venerdì, gennaio 04, 2008
Filmare la morte tra Rivette e Pontecorvo Solo ora riesco a scrivere di questo episodio, occorsomi diversi anni fa. Il tempo ha reso meno vivido il ricordo di quei momenti, liberandomi da quella consegna al silenzio che quasi inspiegabilmente mi ero imposto. Ho rintracciato in una vecchia e famosa polemica tra Rivette e Pontecorvo gli elementi che crearono i miei dubbi, che nacquero improvvisi, senza mediazione, come il frutto della mia coscienza intellettuale. Ero intervenuto ad una piccola riunione di carattere politico-culturale. Tra i partecipanti alcuni amici, qualche viso noto ma anche qualcuno sconosciuto. Ad un tratto un uomo, poco sopra la quarantina, si allontana dalla sala della riunione. Non mi accorgo subito della sua assenza ma ad un tratto ci sentiamo chiamare, un suo amico ci invita a chiedere soccorsi. Quel malore improvviso che l'aveva colto, non sembrava più uno sciocco calo di pressione ma qualcosa di molto più serio che non accennava a passare, anzi peggiorava rapidamente. Quando lo guardai in volto non ero più certo che fosse cosciente. Chiamammo l'autoambulanza. La via in cui ci trovavamo era piccola, incuneata tra strade più grandi, ad un solo senso di marcia. Nel terrore di perdere anche solo pochi minuti alcuni di noi ci precipitammo nelle strade laterali per intercettare i soccorsi e condurli il più rapidamente possibile dal nostro compagno. Nei minuti di attesa balenavano le ipotesi più disparate, portarlo via in macchina, chiamare altri soccorsi, ma c'era il rischio di perdere ulteriore prezioso tempo. Capivamo che era questione di vita o di morte. Infine i soccorsi arrivarono ma non ci fu più niente da fare. Quell'uomo era già morto. Stroncato da un ictus. Frugammo tra le sue cose per trovare gli indirizzi dei suoi parenti, oggetti che involontariamente guardavamo rivelavano tracce di una vita piena di prospettive, di attesa di un futuro che non ci fu. Quegli oggetti aprivano degli squarci nella vita di quella persona a me totalmente sconosciuta. La conoscenza di quei fatti unita a quell'intimità e vicinanza che m'aveva dato l'essere presente alla sua morte mi indussero a partecipare ai funerali di quella persona di cui non conoscevo neppure il nome. I funerali si svolgevano al Verano, in forma laica. Nel sala del tempietto egizio, difronte alla bara chiusa i suoi amici lo ricordavano, dai diffusori usciva la musica che loro amavano ascoltare e suonare. Appena arrivato cercai subito un angolo nascosto in cui poter rendere la mia insignificante testimonianza senza interferire con il dolore delle persone che l'avevano conosciuto e amato. Ma questo non fu possibile. Appena arrivato una persona che mi conosceva, sapendo del mio minor coinvolgimento emotivo in quel momento rispetto ad altri intervenuti e ricordando delle mie velleità di operatore di ripresa mi chiese una cortesia, a nome della famiglia del defunto. Una sorella del compagno morto viveva in un paese lontano e non aveva fatto in tempo a partecipare ai funerali ma desiderava avere un ricordo di quel momento. Mi chiesero di riprendere la cerimonia funebre. Nella mia mente questa idea mi parve subito qualcosa di incredibile, innaturale. Avrei voluto rifiutare, pensavo, con immediatezza, senza ulteriori riflessioni, che non si poteva riprendere il dolore. Era una materia che sfuggiva per sua natura alla resa visiva. E semmai ciò fosse possibile sarebbe avvenuto a danno del reale. Sentivo che non avrei potuto "rendere" il dolore senza invadere (e quindi offendere, oltraggiare) il dolore stesso e chi lo provava. Era una cosa che offendeva la mia sensibilità e mai l'avrei fatta, se non fosse che il rifiuto avrebbe causato un'ulteriore sofferenza a chi me lo chiedeva. Mi rendevo conto che in quel luogo era l'unico che avrebbe potuto farlo. E lo feci. Nella mia mente correvano rapide e improvvise alcune domande e congetture a