lunedì, gennaio 21, 2008
le mani che inseguono lo sguardo ore 5.35. tangenziale est di pasquale d'aiello Ho voluto raccontare una storia semplice. La prima notte, dopo la fine di un amore. Il girovagare per la città per sfuggire e ritrovare. I luoghi che parlano, raccontano la nostra storia. I segni che diventano simboli e parole. La memoria che si addensa nelle strade, nelle piazze. Raccontare attraverso i luoghi di Roma e scoprire che conservano ancora la memoria comune. La condivisione di un ricordo è una forma laica di immortalità. Forse non è materia così semplice ma il cinema corre, scorre, sfugge, si trasforma e parla da sè anche contro la nostra volontà.
E' impossibile giudicare una propria opera. E infatti non lo farò. Mi limiterò a parlarne come si può parlare di un amico un pò matto a cui si vuole bene, di cui si conoscono i difetti ma con la voglia di perdonarli. Dopo anni di critica cinematografica ho voluto provare l'esperienza della regia, realizzando questo cortometraggio che aveva il magnifico e terribile compito, che hanno tutti i primogeniti, di segnare una strada, pagnado il prezzo delle ingenuità, dell'inesperienza ma con l'orgoglio di raggiugere la meta incerta.
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lunedì, gennaio 07, 2008
Anche il cinema sbaglia i peggiori film del 2007 (in ordine cronologico) La guerra dei fiori rossi di Zhang Yuan il made in china che non funziona. 300 di Zack Snyder il cinema arruolato nelle guerre imperialiste, travestite da guerre di civiltà. L'uomo privato di Emidio Greco se non si hanno grandi messaggi si può affidare alle immagini il compito di parlare. se le immagini sono silenti l'effetto è disastroso. Un'altra giovinezza di Francis Ford Coppola a rigore non dovrebbe essere annoverato tra i film brutti ma un film così inutilmente barocco, che a volte sfiora l'ironia involontaria fatto da Coppola... provoca stupore. Factory girl di George Hickenlooper i film non si fanno con la plastica.
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venerdì, gennaio 04, 2008
Filmare la morte tra Rivette e Pontecorvo Solo ora riesco a scrivere di questo episodio, occorsomi diversi anni fa. Il tempo ha reso meno vivido il ricordo di quei momenti, liberandomi da quella consegna al silenzio che quasi inspiegabilmente mi ero imposto. Ho rintracciato in una vecchia e famosa polemica tra Rivette e Pontecorvo gli elementi che crearono i miei dubbi, che nacquero improvvisi, senza mediazione, come il frutto della mia coscienza intellettuale. Ero intervenuto ad una piccola riunione di carattere politico-culturale. Tra i partecipanti alcuni amici, qualche viso noto ma anche qualcuno sconosciuto. Ad un tratto un uomo, poco sopra la quarantina, si allontana dalla sala della riunione. Non mi accorgo subito della sua assenza ma ad un tratto ci sentiamo chiamare, un suo amico ci invita a chiedere soccorsi. Quel malore improvviso che l'aveva colto, non sembrava più uno sciocco calo di pressione ma qualcosa di molto più serio che non accennava a passare, anzi peggiorava rapidamente. Quando lo guardai in volto non ero più certo che fosse cosciente. Chiamammo l'autoambulanza. La via in cui ci trovavamo era piccola, incuneata tra strade più grandi, ad un solo senso di marcia. Nel terrore di perdere anche solo pochi minuti alcuni di noi ci precipitammo nelle strade laterali per intercettare i soccorsi e condurli il più rapidamente possibile dal nostro compagno. Nei minuti di attesa balenavano le ipotesi più disparate, portarlo via in macchina, chiamare altri soccorsi, ma c'era il rischio di perdere ulteriore prezioso tempo. Capivamo che era questione di vita o di morte. Infine i soccorsi arrivarono ma non ci fu più niente da fare. Quell'uomo era già morto. Stroncato da un ictus. Frugammo tra le sue cose per trovare gli indirizzi dei suoi parenti, oggetti che involontariamente guardavamo rivelavano tracce di una vita piena di prospettive, di attesa di un futuro che non ci fu. Quegli oggetti aprivano degli squarci nella vita di quella persona a me totalmente sconosciuta. La conoscenza di quei fatti unita a quell'intimità e vicinanza che m'aveva dato l'essere presente alla sua morte mi indussero a partecipare ai funerali di quella persona di cui non conoscevo neppure il nome. I funerali si svolgevano al Verano, in forma laica. Nel sala del tempietto egizio, difronte alla bara chiusa i suoi amici lo ricordavano, dai diffusori usciva la musica che loro amavano ascoltare e suonare. Appena arrivato cercai subito un angolo nascosto in cui poter rendere la mia insignificante testimonianza senza interferire con il dolore delle persone che l'avevano conosciuto e amato. Ma questo non fu possibile. Appena arrivato una persona che mi conosceva, sapendo del mio minor coinvolgimento emotivo in quel momento rispetto ad altri intervenuti e ricordando delle mie velleità di operatore di ripresa mi chiese una cortesia, a