martedì, dicembre 04, 2007
Presenti assenze Ai confini del paradiso di Fatih Akin Fatih Akin lavora con l'intreccio diegetico per parlare della complessità del reale. Neyat è l'uomo alla ricerca, continua ricerca della verità e del bene. Neyat non troverà mai ciò che cerca, sebbene tutto gli sia incredibilmente vicino, molto di più di quanto possa supporre. Eppure Neyat nella ricerca vana di Ayten troverà la forza di sua madre, la determinazione della sua compagna. La mamma di Lotte ritroverà sua figlia nel suo folle innamoramento, nelle sue idee acerbe. Ayten non riavrà sua madre, pur passandole accanto. Sfiorarsi di corpi che non si incontrano, incontro di corpi che si sfuggono. La complessità dell'immanente è nemica (molto più forte) della determinazione umana. Il percorso di ricerca dell'uomo non passa per le strade che si immaginano ma porta alla meta che ci si prefigge. Neyat potrà ritrovare suo padre ma in un percorso non lineare e imprevedibile, dopo averlo perduto. Ayten dovrà perdere tutto prima di ritrovare se stessa. Fatih Akin continua a indagare con il suo cinema le correlazioni tra oriente ed occidente, esplora i conflitti, traccia una mappa per ritrovare le sue radici orientali senza rinnegare il suo essere totalmente occidentale. E saranno corpi senza vita a segnare i viaggi di riunificazione delle sponde del Bosforo. Ed è un brindisi alla morte che si fa carico di comprendere che ogni conquista ha un prezzo in vita da pagare. Un prezzo troppo alto che nessun uomo pagherebbe spontaneamente, se non ci fosse la vita ad esigerlo. Una vita il cui arco non è tracciato in anticipo da nessuna predeterminazione ma il cui raggio non è nella mano dell'uomo che lo percorrerà.
Fatih Akin lavora per sottrazione, per raccontare la forza di permanenza delle assenze. Le azioni, le parole, le intenzioni, i pensieri pieni di vita non cessano di vivere neppure in assenza di chi li ha generati. Come la scia di un'immagine presa con l'otturatore completamente aperto, informa di sè lo spazio attraversato nel tempo passato. Sono così Yeter e Lotte. Amano con intensità, fino alla consunzione, fino all'autodistruzione. E' per questo che non passano, neppure dopo la morte.
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18:36 | commenti (2) | cinema, cannes2007 |
martedì, novembre 27, 2007
Il tempo ritrovato Meduse di Etgar Keret, Shira Geffen Etgar Keret e Shira Geffen restituiscono le immagini, i colori, i sogni a chi credeva di averli persi. La pellicola sgranata degli 8 mm, i colori accesi e vivi delle vecchie pellicole che il tempo va spegnendo. Giù nel profondo bisogna scendere per ritrovare il tempo rubato. Seguendo il fluido delle immagini. Si smarrisce il tempo, sfuggono i luoghi che diventano lontani, nella mente prima ancora che nello spazio. I luoghi acquisiscono senso solo attraverso gli esseri che li abitano e lo perdono al loro svanire. Israele non esiste, non può esistere un luogo tanto crudele da inghiottire Joy. Le parole avvicinano chi si cerca, Joy a suo figlio, la scrittrice alla sua fine. Risuonano vuote per chi non ha passione: le stesse parole della lettera d'addio sono piatte e vane quando sembrano dette dalla giovane sposa Keren eppure così tremende e dense quando pronunciate come lettera d'addio. Infine sono inutili per chi ha ritrovato i sogni del suo passato, come Batya o compreso, d'un tratto, i propri errori, come l'anziana madre. Le immagini sanno spiegare tutto, sanno fare a meno del diegetico. Sanno essere archetipi e "categorie kantiane dell'inconscio", individuali e trascendentali. In attesa del prorio uomo dei gelati la deriva porta lontano. I sogni s'inabissano nelle acque profonde della memoria. Chiamano senza parole, alla ricerca del tempo perduto.
Tutto diventa immagine. Anche l'amore negato, perduto. C'è un'immagine per tutto. Etgar Keret e Shira Geffen ricostruiscono il liquido amniotico in cui nuotano i ricordi, i desideri, le paure. Batya ha perduto il suo essere bambina, neppure una fotografia a ricordarle quel tempo. Le immagini registrano la volontà di arrestare il tempo, il bisogno di ricordare, la consapevolezza delle incertezze future. Ma Batya conserva ancora un ricordo, uno solo. E' l'uomo dei gelati. E' una promessa non mantenuta. E' la sua vita da "adulta" che comincia così. C'è un posto dove finiscono i sogni non realizzati, gli amori naufragati? Sotto le navi, sotto la superficie del mare, negli abissi profondi dove sono solo le meduse. E' lì che stanno. E' lì che Jean Vigò farà incontrare Juliette a Jean. E' lì che troveremmo l'anima di Vigò che sulle sponde del fiume lasciò i suoi ultimi mesi di vita per l'Atalante.
