saletta Lumiere


mercoledì, giugno 25, 2008

Cinema che fa orrore

La terza madre

di Dario Argento

E' da diverso tempo che Dario Argento realizza film di bassissima qualità. E questo non fa eccezione. La sua peculiarità è l'uso di una fotografia curata, la presenza di effetti speciali di buon livello. Le dolentissime note: la recitazione degli attori è sciatta e insignificante, Asia Argento è forse la peggiore interprete del film. La sua voce sgraziata infiocchetta un'interpretazione bislacca. I dialoghi sono scontati, l'intreccio narrativo noioso, pieno di deja-vu, rifatti in malo modo. Quando nella scena finale si vede la stessa acquetta putrida, con annessi cadaveri, che si era vista nelle scene finali di Phenomena (film straordinario) si ha la sensazione dell'esaurimento totale della vena creativa di questo regista. Peccato.

 

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13:03 | commenti (6) | cinema, festacinemaroma2007 |

martedì, giugno 24, 2008

"E' vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe"

Il resto della notte

di Francesco Munzi

Straordinario. Ogni personaggio di questo film sembra vero. Ogni persona dotata di profondità e complessità che la rendono comprensibile anche nelle sue contraddizioni, umana anche nei suoi errori più terribili. Ognuno è restituito alla sua classe, come condizione che plasma e caratterizza l'individuo, a prescindere da ogni ipocrisia borghese che ama la preminenza dell'individuo sulla classe (quando questa non è del tutto negata).

I poveri (rumeni immigrati o italiani drogati) rubano, come è normale che sia (normale non vuol dire "giusto" e non vuol dire "tutti"). Gli Italiani ricchi trattano come merce i corpi dei più poveri, come è normale che sia. I padroni italiani sfruttano il lavoro degli immigrati, come è normale che sia. Questo è il mondo. Prendere o cambiare ma niente iprocrisia.

Lo straordinario è scoprire come l'uomo sopravviva a questa terribile legge delle classi: il ladro è un uomo. Può uccidere e amare. Soffrire ed essere crudele. Il drogato è un uomo. Padre incapace eppure amorevole. I ricchi sono persone: che amano, tradiscono, provano pietà, sono spietati.

Sarà spiazzato chi non troverà "gli immigrati che vengono in Italia per delinquere", scoprendo che sono gli stessi che a volte muoiono "al nero" sulle impalcature dei cantieri. Sarà amareggiato chi non troverà la soluzione (pacifica e che conservi lo stutus quo) al conflitto di classe.

Francesci Munzi continua il discorso iniziato con Saimir, ritroviamo la stessa umanità, lo stesso tratto attento a rendere la complessità senza cedere alle semplificazioni di un mondo che piega la ragione ai suoi interessi. Il blu come dominante cromatica e una leggera sgranatura dell'immagine riescono a dare poesia alle immagini povere senza togliere drammaticità e realismo.

Non c'è finale, perchè non c'è condanna e non c'è redenzione. E li vedi scomparire dietro l'angolo della via. Corpi di uomini e donne a cui si cerca di cancellare l'identità ma la loro esistenza è resistenza e la resistenza è già identità. 

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11:54 | commenti | cinema, cannes2008 |

lunedì, giugno 23, 2008

L'insulsaggine del male

Il divo

di Paolo Sorrentino

Se dovessimo dare corpo al male probabilmente sceglieremmo lineamenti truci o affascinanti, una voce profonda e suadente o stridula. L'uomo che dovrebbe impersonare il male dovrebbe avere una cultura enciclopedica o essere totalmente analfabeta. Insomma il male assoluto nel nostro immaginario esige una personificazione eccezionale. Nessun regista farebbe scelte diverse. A meno che la persona in questione non fosse il frutto di fantasia ma perfettamente esistente. Andreotti ama raccontare piccoli aneddoti di preti e suore, fare battute argute, come un qualunque intrattenitore da osteria. Il suo eloquio è attento (a schivare le insidie) ma non affascinante. Infine il suo aspetto fisico, più grottesco che terrorizzante. E Sorrentino sceglie di rappresentare il suo soggetto per come è. Servillo, sebbene irriconoscibile e ingabbiato nell'obbligo della verosimiglianza, non si smentisce, realizzando un'altra delle sue "interpretazioni totali".

Sorrentino inquadra il suo soggetto scegliendo le inquadrature più insolite, che realizzano una narrazione irriverente e sorprendente, che rappresenta tuttto il distacco (e il disprezzo) del narratore (e, se lo vuole, anche dello spettatore). Sebbene i fatti vengano raccontati in modo ossequioso e ogni dettaglio sia ricostruito con precisione maniacale, ogni immagine è  è assunta come pretesto per esprimere emozioni e giudizi. I colori scuri dominano ossessivamente sia negli interni che negli esterni (di solito notturni o con cieli nuvolosi e piovosi). Sono i colori di un girone dantesco in cui tutta la storia è precipitata. I primissmi piani sui volti rugosi sembrano voler certificare la natura umana di personaggi disumani. Le inserzioni di scritte 3D nelle immagini ricordano che tutto quanto è raccontato corrisponde a verità ufficiali (la vera verità deve essere molto peggiore), anche quello che sembra irreale. La scelta di musiche dance sancisce definitivamente lo sguardo allibito di chi impossibilitato a condividere l'indignazione con i propri connazionali sceglie liberatoriamente di (provare a) sconcertarli deridendo il simbolo di un'Italia ipocrita e criminogena che non ama la verità (esattamente come Andreotti).

