giovedì, ottobre 30, 2008
A morte tutti i padroni! di Gustave de Kervern e Benoît Delépine Louise Michel è stata un'eroina della Comune di Parigi del 1871, a lei viene dedicato il film, come slancio libertario, anarchico e rivoluzionario che il film contiene appieno. Alle tematiche politiche viene associata, seppure con lo stesso tono scanzonato e surreale, anche la tematica della transizione sessuale, quasi a simboleggiare la fluidità imposta dal capitalismo alla nostra società ma che i protagonisti cercano comunque, seppur in modo sofferente, di gestire per approntare una strenua resistenza. Al momento il film non ha ancora trovato una distribuzione in Italia: una conferma dello stato del cinema in Italia? Alla prima i due registi si sono intrattenuti con il pubblico cercando di discolparsi preventivamente da possibili accuse di incitamento alla violenza. Durante il dibattito hanno più volte evidenziato che hanno ben presente che questo sia stato il paese delle BR, ma comunqe la cosa non sembrava sconvolgerli più di tanto. Alla fine bordate ironiche per Sarkozy ed encomio per la manifestazione del PD, ma su questo li scusiamo, evidentemente non sanno bene chi sia Veltroni e cosa sia il PD italiano (ma alla fine l'encomio era solo sulla dimensione della manifestazione, mica su Veltroni). Prodotto da Kassovitz.
Louise Michel
Presentato nella sezione Altro Cinema all'edizione 2008 della Festa del Cinema di Roma. Finalmente mi è accaduto quel che si spera sempre accada durante un festival: l'incontro casuale e totalmente inaspettato con un gran bel film. I due registi francesi hanno realizzato una commedia nera impegnata travolgente. E' un film divertente e al tempo stesso pieno di suggestioni e spunti sul nostro tempo: la crudeltà del capitalismo e dei padroni, le paranoie della società moderna, le nuove povertà ma contiene anche una notevole carica liberatoria. E se poi nella realtà non prenderemo alla lettera l'esempio delle protagoniste, sapremo almeno in che direzione muoverci. Le atmosfere che riescono a costruire a tratti richiamano le ambientazioni surreali di Aki Kaurismaki sebbene i tempi e dialoghi siano ben più veloci e fulminanti.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/18890384
16:11 | commenti | cinema, festacinemaroma2008 |
Ma de Andrè è un'altra cosa Amore che vieni, amore che vai di Daniele Costantini Presentato alla sezione Altro Cinema della terza edizione della Festa del Cinema di Roma. Il film viene pubblicizzato come un film di/con/su de Andrè in quanto tratto da un romanzo scritto dal cantautore genovese insieme ad Alessandro Gennari, dal titolo Un destino ridicolo e accompagnato dalle sue musiche. E' bene sgomberare subito il campo da questo equivoco: il film ha ben poco a che fare con le atmosfere "deandreaiane". Il film si presenta piatto e noioso, privo di qualunque spunto interessante. Di de Andrè è presente solo un piccolo brano di una sua canzone, quella richiamata dal titolo. Inutile spendere altre parole su un film fallito, forse pura operazione commerciale di basso livello. Alla prima l'accoglienza è stata gelida, pochissimi applausi, di circostanza. Presente Barbareschi (vice presidente della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, nonché membro del CdA della Festa): c'entra qualcosa lui con questo film? Non ci sarebbe da stupirsi.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/18889908
15:24 | commenti | cinema, festacinemaroma2008 |
mercoledì, ottobre 29, 2008
L'amore al tempo del carcere L'ora d'amore di Andrea Appetito e Christian Carmosino Documentario presentato nella sezione L'altro Cinema della terza edizione della Festa del Cinema di Roma. I due giovani registi realizzano, in HDV, un documentario presso il carcere di Rebibbia di Roma sull'affettività dei detenuti. Vengono narrate tre storie emblematiche che provano a diventare simbolo delle modalità di amare in carcere. Perlopiù sono storie di privazione e afflizione, in perfetta sintonia con l'ispirazione del carcere. Il carcere come istituzione totale, emblema massimo della società del controllo. Il controllo totale della sessualità e dell'affettività come strumento potentissimo di governo delle vite. Oltre tale aspetto, emerge però anche la possibilità di studiare il carcere come luogo in cui, obtorto collo, emergono pulsioni affettive-sentimentali nuove, che sono, invece, "controllate" e represse dalle convenzioni nella società cosiddetta "normale" o "libera": illuminante la storia di un amore omosessuale che termina con l'uscita dal carcere. Dopo l'incursione degli studenti all'Auditorium di Roma per manifestare la loro protesta presso la Festa del Cinema di Roma, c'è stata l'incursione della Festa presso l'università: proiettando il documentario presso la facoltà di Lettere della Sapienza occupata. Uno scambio proficuo, attraverso un mezzo idoneo di dialogo: il cinema.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/18878568
