già
ma che freddo fa
ma che freddo fa
tu ragazzo m'hai delusa
hai rubato dal mio viso
quel sorriso che non tornerà.
Cos'è la vita
senza l'amore
è solo un albero
che foglie non ha più
e s'alza il vento
un vento freddo
come le foglie
le speranze butta giù
ma questa vita cos'è
se manchi tu.
Non mi ami più
che freddo fa
cos'è la vita
se manchi tu
non mi ami più
che freddo fa

Le luci della sera di Aki Kaurismaki

perche', in fondo, ognuno ha perso dentro i fatti suoi...

The departed. Il bene e il male di Martin Scorsese

quod me nutrit me destruit. Dell'impossibilità del mondo di fare a meno del male.

Letters from Iwo-Jima di Clint Eastwood

e scoprire che il tuo nemico è fatto della tua stessa materia. Il pistolero dagli occhi di ghiaccio usa la MdP come una Colt, per giustiziare e per graziare.

Paranoid Park di Gus Van Sant

se è vero che l'ontogenesi può riassumere la filogenesi, guardare la mente di questi giovani potrebbe risultare illuminante sullo stato dell'impero.

Cleopatra di Julio Bressane

perchè l'essenziale è invisibile agli occhi.

Fidel racconta il Che di Gianni Minà

I veri (marxisti) comunisti non ascoltano le ragioni del cuore ma hanno a cuore la ragione.

The vanishing point di Laurent de Bartillat

Ci sono particolari che possono raccontare un mondo ma non sono destinati al mondo. 

...e qui lo lascio per ogni volta che lo vorrai sentire ed é
solo per te e per chi lo sa capire  

Meduse di Etgar Keret, Shira Geffen

provare a immergersi nei propri sogni, nei ricordi. E trovare un mondo in cui completare il gesto interrotto, ritrovare chi è andato dimenticandosi di tornare.

E buonanotte a tutti i sognatori

 ...

e poi a quelli che non ritornano

.... 
poi a quelli che non salutano
certo lassù forse lassù
sono capaci di non dormire mai più
...
chissà se in cielo passano gli who
chissà se in cielo passano gli who
chissà che nome d'arte avrà il dj
se sceglie sempre e solo tutto lui
se prende le richieste che gli fai

Il passato di Hector Babenco

si fa presto a cantare che il tempo sistema le cose
si fa un pò meno presto a convincersi che sia così
io non so se è proprio amore:
faccio ancora confusione
so che sei la più brava a non andarsene via
forse ti ricordi
ero roba tua
non va più via l'odore del sesso che hai addosso
si attacca qui all'amore che posso che io posso
e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa
ed appena finito ognuno ha ripreso le sue
tu che dentro sei perfetta
mentre io mi vado stretto
tu che sei così brava a rimanere mania
forse ti ricordi
sono roba tua
non va più via l'odore del sesso che hai addosso
si attacca qui all'amore che posso che io posso
non va più via l'odore del sesso che hai
addosso si attacca qui all'amore che posso che io posso
non va più via davvero non va più via nemmeno se...
non va più via


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13:14 | commenti | pensieri, opinioni, cinema |