nome della famiglia del defunto. Una sorella del compagno morto viveva in un paese lontano e non aveva fatto in tempo a partecipare ai funerali ma desiderava avere un ricordo di quel momento. Mi chiesero di riprendere la cerimonia funebre. Nella mia mente questa idea mi parve subito qualcosa di incredibile, innaturale. Avrei voluto rifiutare, pensavo, con immediatezza, senza ulteriori riflessioni, che non si poteva riprendere il dolore. Era una materia che sfuggiva per sua natura alla resa visiva. E semmai ciò fosse possibile sarebbe avvenuto a danno del reale. Sentivo che non avrei potuto "rendere" il dolore senza invadere (e quindi offendere, oltraggiare) il dolore stesso e chi lo provava. Era una cosa che offendeva la mia sensibilità e mai l'avrei fatta, se non fosse che il rifiuto avrebbe causato un'ulteriore sofferenza a chi me lo chiedeva. Mi rendevo conto che in quel luogo era l'unico che avrebbe potuto farlo. E lo feci. Nella mia mente correvano rapide e improvvise alcune domande e congetture a cui mai avrei creduto di dover rispondere. "Fin dove è lecito avvicinarmi?", "posso avvicinarmi alla bara, come tutti gli altri amici?", "se facessi uno zoom, cosa penserebbe sua sorella?", "vedrebbe la vera sofferenza sul volto di chi e' qui, ma capirebbe anche che la mia intenzione era proprio quella", "intuirebbe che la mia presenza non è affatto neutra, vedrebbe quello che io voglio farle vedere, nel modo in cui io voglio che lo veda","se evitassi di inquadrare il volto dei genitori, le eviterei un'inutile strazio", "se faccio una panoramica sul cerchio dei presenti le darò l'esatta percezione dello spazio, di chi è intervenuto, dei movimenti corporei che parlano più delle parole", "qual e' l'utilità di questo filmato?: capire? ricordare? partecipare?" Inutile dire che ognuna delle mie scarse capacità tecniche mi sembrava un virtuosismo offensivo. non riuscivo a capire perchè lo pensassi ma era quello che pensavo. Sapevo anche che tenere la telecamera fissa sulla bara sarebbe stato una sorta di omissione rispetto alla richiesta fattami. Privo di una precedente elaborazione analitica, dopo qualche minuto di frastornamento, scelsi una via che mi paresse moralmente sostenibile. Evitai di muovermi eccessivamente nello spazio come forma di rispetto per chi era lì. Limitai quasi del tutto l'uso dello zoom che in quanto espediente tecnico mi sembrava offuscare la realtà , evitai del tutto i primi piani ed i primissimi piani in quanto mi parevano violazioni voyeuristiche dell'intimità, cercai posizioni che permettesero di riprendere l'insieme dello spazio, i movimenti panoramici che feci avvenivano senza soffermarsi sui volti ma solo per dare l'idea complessiva dei corpi nello spazio. Quando la commemorazione finì, esitai nel chiedere se desideravano che montassi il filmato ma non lo feci, anche quello mi sembrava un artificio che non poteva applicarsi al dolore. Tutte queste cose non le elaborai istantaneamente e, comunque, non gli diedi mai una forma razionale fino a quando non lessi l'articolo di Rivette che commentava Kapò di Pontecorvo. L'articolo comparve sul n. 120 dei "Cahiers du cinéma", nel giugno del 1961, era intitolato "Dell'abiezione". Rivette partiva dall'assunzione dell'ipotesi sintetizzata da Moullet: "la morale è una questione di carrellate". Egli rilevava che nella scena del film in cui Riva si suicida gettandosi sul reticolato elittrificato, il movimento di carrello in avanti che porta il corpo dell'uomo ad essere inquadrato dal basso, con la mano protesa in avanti che si colloca in un angolo dell'inquadratura finale fosse qualcosa di aberrante, profondamente immorale e meritevole del più profondo disprezzo. Nella lunga polemica che ne seguì Pontecorvo spiegò con più precisione quale fosse stato il reale movimento della MdP, ma il senso della polemica rimase inalterato. Non può sfuggire che la rappresentazione attraverso un film di finzione obbedisce a leggi diverse da quelle che dovrebbero regolare la situazione in cui io mi trovai, tuttavia sono fortissime le similitudini che permangono. Il caso di Kapò è sempre stato messo in relazione con il film di Resnais "Notte e nebbia", in quanto entrambi hanno affrontato il medesimo tema. Con la fondamentale differenza che Resnais operò in veri campi di concentramento, sebbene subito dopo la loro liberazione. Facendo scelte profondamente diverse da quelle di Pontecorvo, utilizzando prevalentemente i piani sequenza. Non è questa, nè potrebbe esserla, la sede in cui fondare una morale cinematografica, nè affermare se essa sia basata esclusivamente sulla messa in scena, assoluta e trasversale a tutte le culture, come affermavano i giovani turchi, o dipendente dalle singole culture e dai contenuti diegetici. Volevo testimoniare della mia personale verifica della profonda potenza morale del cinema e dei suoi strumenti, attraverso il confronto con il più terribile degli eventi.