15:59 | commenti | cinema, festacinemaroma2008 |
martedì, ottobre 28, 2008
Le certezze di Edel La banda Baader Meinhof di Uli Edel Presentato fuori concorso alla terza edizione della Festa del Cinema di Roma è basato sull'omonimo romanzo di Stefan Aust. Il film si sofferma con una certa dovizia di particolari sulla formazione della cosiddetta banda Baader Meinhof e la sua successiva evoluzione nella RAF. Con un apprezzabile sforzo di terzietà si cerca di raccontare il clima tedesco di quegli anni e le motivazioni che furono alla base dell'esperienza armata. In non pochi punti del film si finisce per avere una certa empatia se non per le azioni della RAF, quantomeno per le motivazioni che le ispirarono. Nella prima fase del film si punta molto l'attenzione sulla superficialità e rozzezza di Baader che seppur non totalmente immune da tali caratteristiche è pur sempre stato l'iniziatore della RAF, e su questo il film presenta una certa carenza. Viene raccontato il percorso della giornalista Ulrike Meinhof che seppur compresso dalle normali esigenze filmiche risulta intellegibile e credibile. Quando il film cerca di sottolineare come il responsabile delle indagini sulla RAF avesse colto l'importanza di indagare le motivazioni delle azioni armate, tralascia di evidenziare le modalità di tale azione, ma fin qui poco male, anche tenuto conto della durata temporale che il film narra. Dell'esperienza armata tedesca colpisce sia la minore complessità rispetto alle esperienze italialiane sia una maggiore capacità di relazione pubblica con alcuni settori della società tedesca: ad esempio la relazione con i leader del movimento studentesco o la partecipazione pubblica ai funerali dei militanti della RAF. L'equilibrio costruito durante il film si distrugge sul finale (forse condizionato da esigenze di distribuzione) in cui si afferma quasi senza mezzi termini che certamente Andrea Baader, Gudrun Ensslin, Jean-Carl Raspe e Irmgard Möller abbiano deciso autonomamente di suicidarsi nel carcere di Stammheim, nonostante la Möller sopravvissuta a quell'evento abbia dichiarato di non aver tentato il suicidio (Fassbinder nel suo episodio di Germania in Autunno è molto più dubbioso su tale possibilità, al punto da escluderla). Evidentemente i condizionamenti che impediscono di trattare limpidamente le tematiche collegate all'eversione armata sono ancora tutti in piedi. Alla prima del film Buttiglione si è complimentato con il regista (dando un'implicita conferma su alcuni dubbi sul film).
http://buio-in-sala.splinder.com//post/18865727
13:43 | commenti | cinema, festacinemaroma2008 |
lunedì, ottobre 27, 2008
Il cinema non è un gioco da ragazzi Un gioco da ragazze di Matteo Rovere Il film, prodotto da Rai Cinema e distribuito da 01 del giovane regista è presente in concorso alla terza edizione della Festa del Cinema di Roma. Il fatto che la casa di produzione abbia garantito i necessari mezzi di produzione e che il regista dimostri delle buone capacità tecniche permette di valutare serenamente questo film tratto dall'omonimo romanzo di Andrea Cotti. Il film inizialmente sembra voler essere una brutta copia dell' Attimo fuggente di Peter Weir, poi decisasamente prende la piega per essere la brutta copia di Thirteen della Hardwicke. Alcune scene di sesso non esplicito ma almeno non angelico sembrano dare un pò di forza al film e comunque non sono tali da giustificare il divieto ai minori. Dopodichè il film comincia ad avvitarsi, soprattutto a causa della figura del professore, assai poco credibile emulo della specie (forse abusata dal cinema) dei professori (apparentemente) democratici. Essere democratici non è affatto facile e soprattutto democraticità non vuol dire vuoto e generico buonismo. Se poi si ha a che fare con i rampolli dell'alta borghesia occorre prendere le dovute precauzioni di classe (sociale). Il finale vorrebbe essere drammatico invece tocca i registri dell'umorismo involontario e del grottesco. Mentre la gestione destraiola di Rondi danneggia la già debole immagine della Festa del Cinema di Roma mettendo in concorso film come questo a testimonianza dello stato dell'arte del cinema italiano, in Francia il Festival di Cannes premia La Classe del francese Cantet. Per fortuna questo film non rappresenta appieno il cinema italiano ma se così fosse ci troveremmo in uno di quei casi in cui bisogna cambiare piuttosto che essere se stessi.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/18855286
