lunedì, febbraio 25, 2008
Libertà contro mediocrità Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio Il regista Franco Elica assiste allo sgretolamento della sua vita e del suo fare cinema, che sembrano corrispondersi e riflettersi. Condizionato e mortificato dalla religione e dalle convenzioni sociali ed economiche. Decide di fuggire in Sicilia ma anche qui si ripresentano le stesse dinamiche da cui era fuggito. Ma sembra trovare il coraggio di reagire e riprendersi la sua anima. Il cinema e la vita restano metafore reciproche. Bona vuole fare un mediocre matrimonio, socialmente accettabile. Franco che avrebbe dovuto essere il regista delle riprese del suo matrimonio se ne riscopre innamorato e cercherà di riprendere in mano la vita che stava sfuggendo ad entrambi. Surreale riflessione sulla corrispondenza tra arte e vita, autodeterminazione e condizionamento sociale. Alla ricerca della propria libertà. Nella vita, come nell'arte.
L'antropologia della Resistenza La rosa bianca - Sophie Scholl di Marc Rothemund La Rosa bianca era il nome di una formazione studentesca tedesca di resistenza al nazismo, composta di cinque persone. Questo film narra di un'azione compiuta da alcuni studenti e delle nefaste conseguenze che ne seguirono. L'azione fu una banale diffusione di volantini. La repressione durissima e immediata. Questa storia, da un lato sembrerebbe far emergere l'estrema incisività dell'apparato repressivo della Germania nazista, dall'altro l'estrema vacuità delle forme di resistenza messe in atto. In realtà entrambi i fenomeni sembrano riconducibili ad un'unica radice antropologica che caratterizzava il popolo tedesco. Gli studenti avevano come pulsione ad agire un astratto senso del dovere di origine religiosa (erano protestanti) ed una formazione vagamente libertaria (difesa del diritto di parola e di pensiero, federalismo). La loro lotta era esclusivamente non violenta. In sostanza tanto i nazisti quanto i suoi oppositori avevano una formazione mistico-trascendente. Ovviamente il partito nazista fu molto più utile agli industriali di quanto non lo fosse la Rosa bianca. A loro modo questi studenti rappresentano una forma di lotta borghese contro un regime borghese che aveva acquisito anche il consenso del proletariato. Una lotta all'interno della stessa classe che ha visto vincere il più forte. La Germania fu uno dei pochissimi paesi, insieme al Giappone, a non avere significative forme di resistenza al regime dominante. Ve ne furono fortissimi in Italia, Francia, Jugoslavia. A suo tempo in Spagna. Di segno opposto anche in Ucraina e Lituania (e il regime Stalinista non era certo tenero con i suoi oppositori). Se si esclude la rivolta spartachista del 1919, l'unica forma di resistenza di classe è quella velleitaria della RAF. Un crudele destino per la patria del fondatore del marxismo. Il film, oltre a soffrire della debolezza della vicenda storica narrata, procede piattamente in una narrazione che non offre spunti originali nè diegetici nè filmici.
Fino all'ultimo respiro Private di Saverio Costanzo Girato in digitale, con stile sobrio e asciutto. Racconta della reclusione nella propria casa di una famiglia palestinese dei territori occupati. La guerra invade i rapporti umani, gli uomini invadono la guerra. Comprensione, odio, riconoscimento, esclusione coabitano in un popolo, in una famiglia, a volte anche nello stesso individuo. E la vita e la morto possono essere variabili casuali dell'intreccio di questi sentimenti. Cogliere la complessita dell'uomo non diventa giustificazione. Gli israeliani restano occupanti, i palestinesti occupati. Il diegetico non spende troppe parole per fare la propria scelta di parte ma lo sguardo è quello palestinese e questo dice tanto.
La fin absolue du monde Incubo mortale - cigarette burns di John Carpenter La fin absolue du monde è un film maledetto. Tutti coloro che ne sono entrati in contatto ne sono stati distrutti. Mr. Bellinger è un collezionista estremo di film estremi e incarica il cinefilo Kirby di ritrovarne l'unica copia rimasta. Più Kirby si avvicina al film più comincia ad entrarci dentro, ad esserne ingoiato. Come se ne fosse divorato. La fin absolue du monde non è solo un film, rappresenta l'irrapresentabile, ciò che non deve essere visto, è limite che il cinema non può travalicare, dove lo sguardo non deve (e non può) giungere. E' un film che interroga il cinema sui propri limiti. Indaga la dialettica di corrispondenze esistenti tra la realtà e la sua rappresentazione. Testimonia dell'ossessione che pervade chi cede all'amore innaturale per il cinema. Il crimine commesso da La fin absolue du monde è la pretesa di essere la realtà. Nell'esatto istante in cui un'immagine cessa di essere un'immagine per divenire l'oggetto rappresentato saltano le rispettive ontologie. Equivale al cortocircuito tra nomen ed ente che genera il nominalismo. Teoria da sempre presaga di tragedie. Qui la furia iconoclasta sarà evocata dalla stessa potenza devastatrice del film, per ristabilire il naturale ordine, con la distruzione di ogni sguardo insano. Ma come ogni insano cinefilo saprà, il cinema è insana passione intollerante dei limiti e insofferente ad ogni pregiudizio. Una corsa irrefrenabile degli occhi e della mente. Fino al limite dello sguardo. Fino a cogliere l'anima dell'immagine. Fino a togliere l'anima al mondo. Fino a La fin absolue du monde.