cui mai avrei creduto di dover rispondere. "Fin dove è lecito avvicinarmi?", "posso avvicinarmi alla bara, come tutti gli altri amici?", "se facessi uno zoom, cosa penserebbe sua sorella?", "vedrebbe la vera sofferenza sul volto di chi e' qui, ma capirebbe anche che la mia intenzione era proprio quella", "intuirebbe che la mia presenza non è affatto neutra, vedrebbe quello che io voglio farle vedere, nel modo in cui io voglio che lo veda","se evitassi di inquadrare il volto dei genitori, le eviterei un'inutile strazio", "se faccio una panoramica sul cerchio dei presenti le darò l'esatta percezione dello spazio, di chi è intervenuto, dei movimenti corporei che parlano più delle parole", "qual e' l'utilità di questo filmato?: capire? ricordare? partecipare?" Inutile dire che ognuna delle mie scarse capacità tecniche mi sembrava un virtuosismo offensivo. non riuscivo a capire perchè lo pensassi ma era quello che pensavo. Sapevo anche che tenere la telecamera fissa sulla bara sarebbe stato una sorta di omissione rispetto alla richiesta fattami. Privo di una precedente elaborazione analitica, dopo qualche minuto di frastornamento, scelsi una via che mi paresse moralmente sostenibile. Evitai di muovermi eccessivamente nello spazio come forma di rispetto per chi era lì. Limitai quasi del tutto l'uso dello zoom che in quanto espediente tecnico mi sembrava offuscare la realtà , evitai del tutto i primi piani ed i primissimi piani in quanto mi parevano violazioni voyeuristiche dell'intimità, cercai posizioni che permettesero di riprendere l'insieme dello spazio, i movimenti panoramici che feci avvenivano senza soffermarsi sui volti ma solo per dare l'idea complessiva dei corpi nello spazio. Quando la commemorazione finì, esitai nel chiedere se desideravano che montassi il filmato ma non lo feci, anche quello mi sembrava un artificio che non poteva applicarsi al dolore. Tutte queste cose non le elaborai istantaneamente e, comunque, non gli diedi mai una forma razionale fino a quando non lessi l'articolo di Rivette che commentava Kapò di Pontecorvo. L'articolo comparve sul n. 120 dei "Cahiers du cinéma", nel giugno del 1961, era intitolato "Dell'abiezione". Rivette partiva dall'assunzione dell'ipotesi sintetizzata da Moullet: "la morale è una questione di carrellate". Egli rilevava che nella scena del film in cui Riva si suicida gettandosi sul reticolato elittrificato, il movimento di carrello in avanti che porta il corpo dell'uomo ad essere inquadrato dal basso, con la mano protesa in avanti che si colloca in un angolo dell'inquadratura finale fosse qualcosa di aberrante, profondamente immorale e meritevole del più profondo disprezzo. Nella lunga polemica che ne seguì Pontecorvo spiegò con più precisione quale fosse stato il reale movimento della MdP, ma il senso della polemica rimase inalterato. Non può sfuggire che la rappresentazione attraverso un film di finzione obbedisce a leggi diverse da quelle che dovrebbero regolare la situazione in cui io mi trovai, tuttavia sono fortissime le similitudini che permangono. Il caso di Kapò è sempre stato messo in relazione con il film di Resnais "Notte e nebbia", in quanto entrambi hanno affrontato il medesimo tema. Con la fondamentale differenza che Resnais operò in veri campi di concentramento, sebbene subito dopo la loro liberazione. Facendo scelte profondamente diverse da quelle di Pontecorvo, utilizzando prevalentemente i piani sequenza. Non è questa, nè potrebbe esserla, la sede in cui fondare una morale cinematografica, nè affermare se essa sia basata esclusivamente sulla messa in scena, assoluta e trasversale a tutte le culture, come affermavano i giovani turchi, o dipendente dalle singole culture e dai contenuti diegetici. Volevo testimoniare della mia personale verifica della profonda potenza morale del cinema e dei suoi strumenti, attraverso il confronto con il più terribile degli eventi.