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17:19 | commenti (2) | cinema, cannes2007 |
venerdì, settembre 07, 2007
Scivola, vai via... Soffio di Kim Ki-Duk
E' vero, la vita comincia con un atto d'amore, ma non è come dice la religione cattolica; l'atto d'amore che scatena la vita non è quello tra i genitori, movimento circolare e sterile. E' un amore materico tra viventi, in cui i valori scambiati eccedono le proprietà di partenza, che innesca la reazione a catena della vita. Jin sa che dovrà presto morire ma teme l'attesa della morte più della morte stessa e cerca con disperazione l'ultimo di gesto di vitalità e autodeterminazione ("si muore quando non si ha altra scelta" e Jin sente di voler ancora sceglere). Yeon sente che la vita l'è sfuggita via pur restando viva. Sa che per tornare a vivere deve dare la vita, non [solo?] ad un figlio ma ad un essere vivente. Yeon accompagna Jin per l'ultima volta nel ciclo della primavera, estate, autunno ed inverno. Gli dimostra che il tempo è una convenzione e che la sua misura non avviene in anni, mesi e giorni ma in energia, passioni e sensazioni. L'ultimo dono che Yeon vuole fare è di scioglierlo dall'orrore dell'attesa della morte. E lì dove lei fallirà saranno altri uomini a farsi carico di questo dono. E saranno uomini qualunque, di cui resta ignota la moralità e i moventi delle azioni. Si nasce e si muore con persone qualunque, e basta un gesto, un gesto solo.
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16:00 | commenti (10) | cinema, cannes2007 |
martedì, luglio 17, 2007
Cinema da masticare Grindhouse. A prova di morte di Quentin Tarantino Presentato in concorso alla sessantesima edizione del Festival di Cannes in una versione "allungata" a 120 minuti, era originariamente previsto in una versione da 90 minuti da proiettare insieme a Planet terror di Robert Rodriguez. Sono stati poi separati, anche per recuperare rispetto alla debacle economica subita negli States. Se fosse lecito paragonare un film ad un cibo,lo assocerei ad un bignè. Un cibo bellissimo da vedere, buono da mangiare, magnificamente inconsistente e con tante calorie, da non abusarne. Tarantino "sforna" l'ennesimo tributo al cinema di genere, questa volta volta una sorta di road movie, alla maniera stunt. Il tributo si arricchisce della pelle originaria, ovvero di tutti gli strumenti tecnici di ripresa, sviluppo e montaggio degli anni '70, ovvero degli anni che videro sorgere e svilupparsi in america quel genere cinematografico. Le immagini sono leggermente sgranate, con una definizione più bassa di quella odierna, nel montaggio vengono inserite le duplicazioni e i tagli dell'audio che derivavano da imperfezioni dei tagli e dei sincronismi audio/video. La pellicola è segnata da tagli, impurezze e sbalzi. L'impressione è davvero quella di trovarsi davanti ad un film usa degli anni '70, tanto che alla vista del primo telefono cellulare si resta stupiti dell'apparente anacronismo. La trama del film è ridotta a pochissima cosa, puro e semplice pretesto che permetta lo svolgimento dell'azione che è l'unica cosa che sembra interessare a Tarantino. Il risultato è un film serrato, pieno di deja vu, remake e citazioni che rimettono in circolo una miriade di suggestioni dell' immaginario cinematografico dello spettatore. Ritornano gli inseguimenti dei polizieschi alla Starsky e Hutch e si sente l'eco di tante serie televisive americane che noi, come alcune giovani protagoniste del film, non abbiamo visto ma di cui non fatichiamo ad immaginare il genere. I film di Tarantino sono buoni da mangiare con gli occhi, appunto come i bignè, sono anche manifesti programmatici che sfidano i cineasti a produrre un cinema sanguigno che faccia vibrare le sensazioni di pancia dello spettatore. Sono tributi alla memoria che rimettono in circolo le emozioni. Ma questo manifesto non delinea un quadro generale valido per tutta la cinematografia attuale, è solo una parte, molto dolce, ma anche molto piccola. in foto: una Dodge Charger R/T del 1969, detta Generale Lee nel telefilm Hazzard
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11:00 | commenti (10) | cinema, cannes2007 |
venerdì, giugno 15, 2007
Le incertezze americane Paranoid park di Gus Van Sant Il senso di colpa americano sembra incarnarsi nella storia personale di Alex, adolescente "normale", normalmente figlio di separati, normalmente agiato, normalmente solo, normalmente inconsapevole della propria inquietudine. La guerra in Iraq (insieme alla povertà del mondo) torna spesso nelle parole dei protagonisti, sempre solo come metafora, come altrove, negazione, pretesto. Alex si sente responsabile di un suo gesto, ma non colpevole fino in fondo. Cerca un modo di liberarsi da questo peso. Vive la sua sofferenza con poca percezione della realtà, in modo vago e sfumato (come il Blake di Last days). Il mondo gli arriva attutito e gli lascia solo incertezza. Vicino a lui niente e nessuno che possa aiutare a fare chiarezza. Un solo consiglio gli arriverà, e sarà un modo per esorcizzare senza espiare, senza capire. Sono gli USA, è il tempo dell'incertezza.
