mercoledì, luglio 30, 2008
Vintage film Grindhouse - Planet terror di Robert Rodriguez Cinema di nostalgia. Nostalgia di pellicole bruciate, sporche, tagliate, annotate dai tondini in alto a destra. Pellicole trash, come le storie che raccontavano, che si consumavano nelle migliaia di proiezioni in giro in tutti i più sperduti cinema del paese. Un cinema tutto e solo di citazione. Un'operazione perfettamene e stupendamente "inutile" e per questo totalmente filmica e cinematografica. E' questo il senso delle due pellicole di Tarantino (Grindhouse - A prova di morte) e Rodriguez (Grindhouse: Planet terror). Splatter, trash, volontariamente involontariamente comico. E' il cinema yankee degli anni '70, il cinema da cui sono nate tonnellate di pellicole di telefilm di inseguimenti e incidenti, poliziotti anticonformisti, militari pacifisti, giudici bonari e galeotti pentiti che ancora imperversano insieme ai loro epigoni sulle nostre reti televisive (soprattutto agli orari più improbabili). Un cinema di intrattenimento che al contempo è diventato estremamente politico. Perchè la poiltica nel frattempo è divenuta biopolitica e ha cominciato a nutrirsi di giubbotti di pelle, gesti, modi di dire, camminate che sono diventati modi di essere e, dunque, politici. Oggi possiamo destrutturare, leggere, decodificare, condannare, pentirci e se riusciremo a farlo fino in fondo potremo anche guardare a queste pellicole con gli stessi sentimenti per cui a volte ci verrebbe voglia di baciare una persona che abbiamo "amato" e che non amiamo più.
martedì, luglio 29, 2008
Fantasmi da Marte di John Carpenter Il film riprende un tema tipicamente carpenteriani: la presenza invisibile del male dentro e tra di noi (Essi vivono, La cosa), coniugandolo con il desiderio di rottura degli schemi sociali (1997 - Fuga da New York). Sono presenti anche i topoi narrativi dell'assedio e della fuga (Distretto 13: le brigate della morte) e la tipica retorica della lotta (Grosso guaio a Chinatown, etc) In un'atmosfera surreale alcuni umani colonizzatori del pianeta Marte di trovano a combattere contro le forze autoctone del pianeta che cerca di difendersi dai colonizzatori. Come al solito prevalgono i "buoni" ma stavolta i buoni non sono i colonizzati ma i colonizzatori (in quanto umani). I diversi temi non sono sviluppati nè in modo originale nè approfondito, ma i tempi, la sceneggiatura e le atmosfere sono magnetici e coinvolgenti, nella più classica delle tradizioni carpenteriane.
lunedì, luglio 28, 2008
Proust, mon amour Le intermittenze del cuore di Fabio Carpi Il titolo provvisiorio che per un certo tempo Proust avrebbe voluto dare alla sua Recherche era Le intermittenze del cuore. Questo film utilizza gli strumenti proustiani, la memoria involontaria, gli accostamenti tematici, i frequenti flashback per narrare la storia di un regista impegnato nella realizzazione di un film su Proust. La materia proustiana è sensibile ad ogni dettaglio, stupendamente formata nella sua forma sfuggente. Fugge agli schemi, come mercurio al contatto con l'aria. Le parole non sono sufficienti al film per parlare di Proust. Ci sarebbe bisogno di colori, di immagini, atmosfere, sguardi, silenzi, ellissi. In uno dei dialoghi il protagonista rivendica la prevalenza della parola sull'immagine, nei propri film. Anche qui accade così. Manca la rarefazione, lo sforzo di ricerca del Tempo ritrovato di Raul Ruiz, che maggiormente è penetrato nelle atmosfere proustiane. Come nella Recherce Proust ha saputo parlare per mezzo della vita dei suoi personaggi irreali della sua vita reale, come ha saputo far emergere la realtà senza spiegarla, così un film potrebbe riuscire a parlare di Proust e del suo mondo. Qui troppo meccanicamente agiscono le componenti proustiane, troppo prevedibili. Qui il potere evocativo dell'immagine non prova neppure a competere con l'evocatività della parola di Proust. Alcuni personaggi sono esclusivamente funzionali (il figlio del protagonista), introducendo meccanicità e determinismo al posto della sorpresa e della ricerca. La recitazione dei personaggi minori, la fotografia piatta e alcune eccessive semplificazioni della sceneggiatura impediscono al film di riflettere la magia di Proust.
martedì, luglio 15, 2008
Profondo noir 36 - Quai des Orfevres di Olivier Marchal Personaggi impregnati di bene e di male, come fosse fosse pioggia, fumo, notte. Due uomini, due destini che non sanno evitarsi. Una Francia violenta, costantemente sul baratro della morte, in cui l'unica salvezza è l'abbandono. Olivier Marchal realizza un noir incalzante, i protagonisti sono classiche icone senza profondità, ma non è questo quel che conta in un film di genere. Conta l'atmosfera, la tensione,e quella c'è, almeno fino a quando la trama non s'intreccia in modo troppo barocco o nel finale troppo "leggero". Anche le inquadrature si susseguono a ritmo frenetico, alcune, originali, arricchiscono il racconto, altre, sovrabbondanti, lo frammentano e disturbano. Il regista usa l'abbondanza di mezzi a sua disposizione, a volte a sproposito ma denotando spesso capacità e attenzione.