No love - 33 Confessioni di una mente pericolosa di George Clooney Il film traccia un'interessante connessione tra lo sviluppo della televisione trash e la guerra fredda. Due mondi pieni di falsità, menzogne e strumentalizzazioni, in cui il vero e il falso sono definitivamente indissolubili e indistinguibili. Basato sull'omonima autobiografia del conduttore e produttore televisvo Chuck Barris. Fu lui ad attribuirsi 33 omicidi come sicario al soldo della CIA, i servizi USA hanno ovviamente smentito, ristabilendo il giusto equilibrio di incertezza. In Italia abbiamo avuto qualcosa di simile con Giuliano Ferrara, ex comunista, ex socialista, ex conduttore televisivo trash, ex ministro berlusconiano che si è auto-attribuito la qualifica di spia al servizio della CIA (che si sia ispirato al protagonista di questo film?). La stora ci Chuck Barris viene indagata anche nei sui ambiti più personali. La sua incapacità di amare ("no love", scritto su un pezzo di carta sembra la sintesi della sua vita), di riconoscere la verità, la sua indole distruttiva sono il nesso connettivo tra le sue due vite parallele. Un senso di vaghezza, inconcludenza, mancanza di struttura sembra pervadere l'intero film. Sconnessioni che ne indeboliscono la forza e la credibilità. Forse il regista avrebbe dovuto dare un'anima a questo film, anche se raccontava la storia di un uomo senz'anima.
Il fascino dell'addio Intrigo a Berlino di Steven Soderbergh Soderbergh dipana la sua trama di intrighi e sospetti in una Berlino distrutta appena uscita dal secondo conflitto mondiale e occupata dagli eserciti alleati. George Clooney, militare americano, si trova al centro di questa vicenda di spionaggio post-bellico pre-guerra fredda, a dir il vero lacunosa e sfilacciata. La recitazione e le atmosfere noir rincorrono i miti hollywoodiani degli anni '40 senza riuscire a stabilire un rapporto soddisfacente. L'unica cosa perfettamente riuscita è la fotografia e le scenografie che da sole devono reggere il peso dell'ambizione di questo progetto. Numerose le citazioni, compresa la scena finale dell'addio "alla Casablanca". Purtroppo il confronto è decisamente sfavorevole per questo film. Il nucleo "buono" della femme fatale di questo film è decisamente ristretto, la corazza esterna nera e malata strabordante, infliggendo un ulteriore colpo alla credibilità della storia e del povero Clooney innamorato.
Il ricordo di un bacio Spiderman 2 di Sam Raimi
Il secondo episodio della saga aracnofila, sviluppa il tema del contrasto tra amore e responsabilità. Infine l'eroe, con l'aiuto della sua amata, riuscirà a concepire la compatibilità dei due aspetti della sua vita di eroe e uomo. Alcuni accenti moralistici tendono a travalicare la soglia della sopportabilità. L'unica azione in cui l'uomo-ragno esercita una modesta e legittima vendetta diventa il cruccio morale della sua vita. Molto più credibile (almeno per gli umani normali) la donna di cui è innamorato. Lei che ricorda quel bacio dato al contrario. Lei che sente un'emozione e non può non cedervi.
Senza se e senza ma Il grande capo di Lars von Trier Ennesima provocazione del vivace regista danese. Questa volta è di scena una sorta di commedia degli equivoci in cui un vero capo assolda un attore per fingersi capo di un'azienda, per venderla e licenziare tutti i suoi dipendenti. Quando il vero capo sacrifica gli ideali in nome del denaro l'attore le prova tutte per impedirgli di nuocere, non appena il vero capo si ravvede l'attore cede alla tentazione dell'ingiustizia in nome di un frainteso amore per l'altro. Film sostanzialmente insignificante, ripreso con una nuova tecnica, detta di automavision, in cui un programma regola autonomamente (e brutalmente) il bilanciamento del bianco ed altri parametri del colore. A tratti sono effettuati dei microtagli nel montaggio. Probabilmente von Trier desidera che qualcuno trovi in un senso in queste sue scelte stilistiche ma non ve n'è alcuno.