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giovedì, gennaio 03, 2008
10 fotogrammi del 2007 i miei migliori film del 2007 (in ordine cronologico) Cuori di Alain Resnais da bambino mi dicevano che la neve protegge il grano. mi sembrava un paradosso, ancora oggi non so se sia vero. ma a guardar la vita sembrerebbe proprio così. D'inverno il sole stanco Le luci della sera di Aki Kaurismaki perche', in fondo, ognuno ha perso dentro i fatti suoi... The departed. Il bene e il male di Martin Scorsese quod me nutrit me destruit. Dell'impossibilità del mondo di fare a meno del male. Letters from Iwo-Jima di Clint Eastwood e scoprire che il tuo nemico è fatto della tua stessa materia. Il pistolero dagli occhi di ghiaccio usa la MdP come una Colt, per giustiziare e per graziare. Paranoid Park di Gus Van Sant se è vero che l'ontogenesi può riassumere la filogenesi, guardare la mente di questi giovani potrebbe risultare illuminante sullo stato dell'impero. Cleopatra di Julio Bressane perchè l'essenziale è invisibile agli occhi. Fidel racconta il Che di Gianni Minà I veri (marxisti) comunisti non ascoltano le ragioni del cuore ma hanno a cuore la ragione. The vanishing point di Laurent de Bartillat Ci sono particolari che possono raccontare un mondo ma non sono destinati al mondo. ...e qui lo lascio per ogni volta che lo vorrai sentire ed é Meduse di Etgar Keret, Shira Geffen provare a immergersi nei propri sogni, nei ricordi. E trovare un mondo in cui completare il gesto interrotto, ritrovare chi è andato dimenticandosi di tornare. E buonanotte a tutti i sognatori ... e poi a quelli che non ritornano ....
Il passato di Hector Babenco si fa presto a cantare che il tempo sistema le cose
a letto presto se ne va
non ce la fa più
non ce la fa più
la notte adesso scende
con le sue mani fredde su di me
ma che freddo fa
ma che freddo fa
basterebbe una carezza
per un cuore di ragazza
forse allora sì - che t'amerei.
Mi sento una farfalla
che sui fiori non vola più
che non vola più
che non vola più
mi son bruciata al fuoco
del tuo grande amore
che s'è spento già
ma che freddo fa
ma che freddo fa
tu ragazzo m'hai delusa
hai rubato dal mio viso
quel sorriso che non tornerà.
Cos'è la vita
senza l'amore
è solo un albero
che foglie non ha più
e s'alza il vento
un vento freddo
come le foglie
le speranze butta giù
ma questa vita cos'è
se manchi tu.
Non mi ami più
che freddo fa
cos'è la vita
se manchi tu
non mi ami più
che freddo fa
solo per te e per chi lo sa capire
poi a quelli che non salutano
certo lassù forse lassù
sono capaci di non dormire mai più
...
chissà se in cielo passano gli who
chissà se in cielo passano gli who
chissà che nome d'arte avrà il dj
se sceglie sempre e solo tutto lui
se prende le richieste che gli fai
si fa un pò meno presto a convincersi che sia così
io non so se è proprio amore:
faccio ancora confusione
so che sei la più brava a non andarsene via
forse ti ricordi
ero roba tua
non va più via l'odore del sesso che hai addosso
si attacca qui all'amore che posso che io posso
e ci siamo mischiati la pelle le anime le ossa
ed appena finito ognuno ha ripreso le sue
tu che dentro sei perfetta
mentre io mi vado stretto
tu che sei così brava a rimanere mania
forse ti ricordi
sono roba tua
non va più via l'odore del sesso che hai addosso
si attacca qui all'amore che posso che io posso
non va più via l'odore del sesso che hai
addosso si attacca qui all'amore che posso che io posso
non va più via davvero non va più via nemmeno se...
non va più via
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13:14 | commenti | pensieri, opinioni, cinema |
giovedì, dicembre 20, 2007
Fantasmi Epilogo "... era mio destino inseguire soltanto fantasmi, M. Proust Il passato di Hector Babenco Il solstizio d'inverno, la notte più lunga. Una distesa di neve, un cielo nero. Un luce di luna debole, bianca, attraversa la nebbia. Come il lago ghiacciato da dove Joel e Clementine guardano la notte e vedono i sogni. E' il lago dove Clementine tornerà inconsapevole per inseguire i suoi sogni-fantasma. In quest'ora si scorgono impercettibili... Sfumature I giorni scorrono veloci Attimi irripetibili
esseri la cui realtà, per buona parte, stava nella mia immaginazione;
in effetti, ci sono persone - ed era stato, sin dalla giovinezza,
il mio caso - per le quali tutto ciò che ha un valore fisso, verificabile da altri,
la fortuna, il successo, le posizioni brillanti, non contano;
ciò di cui hanno bisogno sono i fantasmi. Ad essi sacrificano tutto il resto;
fanno tutto il possibile, si servono di tutto per ritrovare quel certo fantasma.
