giovedì, settembre 25, 2008
La dimensione del razzismo La giusta distanza di Carlo Mazzacurati Dramma di moderato razzismo, di moderato impatto emotivo, girato con discreto mestiere. Il razzismo in Italia esiste davvero ed è ben più forte e devastante di quello di cui parla Mazzacurati nel suo film. Hassan è un immigrato tunisino, pienamente integrato in una realtà di provincia del nord-est, fino al punto di essere titolare di un'officina con dei lavoranti italiani. I suoi parenti sono titolari di altri esercizi commerciali e mandano, con successo, i loro figli a scuola. Hassan di innamora di una giovane maestra toscana e viene, a modo suo, ricambiato da questa. Quando verrà ingiustamente accusato di un delitto non commesso, un certo pregiudizio calerà su di lui. Molti immigrati metterebbero la firma per essere colpiti solo da quel certo pregiudizio (che forse colpirebbe tutti i partner rifiutati di persone uccise). In realtà Mazzacurati sbaglia a prendere le misure sul tema del razzismo in Italia. Qui migliaia di persone muiono in mare per venire a lavorare al nero presso la borghesia itailana che li cerca per sfruttarne il lavoro (e farli morire sui cantieri e nei campi). Non è impensabile pensare di trattare il tema del razzismo, prendendo spunto da una singola vicenda, ma occorre essere consapevoli della portata del tema. La sceneggiatura appare incerta (anche nel maneggiare alcuni dettagli:come mai non vengono trovate le impronte dell'assassino, nonostante il delitto sia sostanzialmente preterintenzionale?) e inadeguata al compito che l'attendeva. La messa in scena è caratterizzata da troppe tipizzazioni scontate nei personaggi. La tecnica di ripresa (anche contro la volontà del regista) è priva di slanci emotivi e poetici.
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12:04 | commenti (2) | cinema, festacinemaroma2007 |
lunedì, settembre 22, 2008
Il corpo e la mente. Di una donna Il matrimonio di Lorna di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne Assistere ad un film dei fratelli Dardenne produce una sola attesa: quella dell'onestà. Non sai se il film ti piacerà (cosa che di solito accade) o se lo condividerai in pieno (cosa che di solito mi accade) ma ti attendi onestà da parte loro. Anche questa volta, nonostante alcuni cambiamenti di stile, l'attesa è stata ripagata. Il film contiene, seppur quasi solo simbolicamente, un accenno ad un commento musicale, vera rarità per i Dardenne. Non c'è più l'ansia che montava con la MdP a mano, anche se c'è un uso millimetrico del punto di fuoco che riesce a mettere fuori anche gli interlocutori più vicini a Lorna. L'attenzione deve essere spasmodicamente su di lei. Lorna è l'essenza di una donna. Determinata fino allo spasimo, riesce a non smarrire l'umanità. Sul baratro che produce la morte, non riesce a non scegliere la vita. Innamorata dell'amore riesce ad essergli fedele, anche condividendo il suo corpo con due uomini. Lorna riesce a sprigionare tutte le forze di cui (solo) una donna è capace. Ogni personaggio contribuisce a descrivere il mondo di Lorna e, probabilmente non casualmente, sono quasi tutti uomini. L'uomo che lei ama diventa preda del suo egoismo. L'uomo che dovrebbe aiutarla nel suo sogno è totalmente privo di umanità. L'uomo che lei non dovrebbe amare e che le implora aiuto è ridotto ad una nullità. L'uomo che le serve per raggiungere il suo obiettivo è solo un cinico componente di un cinico ingranaggio. Sullo sfondo il conflitto tra i popoli e tra gli stati. Gli uni stritolati, costretti a distruggere ogni sentimento di pietà, gli altri freddi spettatori che regolano disumani flussi di umani. Il finale, apparentemente tronco, in realtà taglia la diegesi in tempo per permetterle di confluire nella realtà. Perchè è quella la destinazione dove è diretto questo film.