Raccontare la storia è diventato eversivo. Questo film è eversivo.

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16:20 | commenti | cinema, cannes2008 |

venerdì, giugno 20, 2008

Ricordi,ricordi
te lo dico due volte
così non scordi
quante volte ci siamo lasciati
per non perderci mai...

Gli amori di ieri

Once

di John Carney

E se un giovane irlandese riuscisse ad incidere il suo disco, con le canzoni che ha dedicato alla donna che l'ha lasciato? E se una giovane immigrata dell'est riuscisse ad avere il pianoforte che tanto desidera, per suonare la canzone che ha dedicato al marito che forse non ama più?E se per vivere lui riparasse aspirapolveri e lei vendesse fiori? E se tutti e due cercassero un amore che li rendesse felici, senza cercare scorciatoie che sono vicoli ciechi?

Si potrebbe fare un film con le loro canzoni. Ballate pop con testi semplici che parlano dei loro amori. Si potrebbero usare MdP digitali e con pochi soldi fare un film semplice e coinvolgente. Sugli amori di ieri che non passano, fossero anche semplici e privati. Forse era questo il progetto di Carney ma probabilmente non c'è riuscito.

Gli amori a cui sono aggrappati i due protagonisti non sono nemmeno l'ombra sbiadita di un amore intenso, sembrano piuttosto tronchi di legno marcio a cui solo un disperato naufrago può guardare con interesse. Le canzoni che scrivono e cantano i protagonisti (veri musicisti) hanno testi degni di una quattordicenne non in buona forma letteraria. Le scelte fotografiche: viraggi decisi dei colori, molto sgranamento dell'immagine, qualche fuori fuoco non sono sufficienti per dare al film la patina e la benedizione del film indipendente a cui guardare con benevolenza. La ricerca esasperata di poesia risulta artificiosa: la scena della passaggiata in macchina all'alba richiama più lo spot di qualche caffè solubile che non un viaggio liberatorio degli occhi e della mente. Essere scarni non è sufficiente per essere semplici. La sospensione sul finale non dà al racconto quella rarefazione che ne poss fare cibo per ogni storia d'amore.  La leggerezza è una conquista che viene dopo la sofferenza e non un dono che la previene. Altrimenti diventa superficialità.

Si affaccia a guardarti il tramonto quando esci la sera
e ti si vede annaffiare con cura gli amori di ieri...

luca barbarossa. via delle storie infinite

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13:48 | commenti | cinema |

lunedì, giugno 16, 2008

Antigone

di Sofocle

regia di: Walter Le Moli. Traduzione di: Massimo Cacciari

in scena presso: Teatro India di Roma (10-22 giugno 2008)

Dopo 2500 anni dalla sua prima rappresentazione, l'Antigone continua a rappresentare il dissidio tra la legge dello stato e quella morale dell'individuo. E se anche Hegel è passato invano, essendo la sua sintesi (preminenza della legge dello stato su quella morale) per noi non definitiva (sebbene largamente condivisibile che la natura familistica della legge morale è intrinsecamente regressiva rispetto all'elaborazione pubblica realizzata dallo stato. Regressività), è segno che l'istituzione dello stato che non ancora pacifica le coscienze. Similmente ad Hegel, lo stesso Socrate preferì l'ingiustiza delle leggi dello stato alla consapevolezza della sua innocenza, quale fonte si saggezza superiore. Forse c'è voluto Marx per attribuire allo stato una nuova funzione: non più quella di sommo arbitro ma quella di difensore della classe dominante, strumento parziale nelle mani di una parte, senza interesse di mediazione ma solo di dominazione. In qualche modo, seppure stretto dalle contingenze, il processo di Norimberga affermò che in alcuni casi eccezionali la legge morale interiore deve prevalere rispetto alle leggi dello stato. Una posizione simile a quella che emerge dall'opera di Sofocle, preannunciata dall'indovino Tiresia (non è possibile sottovalutare il carattere intrinsecamente regressivo di questa figura), riportata dal Corifeo e sugellata dalle tragedie che colpiscono Creonte: il suicidio di Antigone, del suo findazato (e figlio di Creonte) Emone, e della moglie di Creonte, Euridice. Il pentimento tardivo di Creonte che, aveva decretato di liberare, infine, Antigone e di seppellire Polinice a nulla serve, se non a rendere più amara la tragedia. All'intransigenza di Creonte si contrappone il coraggio e la fierezza di Antigone. Alla morte che reciprocamente si danno i fratelli Polinice ed Eteocle si contrappone la pietà delle loro sorelle Antogone e Ismene.

Coinvolge la scenografia cupa e funebre, il suolo simile ad ardesia su cui poggiano gli attori è similitudine e presagio delle sventura che incombono. E' assolutamente  poco convincente la direzione della recitazione degli attori. Ad Andrea Schilton (Creonte) viene chiesta una recitazione fredda ed austera che invece di sottolinearne il carattere impietoso e disumano delle leggi finisce per estraniare l'uomo Creonte dalla scena della tragedia (e la traduzione piuttosto fredda di Cacciare concorre a questo infelice esito). Alla davvero brava Paola De Crescenzo (Antigone) vengono imposti cambi di ritmo che spezzano l'enfasi e il pathos che saprebbe infondere. Ad Ismene (Franca Penone) non viene concesso di esprimere i dubbi e le contraddizioni che la animano. Gli unici che riescono ad esprimrere vitalità sono i componenti del Coro. La collocazione degli attori nello spazio appare piatta e non riesce ad introdurre significativi apporti alla dinamica dell'azione.

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12:51 | commenti | teatro |