martedì, maggio 27, 2008
Il treno per Darjeeling di Wes Anderson Tre fratelli decidono di partire per l'India alla ricerca della propria madre, divenuta missionaria. Il film contiene spunti e tematiche ampie: lo smarrimento dell'individuo nell'occidente che smarrisce il senso di sè, il confronto con la cultura indiana, lo sfaldarsi dell'istituzione familiare ma su nessuno di questi riesce a dare uno contributo originale o emozionante. L'apparente discrasia tra le tematiche drammatiche e la recitazione brillante non è sufficiente ad innescare una dialettica di pensiero o di emozioni. Il film è preceduto dal cortometraggio "Hotel Chevalier" che ne costituisce il prologo ma risulta incomprensibile la scelta di isolarlo dal film, essendone totalmente parte integrante ed essendo abbastanza privo di senso considerato in sè. Gli episodi narrati sembrano affestallersi in modo casuale e, non essendo un film prettamente brillante o divertente, producono una sensazione di improvvisazione e casualità.
lunedì, maggio 26, 2008
Con quelle facce un pò così Gli acchiappafilm di Michel Gondry L'amore (Se mi lasci ti cancello), il sogno (L'arte del sogno), il cinema (Gli acchiappafilm). Tre luoghi non-materiali in cui scorre il cinema di Gondry. Con questo film Gondry prova a dire del suo stupore difronte al cinema. E non è l'ammirazione del cineasta ma piuttosto la meraviglia del bambino. La meravigliosa invenzione dei Lumiere sembra aver colmato un vuoto che l'occhio umano denunciava fin dall'inizio dei tempi. 25 frames al secondo, questo il magico numero che inganna e gratifica l'occhio e la mente. E' con questa storia un pò sgangherata che Gondry si rivolge a tutti. A chi da bambino guardava i filmini del matrimonio dei genitori col proiettore, a chi ha provato a fare il suo film, a chi ha legato il suo più bel ricordo alla scena di un film e anche a chi pensa che la sua vita sia così irrimediabilmente simile ad un film. Gli acchiappafilm sono due persone un pò matte, che non hanno ben chiari i confini tra realtà e finzione, vivono nel mito di un jazzista nero che forse è vissuto nella loro città o forse no, in fondo sono solo storie che si raccontano fin da quando erano bambini. Anche Gondry dimostra di non avere nessuna voglia di chiarire il confine tra reale e irreale, e così anche la sua pellicola rischia di smagnetizzarsi quando si stanno smagnetizzando i VHS di cui racconta la storia. E' il mondo di Gondry, è il mondo di chi vuole perdersi, di chi si è perso e non vuole trovarsi, di tutte quelle persone che quando la luce dello schermo li illumina fanno tutte quelle facce, divertite, impaurite, meravigliate. Tutte quelle facce un pò così, che ti restano dentro, che ri restano addosso.
lunedì, maggio 19, 2008
La violenza del reale Gomorra di Matteo Garrone In questa edizione del Festival di Cannes che sembra votata a premiare il cinema di impegno politico il film di Garrone ha ottime chances di vittoria. Il film mantiene la struttura frammentaria (ad episodi) del libro di Saviano, che ha collaborato alla stesura della sceneggiatura. La presenza di Toni Servillo, seppur limitata ad un solo episodio, funziona come al solito da catalizzatore. Viene narrata la storia di due ragazzi che intendono "mettersi in proprio" nell'ambito malavitoso, la formazione di un clan scissionista, la gestione di una discarica abusiva, il mercato nero del tessile cui si rivolgono le "vere" griffe dell'alta moda. Le quattro storie procedono in parallelo e pur prive di connessioni esplicite tra loro si incastrano perfettamente a formare il quadro di un territorio dominato dalla Camorra che determina mutamenti antropologici profondi nei suoi abitanti. Garrone fa un uso preponderante dei piani sequenza che introduce drammaticità e si riconnette ad una trattazione più "documentarista". L'esigenza di verismo probabilmente sta tra le cause che hanno indotto ad un asciugamento dello stile di Garrone: non ci sono i viraggi violenti di colore de "L'imbalsamatore" e neppure la crudezza della presa diretta del suono de "Il primo amore". La violenza è tutta nelle storie narrate, nella cruda e drammatica realtà. Al termine del film alcune cifre provano a sintetizzare l'ampiezza e la gravità di questo fenomeno criminale che funesta la Campania e ha ramificazioni in tutta l'Italia (ed anche all'estero) eppure qualcuno continua a ritenere che la nostra vera emergenza nazionale siano i Rom.
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16:18 | commenti (6) | cinema, cannes2008 |
La tomba dei mediocri Un amore senza tempo di Lájos Koltai Che la maggior parte dei matrimoni sia il frutto di una svista, della paura dell'età che avanza, del timore di restare soli, di un calcolo di convenienza, di ripazione ad errori del passato è cosa nota. Ma fare un film per santificare questo baratro di mediocrità, per elevarlo ad unica via sembra francamente eccessivo. Una banalità resta una banalità anche se a pronunciarla è Meryl Streep. Una cosa mediocre resta mediocre anche (o forse soprattutto) se immersa in un tramonto da cartolina e punteggiata da immaginifiche lucciole. La traduzione cinematografica dell'opera di Susan Minot (che ha collaborato anche alla realizzazione della sceneggiatura) sembra un inno alla rassegnazione e un'induzione a lasciare ogni speranza di felicità, anzi fa di più: si incarica di attribuire al destino ogni errore, fino a cancellare l'esistenza stessa del concetto di errore affinchè ogni perdente possa affrancarsi anche dai rimpianti e vivere serenamente la sua grigia vita con le grigie persone con cui ha scelto di viverla. La fotografia zuccherosa (dovuta anche al passato da direttore di fotografia di Koltai) e i dialoghi pletorici con cui è confezionato il film sembrano indicare come target quello delle "desperate housewives" ma forse perfino queste sperano che un mondo diverso (a loro putroppo precluso) sia possibile. Altro che consolazione.
lunedì, maggio 05, 2008
La rivincita dei mediocri Lezioni di felicità - Odette Toulemonde di Eric-Emmanuel Schmitt Pessima prova cinematografica di Eric-Emmanuel Schmitt (suo il testo da cui è stato tratto anche Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano). Il film tenta di inserirsi nella schiera dei film lievi ma riesce ad arruolarsi solo in quella dei film sciocchi. L'ennesima riproposizione dell'essere se stessi e accettarsi per quel che si è. Qualcuno, prima o poi, dovrà pur comunicare ai più sfortunati che se si è mediocri non occorre essere se stessi ma migliorarsi. Il film cerca di valorizzare esattamente la parte peggiore di ognuno. Odette Toulemonde è una lavoratrice, una madre sola che con sforzi ha tirato su due figli, una donna anche consapevole dei propri limiti. Ma di questa donna viene esaltata la superficialità, l'ignoranza, i pessimi gusti estetico-letterari, la totale assenza di originalità. E' pur vero che questi mali attanagliano gran parte dell'umanità ma questo non è un buon motivo per concedere facili assoluzioni. Nemmeno ai brutti film. Pessima la scelta del viraggio colori verso il "marroncino".