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11:50 | commenti (2) | cinema, cannes2008 |
mercoledì, settembre 17, 2008
La luce dell'angoscia Il primo giorno d'inverno di Mirko Locatelli Presentato nella sezione Orizzonti alla 65° edizione del Festival di Venezia. L'assenza di luce è forse il primo messaggio che ci giunge. Le immagini sono scure, soffrono per carenza di luce, gli interni non ne ricevono a sufficienza, negli esterni il sole non c'è. L'oscurità anticipa il senso di angoscia che pervade la storia, ambientata nelle campagne lombarde, l'inverno sta per sopraggiungere, è quasi Natale. Si parla di regali, si comincia a mangiare il panettone, ma non c'è un grammo di serenità nell'aria. E specialmente nella famiglia di Valerio, adolescente introverso che parla con un filo di voce, come volesse trattenerla per sè, per non dare niente ad un mondo che a lui pare non avergli dato nulla. Al centro degli eventi la scoperta da parte di Valerio di un rapporto omosessuale tra due suoi compagni di scuola che lo tormentavano. Valerio usa questa "scoperta" da subito come minaccia, vendetta che se da principio suona come liberazione dalle angherie, diventa ben presto una vera sopraffazione, con i connotati del ricatto. I due ragazzi coinvolti nella relazione, cedono ben presto. Un simile segreto appare ingestibile, non hanno neppure la forza di negare, come pure potrebbero data l'assenza di ulteriori testimoni. Matteo, il più fragile dei due, non reggerà la pressione. Qualche incertezza nella recitazione, soprattutto nei giovani attori non protagonisti, e in alcune soluzioni della messa in scena (come ad esempio la ripetizione della scena dell'inseguimento in motorino, non perfettamente riuscita nemmeno la prima volta) non riesce a togliere a questo film l'indubbio merito di trattare con sobrietà e attraverso le immagini del clima omofobico che ancora domina la società italiana.
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10:12 | commenti (2) | cinema, venezia2008 |
martedì, settembre 16, 2008
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11:27 | commenti | cinema, venezia2008 |
venerdì, settembre 12, 2008
Un operaio solo ThyssenKrupp blues di Pietro Balla e Monica Repetto Presentato nella sezione Orizzonte Eventi della 65° Mostra di Venezia. Documentario girato in digitale, iniziato a riprendere nel marzo del 2007 (l'incidente è del 5 dicembre 2007) e concluso nel mese di marzo 2008. Il fatto che sia stato iniziato in corrispondenza della decisione della Thyssen di chiudere lo stabilimento di Torino (con conseguente previsto trasferimento della gran parte dei lavoratori nello stabilimento di Terni) dimostra un rinnovato interesse per le tematiche del lavoro e questa è una buona notizia. Il film è costruito seguendo la vita di Carlo Marrapodi, operaio Calabrese, trasferitosi (un tempo si sarebbe detto emigrato) a Torino per lavoro. Carlo viene ripreso nella sua vita fuori dalla fabbrica, nella sua vita quotidiana, anche se il lavoro è il convitato di pietra intorno a cui gira la sua vita. Le riprese ricominciano dopo l'incidente mortale del dicembre 2007 e seguono Carlo anche dopo il suo ritorno nel suo paese natale (Pazzano). Il rientro tra i suoi vecchi amici, la sua famiglia, la sua terra, con i suoi riti antichi che sembrano rifiutare la modernità, senza enfasi, senza consapevolezza, per una naturale tendenza all'immobilità e refrattarietà al mondo esterno, resistenza a tutto, al bene e al male. Il documentario si sfrangia in diverse direzioni. Da un lato appare come una ricerca politica che prova a tirar fuori dal singolo (operaio) informazioni su una classe, dall'altro finisce per apparire come documento antropologico sulle trasformazioni dell'individuo sottoposto alle pressioni esercitate del mondo esterno al suo habitat originario. La tragedia dell'incidente si inserisce in mezzo a questi due obiettivi come evento inatteso che getta luci tragiche su un quadro già desolante di suo. Il documentario manca di informazioni e ricerche specifiche sul mondo del lavoro e sulla Thyssen in particolare. A tratti prova a stilizzare simbolicamente gli oggetti di suo interesse (inquadratura del fuoco di una stufa e ricollocazione di un cristo sull'altare di una chiesa), con esiti alterni (la prima inquadratura risulta forse troppo smaccatamente emotiva mentre la seconda afferma efficacemente il ruolo di corpo, costituito dall'operaio, di una società che vuol apparire come costituita esclusivamente di teste). Infine una considerazione sul digitale che si conferma mezzo adattissimo al documentario ma che denuncia forti limiti di poeticità dell'immagine. Tale deficit emerge stridente soprattutto quando il regista cerca un'emozione che l'immagine non riesce a rendere. Oltre agli strutturali limiti tecnici (una certa perdita di definizione sul grande schermo, colori piatti e freddi) del digitale, pare, tuttavia, esserci ancora una certa difficoltà nel suo utilizzo (ad. es. la resa notturna delle immagini sembra migliore di quella in piena luce diurna, pertanto certi effetti "emotivi" forse andrebbero tentati solo in certe condizioni di luce). Complessivamente, il documentario appare come un'encomiabile tentativo di studio ed analisi delle problematiche legate al lavoro ma denota anche limiti strutturali legati alla fase politica che viviamo. I due registi, ancor più di Calopresti, non riescono ad immaginare un racconto corale della classe lavoratrice. Il linguaggio politico precedente sembra essere stato spazzato da uno tsunami e il nuovo linguaggio politico che si prova ad utilizzare sembra troppo intimista e non ancora all'altezza di esprimere pienamente la complessità e la profondità della contrapposizione tra capitale e lavoro. Già, occorre continuare a pensare in termini di contrapposizione. Forse è questo il punto.