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giovedì, gennaio 03, 2008
10 fotogrammi del 2007 i miei migliori film del 2007 (in ordine cronologico) Cuori di Alain Resnais da bambino mi dicevano che la neve protegge il grano. mi sembrava un paradosso, ancora oggi non so se sia vero. ma a guardar la vita sembrerebbe proprio così. D'inverno il sole stanco Le luci della sera di Aki Kaurismaki perche', in fondo, ognuno ha perso dentro i fatti suoi... The departed. Il bene e il male di Martin Scorsese quod me nutrit me destruit. Dell'impossibilità del mondo di fare a meno del male. Letters from Iwo-Jima di Clint Eastwood e scoprire che il tuo nemico è fatto della tua stessa materia. Il pistolero dagli occhi di ghiaccio usa la MdP come una Colt, per giustiziare e per graziare. Paranoid Park di Gus Van Sant se è vero che l'ontogenesi può riassumere la filogenesi, guardare la mente di questi giovani potrebbe risultare illuminante sullo stato dell'impero. Cleopatra di Julio Bressane perchè l'essenziale è invisibile agli occhi. Fidel racconta il Che di Gianni Minà I veri (marxisti) comunisti non ascoltano le ragioni del cuore ma hanno a cuore la ragione. The vanishing point di Laurent de Bartillat Ci sono particolari che possono raccontare un mondo ma non sono destinati al mondo. ...e qui lo lascio per ogni volta che lo vorrai sentire ed é Meduse di Etgar Keret, Shira Geffen provare a immergersi nei propri sogni, nei ricordi. E trovare un mondo in cui completare il gesto interrotto, ritrovare chi è andato dimenticandosi di tornare. E buonanotte a tutti i sognatori ... e poi a quelli che non ritornano ....
Il passato di Hector Babenco si fa presto a cantare che il tempo sistema le cose
a letto presto se ne va
non ce la fa più
non ce la fa più
la notte adesso scende
con le sue mani fredde su di me
ma che freddo fa
ma che freddo fa
basterebbe una carezza
per un cuore di ragazza
forse allora sì - che t'amerei.
Mi sento una farfalla
che sui fiori non vola più
che non vola più
che non vola più
mi son bruciata al fuoco
del tuo grande amore
che s'è spento già
ma che freddo fa
ma che freddo fa
tu ragazzo m'hai delusa
hai rubato dal mio viso
quel sorriso che non tornerà.
Cos'è la vita
senza l'amore
è solo un albero
che foglie non ha più
e s'alza il vento
un vento freddo
come le foglie
le speranze butta giù
ma questa vita cos'è
se manchi tu.
Non mi ami più
che freddo fa
cos'è la vita
se manchi tu
non mi ami più
che freddo fa
solo per te e per chi lo sa capire
poi a quelli che non salutano
certo lassù forse lassù
sono capaci di non dormire mai più
...
chissà se in cielo passano gli who
chissà se in cielo passano gli who
chissà che nome d'arte avrà il dj
se sceglie sempre e solo tutto lui
se prende le richieste che gli fai
si fa un pò meno presto a convincersi che sia così
io non so se è proprio amore:
faccio ancora confusione
so che sei la più brava a non andarsene via
forse ti ricordi
ero roba tua
non va più via l'odore del sesso che hai addosso
si attacca qui all'amore che posso che io posso
e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa
ed appena finito ognuno ha ripreso le sue
tu che dentro sei perfetta
mentre io mi vado stretto
tu che sei così brava a rimanere mania
forse ti ricordi
sono roba tua
non va più via l'odore del sesso che hai addosso
si attacca qui all'amore che posso che io posso
non va più via l'odore del sesso che hai
addosso si attacca qui all'amore che posso che io posso
non va più via davvero non va più via nemmeno se...