15:10 | commenti | cinema, festacinemaroma2008 |
martedì, ottobre 21, 2008
Questo non è un paese per Spike Lee Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee Premessa: ogni artista è libero di esprimere, e in questo deve essere rispettato, le proprie idee e il proprio estro creativo, ovviamente compreso Spike Lee che ha realizzato notevoli opere cinematografiche di valore artistico e politico. Così come Spike Lee crede di essersi messo la coscienza a posto con la bella e doverosa premessa che ha fatto inserire in testa al suo film, lo stesso credo io con la mia premessa e passo quindi alla vera e propria espressione del mio parere sul suo film. Complessivamente il film di Spike Lee si risolve in una sorta di melodramma che tocca momenti di gradevole fruizione ma anche cadute vertiginose di stile, anche a causa della scelta di attori che risultano poco convincenti (Favini, Lo Cascio) sia per il ruolo assegnatogli, la direzione e fors'anche per le loro intrinseche caratteristiche televive (ma Lo Cascio ha dimostrato anche di saper recitare, come per esempio ne I cento passi). La storia che racconta è poco avvincente e poco interessante, il finale sospeso tra il grottesco e il ridicolo, girato anche male (un'ingenuità insospettabile in Lee). L'ambientazione nella seconda guerra mondiale non era indispensabile, date le caratteristiche della storia narrata. La scelta di raccontare una storia che presume (seppur in fantasia) il tradimento di un partigiano è assolutamente scorretta e lesiva (o almeno tenta di ledere) dell'immagine della Resistenza italiana. Questo sia perchè il nostro mondo è pieno di pennivendoli reazionari che cercano di screditare qualunque movimento rivoluzionario o di resistenza alla reazione sia perchè è inserito in una storia che contiene anche elementi di valorizzazione dell'esercito tedesco: un tedesco buono che salva i bambini (episodio che forse è realmente avvenuto), un altro tedesco che esegue solo controvoglia l'ordine di repressione dei civili, etc. Il cinema ha come sua specificità artistica quella di raccontare senza svolgere lezioni didascaliche, attraverso immagini, azioni, esempi, suggestioni. E per questo che il film si pone complessivamente come opera qualunquistica che appiana tutti in un unico ammasso informe. Anzi, non proprio tutti, in quanto i neri sono quasi tutti buoni, le diversificazioni tra loro sono solo caratteriali. E in questo Spike Lee ci è riuscito molto bene, segno che sa bene ciò che fa e come lo fa.
La banalità del cinema per la TV La bestia nel cuore di Cristina Comencini Cristina Comencini raccoglie coraggiosamente una sfida non facile, ovvero trattare un tema delicato come quello degli abusi sessuali a danno di bambini che avvengono in famiglia. Tuttavia l'esito e' sostanzialmente mediocre anche per la volontà di rendere il film comunque una polpetta digeribile per le famiglie (la mano di RAI Cinema pesa). Per questo il film è farcito di storielle e situazioni di alleggerimento, al punto che anche la drammaticità del tema trattato tende a sciogliersi. Anche negli "alleggerimenti" la regista prova a mettere qualcosa: una storia omosessuale tra due donne, di cui una cieca e l'altra avanti con l'età, una storia di registi e attori impegnati che vengono stritolati dal meccanism della tv (voleva essere autobiografico?) ma sempre con quella banalità televisiva che serve per non disturbare le lievi menti intorpidite dei telespettatori. Anche la scelta degli attori ricade sui soliti volti da tv: Angela Finocchiaro (davvero improbabile nei panni della donna matura che si dà all'omosessualità), Alessio Boni (che non riesce ad evitare alcune pose da sceneggiato televisivo),... che forse è bene usare solo per la tv.