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12:24 | commenti | cinema, venezia2008 |
giovedì, settembre 11, 2008
Il politico è personale. Il personale non è politico Rysa (titolo internazionale: Scratch) di Michal Rosa Film polacco presentato alle Giornate degli Autori a Venezia 2008 che, diciamolo subito, non contribuisce a tenere alto il nome del cinema patrio. Una coppia di intellettuali polacchi viene a scoprire che un ex-agente segreto accusa il marito si aver fatto parte dei servizi e di averla sposata per spiarne il padre, oppositore politico. La scelta degli attori non riesce ad essere emotivamente accattivante: sono ormai troppo vecchi e stanchi per recitare la parte degli innamorati (seppur delusi). Il film non è privo di qualche attenzione stilistica e di cura di alcuni personaggi (il vecchio amico del padre della protagonista), seppur a volte alcune scelte appaiono inappropriate ai contesti (l'uso delle lenti bifocali e la messa a fuoco). La trama contiene alcune lacune (che cosa dice il protagonista all'ex spia durante il loro incontro?) che sono essenziali al finale prestabilito ma tolgono forza ed efficacia alla narrazione. L'epilogo appare eccessivamente immotivato, anche a voler accettare l'inspiegabilità della vita. Nonostante l'apprezzabile spunto autoriflessivo sulle influenze della storia politica sul proprio vissuto non si può non evidenziare l'assenza totale di riflessione sui significati politici delle proprie azioni, forse sintomo dell'azzeramento della coscienza politica dei paesei ex-socialisti. Anche questo film, , contribuisce a delineare un periodo di incertezza del cinema polacco, eccessivamente attratto dalla narrazione lieve ed ellittica di certo cinema intellettualistico europeo ma con risultati che sfiorano più facilmente l'inconsistenza.
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12:06 | commenti | cinema, venezia2008 |
mercoledì, settembre 10, 2008
Corpus hominis The wrestler di Darren Aronofsky Ecco il vincitore della 65° mostra di Venezia. MdP a spalla, immagini sgranate, inquadrature incollate ai personaggi. Scena iniziale senza inquadrare mai il volto di Randy (Rourke), immagini in understatement quando la MdP inquadra lo spogliatoio dei wrestler, sembra quasi di trovarsi in un documentario. Poi inizia la storia e non ti molla più, e sono soprattutto le immagini a catturare. Sempre vive, sempre dentro la storia, a scavare nei volti degli attori, senza tregua, senza concedere lo spazio palcoscenico, per tirare il fiato, per nascondere un'incertezza del volto. E Rourke non sbaglia un'espressione, forse sarà davvero perchè questo personaggio gli assomiglia, perchè è un perdente come lui, fottuto dal successo, e dal troppo piacere agli altri. O forse sarà che questo personaggio gliel'hanno cucito addosso, che qualche agenzia pubblicitaria avrà messo in giro e arricchito tante storie su Rourke per farlo rinascere (il suo rifiuto di recitare una battuta contro l'IRA che l'avrebbe messo fuori da un produzione tanto tempo fa, il suo ritorno alla boxe nel '91 anche se poi la sua filmografia dice che non ha smesso di fare film, il fallimento del suo matrimonio e la sua solitudine, i problemi con alcol e droga, ... chissà se è un caso che all'uscita dell'anteprima romana distribuivano un questionario per sapere se si sarebbe assegnato un premio a Rourke) ma sta di fatto che Rourke questo film lo vive e lo fa vivere intensamente. La storia, forse non eccezionale, è costruita seguendo alla perfezione le regole di scrittura di una sceneggiatura in tre atti: presentazione, crisi, svolta, falso finale, climax, esito. E anche questo evidentemente conta. Ed è la storia di un fallimento costellato di falsi successi, la storia di un lungo abbaglio. Il wrestling si pone come involontaria, ma perfetta, metafora del sistema USA, un palese imbroglio, in cui ognuno gioca un ruolo, anche il pubblico che gode della sceneggiata. Eppure anche una sceneggiata ha il suo "dietro le quinte" fatto di miserie, delusioni e costi che forse eccedono il guadagno. Un sistema sostenuto dalla pubblicità che quando vende il palesemente falso non può nemmeno definirsi ingannevole. Un mondo che logora i suoi eroi, che ha bisogno di farli a pezzi. E quando una bambolina-sexy, amante del wrestling, riconda a Randy - The Ram quanto assomigli al Cristo di Mel Gibson, frustato a sangue per liberare l'uomo dai peccati, il corto-circuito che riconnette brutalmente le più alte aspirazioni di un'anima con la trivialità di un corpo fatto merce diventa evidente. Anche il sistema dei media e del consumo ha bisogno di corpi da sacrificare (consumare). Forse non saranno esattamente i wrestlers ad incarnare alla perfezione questo ruolo ma lo spostamento sembra suggerirlo un bambino che mentre gioca al videogioco del wrestling, alla fine sbotta annoiato dicendo che ora il nuovo gioco, davvero più divertente, è quello sulla guerra in Iraq, dove ogni giocatore può scegliere il suo ruolo. Ed è difficile lasciare il proprio ruolo, anche se fa schifo, soprattutto quando è l'unica cosa che ti resta.