Presentato all'edizione del sessantennale del Festival di Cannes, ne ha vinto il premio speciale. Ancora gli adolescenti al centro di questa storia, di sangue, sofferenza e incertezza (come in Elephant). Van Sant si avvale ancora della tecnica di ralenti e di un uso potente della colonna sonora per trasfigurare i personaggi.
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13:47 | commenti (4) | cinema, cannes2007 |
mercoledì, giugno 13, 2007
L'ultimo sguardo Le Scaphandre et le Papillon (titolo originale) Un'istante prima della fine, immagini, pensieri, sensazioni invadono la mente. Non è lo scorrere piatto e neutro della vita ma ne è il giudizio finale. Senza principi, leggi e doveri ma solo emozioni, sensazioni, sentimenti. A Jean Dominique Bauby, brillante giornalista, è stato concesso di dilatare questo sguardo sulla vita per un tempo più lungo. Il tempo per dare forma ai propri pensieri. Guardare e pensare al volto delle donne che non aveva saputo amare, gli amici che non aveva aiutato, le occasioni buttate via. Ha potuto farlo quando il suo corpo si è fermato, quando gli erano restate solo l'immaginazione e la memoria. Ricordare per capire, immaginare per continuare a vivere. Unico contatto con il mondo il suo occhio sinistro (anche se la truccatrice a volte lo confonde), unico strumento di comunicazione la sua palpebra. Strumenti sufficienti per ricevere gli ultimi fotogrammi, dare gli ultimi commiati. A tratti sembra accennarsi un'operazione di accanimento vitalistico, una sorta di antitesi di Mare dentro di Amenabar ma forse sono solo i necessari controcanti che preparano la strada al dispiegarsi pieno dell'esito inesorabile. Julian Schnabel alterna lo sguardo in soggettiva di Jean Do con il proprio di narratore. Le immagini sfocate e mosse sono gli ultimi sguardi sul mondo. La fotografia potente imprime forza al racconto di una vita vissuta, tra errori e mancanze ma sempre all'inseguimento della felicità. Schnabel usa l'azione della natura per dare energia e movimento ai pensieri e alle idee. Di particolare efficacia lo sfondo dei titoli di coda, in cui il cinema rende reversibile ciò che è irreversibile, riporta all'origine (alla nascita) ciò che è già morto. Il tentativo del cinema di rimettere in circolo le immagini che altri occhi hanno visto e che non vogliono essere dimenticate.
di Julian Schnabel
Presentato in concorso alla 60-esimo Festival di Cannes, premiato per la migliore regia. Tratto dall'omonino libro autobiografico di Jean Dominique Bauby.
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12:38 | commenti | cinema, cannes2007 |
martedì, giugno 12, 2007
Gatti, manga e follie in giappone Funukedomo, kanashimino ai wo Misero (Titolo originale) Funeke show some love, you losers (Titolo internazionale) di Daihachi Yoshida Inserti digitali in post-produzione non sono sufficienti a dare al film nè slancio nè originalità. Privo della necessaria credibilità (funestato dall'iconografia di massa che forse intende avversare) per rendere autorevole la denuncia delle derive della società giapponese che forse testimonia involontariamente più di quanto prova a fare volontariamente. Se questo film fosse davvero espressione del cinema orientale allora si, sarebbe davvero morto (" Il cinema d'oriente è morto" di Pier Maria Bocchi su Film TV)... ma questa è tutta un'altra storia.