martedì, ottobre 14, 2008
Crescere in Francia La classe di Laurent Cantet Una speciale magia sembra proteggere i registi francesi che trattano il tema dell'adolescenza francese. La rivolta dei collegiali in Zero in condotta di Jean Vigò, i ragazzi di provincia di Gli anni in tasca di Truffaut, lo stile documentaristico di Essere e avere di NIcolas Philibert sono solo alcuni degli esempi più riusciti con cui i registi francesi sono riusciti a trattare il tema della crescita. Questa tradizione può annoverare un nuovo film che si è aggiudicato la Palma d'oro alla 61-esima edizione del Festival di Cannes. Il regista porta la sua macchina a spalla dentro una scuola media di un quartiere "difficile" parigino. La scuola è frequentata da molti immigrati. Tratto dal romanzo di François Bégaudeau (Entre les murs ), insegnante, scrittore e interprete principale di questo film (il professor François). Utilizza uno stile documentaristico per mostrare il microclima di una classe, le cui mura (titolo originale: Entre les murs racchiudono una nicchia biologica che è un mondo a parte che pure contiene in sè le contraddizioni e le dinamiche della società. Le tensioni provocate dall'immigrazione interna (le ex-colonie) e dalla nuova immigrazione sono le dinamiche principali che mettono in moto gli eventi del film. Gli attori sono presi in prestito dalla vita reale, a rafforzare l'impronta documentaristica che Cantet ha voluto imprimere. Lo stile della scuola e del professor François è improntato ad una visione democratica, orizzontale dei rapporti tra docenti ed alunni, senza che questo diventi panacea o risoluzione generalizzata dei conflitti che, invece, riempiono la vita della scuola. Uno sguardo, disincantato, laico che conferma le grandi tradizioni libertarie della Francia ma senza enfasi, consapevole della complessità della realtà in continuo mutamento che pone sfide il cui esito nessuno può prevedere.
http://buio-in-sala.splinder.com//post/18713435
11:25 | commenti (1) | cinema, cannes2008 |
lunedì, ottobre 06, 2008
Fine pena mai di Davide Barletti e Lorenzo Conte Storia dell'ascesa criminale di un boss di provincia e della sua discesa negli inferi del 41 bis (il carcere speciale per gli esponenti della criminalità organizzata). I due registi della ex Fluid Video Crew, realizzano un'opera pulita, con alcune buone trovate sul piano delle immagini. Il tono generale del film sfugge al registro commedia che pervade la gran parte dei film drammatici italiani, pur senza arrivare a toccare in pieno le crudezze drammatiche che sarebbero proprie al tema trattato. Il film evita di esprimere un chiaro giudizio contro il regime speciale di detenzione (e questo lo salva da sicure e giuste critiche), limitandosi a sottolinearne la spietatezza. A tratti qualche piccolo virtuosismo di fotografia (livida e contrastata nella scena dell'omicidio nella caca) aggiunge una gradevole veste filmica.
venerdì, ottobre 03, 2008
L'Italia (non) è un paese povero Il mio paese di Daniele Vicari Il film-documentario di Vicari prende il testimone dal documentario realizzato Joris Ivens nel 1960: L'Italia non è un paese povero, commissionato dal presidente dellENI, Enrico Mattei. Esattemante come il suo predecessore anche questo documentario si struttura come un viaggio nell'Italia del lavoro. La prima tappa è Gela: la tragedia dell'immigrazione, i residui industriali, prosegue per la Basilicata, dove incontra una famiglia già intervistata da Ivens. Un passaggio per l'industria tessile di Prato, insidiata dalla produzione cinese, con i commenti dello scrittore ed ex-industriale Edoardo Nesi, per finire a Marghera, a riflettere sul senso e sul futuro della chimica italiana, con il vicesindaco Gianfranco Bettin. Anche questo film ha uno sponsor importante: la CGIL che celebrava il centenario della sua nascita. Il film si propone come momento di riflessione sul mondo del lavoro. Interessanto l'approccio di Bettin che ragiona in merito al senso del post-moderno che si configura come post-industriale. A suo avviso l'Italia che si autorappresenta come post-industriale compie una mistificazione che tende ad oscurare la classe lavoratrice a favore di miti ectoplasmatici. Perchè è forte la propensione dei mezzi di comunincazione main stream (la televisione in primo luogo) a rappresentare un paese in cui si produce sempre meno, con sempre meno lavoratori. Eppure in Italia il tasso di disoccupazione ufficiale è da molto tempo sotto il 10% e non si registrano arretramenti del PIL. Invece il paese disegnato dalla televisione (ovvero il pensiero della classe dominante) sembra essere pieno solo di chiacchiere, divagazioni appunto un vuoto che l' "intrattenimento" deve riempire (con il vero vuoto). La musica di Zamboni riesce a dare un'aria suggestiva a questo viaggio nel paese del lavoro. Un suggestione che qualcuno vorrebbe far diventare surrealtà. Vicari, si riconnette con successo al documentario di Ivensi, realizzando un prodotto interessante e attento alla forma e al contenuto. Vicari ha dato un seguito a questo lavoro che ha chiamato Il mio paese 2.0, un'operazione di raccolta di video che documentino i mutamenti della società e dei propri territori.