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10:47 | commenti | cinema, venezia2008 |
martedì, settembre 09, 2008
Il bene e il male tra reale e irreale La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti Presentato nella sezione Orizzonte Eventi della 65° Mostra di Venezia. Mimmo Calopresti tenta un'operazione cinematografica ardita: coniugare fiction e documentario. In testa al suo documentario sui morti della Thyssen Krupp pone un breve prequel con alcuni attori: Silvio Orlando, Monica Guerritore, Valeria Golino e altri che introduce alla vita privata degli operai morti. Sono immagini in pellicola, in B/N, sgranate. Un'introduzione poetica che cerca il pathos, così come farà ancora nel seguito. Il documentario è tutto incentrato sulle interviste ai familiari e ai colleghi, tranne un breve colloquio con il procuratore di Torino Guariniello. Nelle interviste emerge la storia individuale degli operai uccisi, i sogni, le aspettative, le amicizie, i caratteri. La parte documentaria è girata in digitale (con perdita di definizione nonostante l'alta definizione), con due telecamere, di cui una riprende l'altra, in una sorta di smascheramento metadocumentaristico che vorrebbe togliere ogni patina di artificiosità, restiture la verità per quella che è. Ma un simile intento appare in contasto sia con l'introduzione attoriale sia con la ricerca di emotività che percorre tutto il documentario (i frequenti ricorsi ai primissimi piani, le musiche originali per pianoforte, alcune immagini di raccordo), fino ad arrivare alla canzone di Battiato (Povera patria) che (fastidiosamente usata con un leggero effetto eco) suona incompatibile con le immagini e la storia raccontata: troppa enfasi, troppo evidente il tentativo di emozionare. Il documentario di Calopresti non fa indagine, non aggiunge ulteriori elementi di analisi. Vuole essere operazione soprattutto d'emozione. Il rischio di un tale approccio è fin troppo evidente: significa collocare su un piano emotivo, artistico, soggettivo una storia che, invece, necessita di difesa oggettiva, politica, inattaccabile. Sebbene le polemiche sulla presenza della telefonata di soccorso, in cui si sentono le voci degli operai morenti, abbiano precorso la visione del film, forse sono sovradimensionate. Calopresti ha annunciato che avrebbe fatto togliere dall'audio della telefonata la voce in questione, nelle copie in distribuzione nelle sale. Nella versione della manifestazione Venezia a Roma, tali voci in sottofondo si ascoltano ma non arrecano una caduta di tono o dignità al film. Il finale è tutto giocato a contrasto, con uno spot della Thyssen Krupp, ripreso da YouTube e canzone dei Subsonica (Il cielo su Torino) su immagine fissa di una bella Torino notturna.
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14:49 | commenti | cinema, venezia2008 |
martedì, settembre 02, 2008
33 scene di vita di Malgoska Szumowska Film vincitore del premio speciale della giuria alla sessantunesima edizione del Festival di Locarno. E' il tentativo di riprendere quasi dall'interno (quasi come un cancro) le trasformazioni prodotte dalla morte. Julia è una giovane donna, la sua una famiglia colta e altolocata polacca che guarda con spirito di assimiliazione alla Francia (come anche la regista, che realizza un film troppo francese, per essere polacco, comprese le marche dei prodotti visibili). La morte per cancro della madre di Julia sgretola alcune certezze che sembravano cementare la sua famiglia. Il padre che appariva intellettuale granitico e sfrontato si rivela incapace a resistere alla perdita della moglie, Julia si accorge di non amare più suo marito, uomo bello e gentile ma privo di spessore, la sorella di Julia fa emergere il suo senso di rancore verso la madre, che aveva accumulato negli anni. L'ispirazione e la finalità diegetiche sono convincente, molto meno le scelte filmiche, che appiaono improntate a scarsa originalità: sono molto evidenti le rievocazioni di certe ambientazioni (Rohmer, Arcand, ...). Anche i dialoghi e l'intreccio stentano a rendere le finalità.