Film presentato alla sessantesima edizione del Festival di Cannes in rappresentanza della cinematografia giapponese. E' la storia di una famiglia di campagna giapponese che si autodistrugge. Una figlia desidera diventare attrice ed è disposta a qualunque compomesso pur di riuscirvi, la sorella distrugge la reputazione dell'aspirante attrice pubblicando la sua storia in formato manga, il fratello adottivo si lega incestuosamente alla sorella "attrice" maltrattando e disdegnando la propria moglie, i genitori muoiono per salvare un gatto. In questo quadro degradato si susseguono gesti di persecuzione e crudeltà familiare. Sullo sfondo lontano la società giapponese, improntata all'effimero succeso, una becera sessualità, esasperate manie feticiste, vuoti simulacri che annichiliscono.
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17:58 | commenti | cinema, cannes2007 |
Più leggero dell'aria Le Voyage du ballon rouge (titolo originale) di Hou Hsiao-hsien Opera eterea, al pari dell'elio che sospinge il palloncino rosso amico del piccolo Simon, priva di una vera e propria diegesi, frames debolmente concatenati che si susseguono come pennellate leggere a tratteggiare macchie di colore (post)impressionista. Ruba un pò della magia del film di Lamorisse, un pò di ambiguità e mistero del quadro di Vallotton per restituire accenni di suggestioni. La magia del cinema, il fascino di Parigi, il mistero della pittura. Con gli occhi limpidi di un bambino. Dove la leggerezza sconfina nell'impalpabile, evanescente effimero.
In figura: Le ballon (1899) di Félix Vallotton (1865-1925)
Al regista taiwanese è spettato l'onore di aprire la sessantesima edizione del festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, con la sua prima opera francese, realizzata "su commissione" del Museo d’Orsay di Parigi, dedicato ai capolavori dell'impressionismo e post-impressionismo. Il patto di commissione è rispettato filmando il quadro (presente nel museo) di Felix Vallotton Le ballon. Il film si ispira dichiaratamente al cortomegraggio Le ballon rouge (uscito in Italia con il titolo Il palloncino rosso) di Albert Lamorisse, vincitore della palma d'oro al Festival di Cannes del 1956 fra i cortometraggi e dell'Oscar per la sceneggiatura.
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16:51 | commenti | cinema, cannes2007 |
venerdì, giugno 08, 2007
Lo sguardo interrotto 4 Luni, 3 Saptamini Si 2 Zile (titolo originale) 4 Months, 3 Weeks And 2 Days (titolo internazionale) di Cristian Mungiu Molto più probabilmente vuole essere un film di denuncia contro la repressione attuata da uno dei regimi socialisti più oscurantisti del blocco sovietico e cerca di usare con connotazione neutra una storia individuale drammatica. Le inopportune complessificazioni della trama (il ritardo nella scelta di abortire) e l'inaccettabile scelta dell'astensione del giudizio (se di questo si tratta) sull'interruzione di gravidanza rappresentano un diminuzione nella condanna al decaduto regime. Un regime corrotto e bigotto abbattuto dal suo popolo, unanimemente condannato dalla storia e dal consesso umano. L'attenzione di intellettuali dell'est (e non) a seppellire per l'ennesima volta il cadavere ormai decomposto dei passati regimi socialisti resta operazione ambigua, oltre che superflua. Se si esclude il valore di elaborazione della memoria (che necessiterebbe di ben altre riflessioni, presenti per esempio in A est di Bucarest di Corneliu Porumboiu), queste opere (come recentemente Le vite degli altri) sembrano piuttosto orientate a distogliere lo sguardo dal presente, ad interrompere la coscienza critica dei popoli dell'est che oggi vivono spesso in condizioni più povere e degradanti del passato.
Il 60-esimo Festival di Cannes, presieduto da Stephen Frears ha assegnato a questo film rumeno la Palma d'oro. Il giovane regista usa uno stile asciutto, con poche concessioni all'affabulazione narrativa, sorprendentemente maturo. Lo svolgimento diegetico è piatto, le inquadrature sanno lavorare anche per sottrazione (tranne che nella scelta di mostrare il feto abortito), la luce è assente come la speranza e lascia la cupezza a regnare sulle vite di tutti. Sceglie una trama semplice ma che tratta in modo complesso fino ai limiti della contraddizione. E' la storia, ambientata ai tempi del regime di Ceausescu, di una sudentessa rumena che resta incinta e decide di interrompere la gravidanza, con colpevole ritardo. Se fosse un film sulla libertà e i diritti individuali delle donne avrebbe scelto male la protagonista che certo non può rappresentarli limpidamente. Se fosse un film contro la libertà di autodeterminazione della donna rappresenterebbe uno straordinario regresso politico ed etico.
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17:18 | commenti | cinema, cannes2007 |