non va più via
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13:14 | commenti | pensieri, opinioni, cinema |
lunedì, dicembre 17, 2007
ThyssenKrupp Epilogo In questo mondo libero di Ken Loach A volte gli episodi della vita chiedono di agire, chiedono azioni precise, concordate, dirette. Rifuggono dalla generica solidarietà, dalla pietà, dagli impegni per il futuro. Ma quando crollano gli strumenti di lavoro sostituiti dagli immaginifici colori dell'arcobaleno e vuote parole, mentre qualcuno si affanna a supplicare moratorie sulla pena di morte, si annebbiano gli obiettivi e si eseguono le condanne di lavoratori, quando l'azione collettiva sembra impossibile, le immagini lavorano vorticosamente, ricreano connessioni, richiamano voci, parole... Povera Vita Mia da la vida que vendra' dei 99 posse Alle volte mi ritrovo con la testa tra le mani
e penso di essere diventato pazzo
mi dico cazzo! non è reale qua mi devo calmare
eh già, devo stare calmo, riprendere il controllo,
lucidità, perché fa caldo qua,
senti che caldo che fa, si muore, ma si fa per dire
non è che fa caldo e uno muore
a meno che non sia anziano e c’abbia problemi col cuore
o di pressione, ma non è che fa caldo e uno muore
il caldo è una cosa naturale, come andare a lavorare
C’è l’affitto da pagare? Vai a lavorare,
lì ti possono sfruttare, umiliare, sottopagare,
cassaintegrare, ma non è che ti possono ammazzare,
non è così, perdio, non è così che deve andare,
cazzo, morire, cazzo morire per poco più di un milione
non può capitare, ma non si sa come
succede ogni giorno a ben tre persone
e io sarei il pazzo! mille morti l’anno è una guerra perdio
ed io sono un pazzo fottuto che con una guerra in corso
vado ancora in giro disarmato, un pazzo, un pazzo fottuto
Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Povera vita mia chi magna e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Più ci penso e più mi è chiaro
il fatto che non sono diventato pazzo
è solo che là fuori c’è qualcuno
che si è messo in testa di ammazzarci tutti
e puoi giurarci che nemmeno lui è pazzo
pazzo è riduttivo per un serial killer recidivo
che poi non è neanche uno
perché sono tanti e sono pure tanto ricchi
e potenti e sfacciati maledetti siano loro
e chi cazzo li ha creati, avidi assassini senza scrupoli
che intascano un miliardo ogni due mesi
e si permettono di parlare
di taglio alle spese e ai contributi
i bastardi fottuti, figurati se c’hanno orecchie per sentire
chi gli parla di riduzione dell’orario di lavoro
per loro se dopo otto ore di lavoro
sei stanco, fai una cazzata e muori
è un peccato e manco per la tua vita
quanto per la pensione che hanno cacciato
e comunque hanno risparmiato
rispetto all’assunzione di nuove persone a pieno salario
è questo lo straordinario obbligatorio
chi vola alle Bahamas e chi va all’obitorio
e dovremmo pure dirgli grazie
perché “offrono” lavoro
Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Povera vita mia chi magna e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Alle volte mi ritrovo con la testa fra le mani
e penso, penso e rifletto: in Italia c’è un conflitto
una guerra che fa più di mille morti all’anno
tra lavoro e mala sanità, e dimmi tu
se questa qua non è pulizia etnica
cos’è come si chiama?
Quando uno che c’ha i soldi può avere tutto
e uno che ne ha di meno non ha diritto
nemmeno a un letto in un ospedale quando sta male
e se vuol farsi curare deve pagare
solo che coi soldi che gli danno quelli del lavoro interinale
c’è l’affitto da pagare, il bambino da mantenere
e cosa cazzo vuoi pagare un dottore
quando non sai nemmeno se tra due mesi
c’ avrai ancora un fottuto lavoro
perché il lavoro interinale non è altro che
una prestazione occasionale di lavoro manuale
non qualificato, esattamente il caso in cui
il rischio d’incidente sul lavoro è quintuplicato
e tutto questo non è capitato
ma è stato pensato, progettato e realizzato
dal padronato in combutta con l’apparato decisionale dello stato
per il quale la vita di un proletario non vale non dico niente
ma sicuramente non vale il costo di un’assunzione regolare
con tanto di corso di formazione professionale;
è evidente il disegno criminale o no?
o sono io che sono pazzo?
Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Povera vita mia chi magna e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
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17:59 | commenti | pensieri, opinioni, cinema |
lunedì, novembre 05, 2007
Genialità fatta cinema Stanley Kubrick. Mostra al palazzo delle Espozioni 6 ottobre 07>6 gennaio 08 Nella sala dedicata a 2001: Odissea nello spazio viene ricostruito il meccanismo della proiezione frontale che Kubrick mise a punto per quel film. In una sezione ad hoc vi sono gli obiettivi usati dal registi, tra cui uno fatto appositamente modificare per le riprese a lume di candela di Barry Lyndon. C'è la testimonianza di Spielberg che porta a termine, con A. I., un progetto iniziato da Kubrick, così come si apprende dell'interruzione delle lavorazioni di un suo film, dovuta alla precedente uscita di Schindler's list. Per gli amanti della teoria del complotto sull'allunaggio vi sono notizie interessanti sulla collaborazione con la NASA, sia per l'uso di lenti sia per comunanza di uomini tra i suoi film e l'ente spaziale americano. E' una mostra su un genio fatto cinema.
Al Palazzo delle Esposizioni è possibile visitare una grande mostra che ripercorre diacronicamente la vita cinematografica di Kubrick, dai suoi esordi da giovane filmaker del Bronx, fino alla sua ultima opera incompiuta (Eyes wide shut). E' possibile percepire la sua cura dei dettagli, la profonda conoscenza tecnica, la perseveranza e la dedizione. Si può capire come il film sia opera di ingegno e di manifattura, d'arte e d'economia, che richiede capacità d'analisi e di pianificazione. Di tutto questo Kubrick era dotato in misura eccezionale. Per ogni film è possibile vedere oggetti di scena, sceneggiature, piani di lavorazione, valutazioni economiche e rapporti con la censure, seguendone anche dei backstage particolarmente illuminanti.
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mercoledì, ottobre 31, 2007
La festa del cinema di Roma La seconda edizione In foto: immagine tratta da Il libro dei sogni di Fellini. Presentato alla Festa del Cinema di Roma
Si è conclusa la seconda edizione della Festa del Cinema di Roma con l'assegnazione, quale miglior film, del Marco Aurelio a Juno di Reitman. L'assegnazione, fatta dalla giuria popolare, diretta da Tanovic ha premiato un film eccessivamente leggero e superficiale che rischia di esterendere queste connotazioni anche all'intero Festival. Anche in assenza di capolavori, certamete altri film avrebbero dato maggior lustro e consistenza a questa manifestazione (ad es. Caotica Ana e The vanishing point). Gli organizzatori devono riflettere per elevare il livello della manifestazione, anche evitando di presentare in concorso film decisamente mal riusciti e pretenziosi (L'uomo privato). Resta l'apprezzamento per lo sforzo fatto per dare a Roma un grande festival internazionale. La città lo merita per la sua storia e la sua vocazione cinematografica. In questa seconda edizione è stata visibilissima l'impostazione veltroniana che tende a sconfiggere per acquisizione ogni possibile antagonista, la sezione Extra Large ha portato nelle periferie, nei cineclub di periferia, nei centri sociali un riverbero (debole) della festa. La forza di questa strategia è l'inattaccabilità ed infatti anche qui non riusciamo a farlo compiutamente. L'unico che ha tentato di contrapporsi alla Festa del Cinema è stato il Festival del Cinema Indipendente, Consequenze, di Pierpaoli. Però, a posteriori, è possibile verificare che l'effetto non è apprezzabile. Per il prossimo anno prevedo che anche questa iniziativa di Pierpaoli, se ancora esisterà, verrà integrata nella festa veltroniana. D'altronde lo staff del sindaco ha dimostrato una notevole permeabilità alle realtà cinematografiche romane che sono state (quasi) tutte inglobate. Alla rivista Filmcritica (che l'anno scorso esprimeva qualche leggera perplessità sul Festival di Roma) è stata assegnata la retrospettiva su Raul Ruiz, cui è stato assegnato il premio di Maestro del Cinema. E su questa strada si è certo fatto uno sforzo di elevazione della manifestzione. Si è cercato di tenere insieme il cinema "alto" e quello commerciale, l'arte e gli affari. Anche nella fruibilità si è permesso lo sfoggio agli inevitabili vippetti che infestavano la manifestazione ma anche l'accesso più popolare contenendo i prezzi dei servizi accessori e delle proiezioni minori (ovviamente si può fare di più). E' la strategia veltroniana, temibile e criticabile in generale, ma che nel campo della cultura conosce il suo aspetto migliore.
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09:59 | commenti (7) | opinioni, cinema |