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16:59 | commenti | cinema, locarno2008 |
Lezioni di volo di Francesca Archibugi Archibugi riesce a rendere ancora una volta i sentimenti di chi si colloca al margine del contesto sociale. In questo caso sono due giovani di buona famiglia (una tipica famiglia medio borghese di intellettualità progressista, l'altra ricca famiglia di mercanti ebrei) che faticano ad accettare gli agi e le convenzioni familiari e sociali. La regista riesce a svolgere con (la solita) intelligenza e attenzione ai personaggi questa storia, pur rimanendo in pieno nei contesti sociali (borghesi) in cui è concepita. I ragazzi, e tutti gli altri protagonisti del film, riescono a fare il loro viaggio interiore senza diventare eroi. Chiara (Giovanna Mezzogiorno) incarna il mondo degli adulti, sospesi tra desideri inappagati, sogni di umanità che li sovrastano e fallimenti che attendono al varco. Anche Chiara riesce a declinare senza strazi e deliri, quasi dolcemente, riesce ad abbandonare i suoi sogni, sciogliere la sua individualità e rifluire nei ruoli che la società le ha assegnato. La fotografia curata, esalta alcuni momenti topici (i colori caldi dell'India e quelli freddi del finale nord-europeo), costruendo un confortevole alveo in cui far viaggiare la storia.
I giorni le nuvole di Silvio Soldini Con il suo solito stile asciutto Soldini prova a disegnare l'impatto della perdita del lavoro nella vita di una famiglia. L'assenza, come se si usasse il principio di falsificabilità di Popper, rivela nessi insospettabili (o quasi). La perdita del lavoro cancella sicurezze, incrina amori e amicizie. Scoprire che sentimenti e affetti sono impastati anche con tutto quel che deriva dal proprio lavoro (reddito, credito sociale, ...) può risultare straordinariamente crudo. Soldini evita ogni sottolineatura, lavora per sottrazione, fino a chiudere ellitticamente il suo film. Quel che doveva dire l'ha detto.
Nightmare detective di Shinya Tsukamoto Nel paese in cui dilaga la modalità del suicidio colletivo, soprattutto giovanile (magari mediato attraverso internet) e la tecnologia più avanzata, Tsukamoto realizza un film che rappresenta e indaga la realtà. La cinematografia giapponese appare fortemente influenzata dal rapporto tra tecnologia e morte (Ringu di Nakata, Tetsuo dello stesso Tsukamoto, Battle Royale di Fukasaku, The call di Miike) e per altri versi si possono iscrivere al rapporto tra tecnologia (militare) e morte anche film come Asia strikes back di Ishii del 1983 ma rimontato nel 2005 o La principessa Mononoke di Miyazaki. Il cinema sembra aver colto un segnale e cerca di indagarlo. Esiste un nesso tra trasformazione tecnologica e trasformazione antropologica? Se si, in che misura utensili e strumenti apparentementi "utili" risultano distrutti dell'uomo? Tsukamoto aveva portato questa suggestione fino alle estreme conseguenze "post-umane" con Tetsuo (I e II). Qui lo sguardo è tornato umano, esiste la possibilità del coraggio e dell'azione empatica per sconfiggere le derive. La tecnologia sembra avere il ruolo di risvegliare oscure forze che fanno parte dell'uomo e che può provare a combattere. Allo sviluppo tecnologico si addossa la responsabilità di aver deprivato l'uomo del suo habitat, delle sue capacità di relazione sociale e di orientamento. I giovani di uomo come cuccioli di balene vanno a spiaggare sui bordi della rete. The nightmare detective è il ritorno dell'uomo. E non era affatto scontato. Tsukamoto si riserva la parte del killer. Atmosfere oniriche, dominate dalle fredde frequenze del blu. Blu, fredda e scura anche l'acqua in cui nuotano anche le ancestrali paure del subconscio.
Hostel di Eli Roth Suggestivo lo spunto horror di partenza (ricchi sadici pagano per far soffrire) oltre che bella metafora. Purtroppo il film si perde in una trama superficiale e fin troppo prevedibile. Prodotto da Quentin Tarantino.