Ma questo non tarda a svanire; allora se ne rincorre un altro,
salvo, poi, tornare al primo."
più di quanto potessi desiderare
le notti sono assai più brevi
di quanto potessi temere
mi mancano già questi luoghi
mi mancano già i vostri nomi
l'essenziale è invisibile agli occhi
il cuore invece no non può ingannarti
no no no no, no no!
I pensieri scorrono più veloci della luce
i miei occhi parlano con un'altra voce
i pensieri scorrono più veloci della luce
e i miei occhi........Impercettibili sfumature
così difficili da dimenticare
così decise da trasformare
sorrisi in lacrime
Impercettibili sfumature
così decise da trasformare
cieli grigi in giornate di sole
il coraggio in mille paure. C'è il bianco, il nero e mille sfumature
di colori in mezzo e lì in mezzo siamo noi
coi nostri mondi in testa tutti ostili
e pericolosamente confinanti siamo noi
un po' paladini della giustizia
un po' pure briganti, siamo noi
spaccati e disuguali, siamo noi
frammenti di colore, sfumature
dentro a un quadro da finire
Siamo noi, che non ci vogliono lasciar stare
siamo noi, che non vogliamo lasciarli stare
siamo noi, appena visibili sfumature
in grado di cambiare il mondo
in grado di far incontrare
il cielo e il mare in un tramonto
Siamo noi, frammenti di un insieme
ancora tutto da stabilire
e che dipende da noi
capire l'importanza di ogni singolo colore
dipende da noi saperlo collocare bene
ancora da noi, capire il senso nuovo
che può dare all'insieme
che dobbiamo immaginare
Solo noi, solo noi, solo noi...
tutto finisce lo so
ma non voglio partire, no
ancora no, ancora no
ancora no, ancora no...
99 posse da La vita que vendrà
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18:09 | commenti (3) | pensieri, cinema |
lunedì, dicembre 17, 2007
ThyssenKrupp Epilogo In questo mondo libero di Ken Loach A volte gli episodi della vita chiedono di agire, chiedono azioni precise, concordate, dirette. Rifuggono dalla generica solidarietà, dalla pietà, dagli impegni per il futuro. Ma quando crollano gli strumenti di lavoro sostituiti dagli immaginifici colori dell'arcobaleno e vuote parole, mentre qualcuno si affanna a supplicare moratorie sulla pena di morte, si annebbiano gli obiettivi e si eseguono le condanne di lavoratori, quando l'azione collettiva sembra impossibile, le immagini lavorano vorticosamente, ricreano connessioni, richiamano voci, parole... Povera Vita Mia da la vida que vendra' dei 99 posse Alle volte mi ritrovo con la testa tra le mani
e penso di essere diventato pazzo
mi dico cazzo! non è reale qua mi devo calmare
eh già, devo stare calmo, riprendere il controllo,
lucidità, perché fa caldo qua,
senti che caldo che fa, si muore, ma si fa per dire
non è che fa caldo e uno muore
a meno che non sia anziano e c’abbia problemi col cuore
o di pressione, ma non è che fa caldo e uno muore
il caldo è una cosa naturale, come andare a lavorare
C’è l’affitto da pagare? Vai a lavorare,
lì ti possono sfruttare, umiliare, sottopagare,
cassaintegrare, ma non è che ti possono ammazzare,
non è così, perdio, non è così che deve andare,
cazzo, morire, cazzo morire per poco più di un milione
non può capitare, ma non si sa come
succede ogni giorno a ben tre persone
e io sarei il pazzo! mille morti l’anno è una guerra perdio
ed io sono un pazzo fottuto che con una guerra in corso
vado ancora in giro disarmato, un pazzo, un pazzo fottuto
Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Povera vita mia chi magna e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Più ci penso e più mi è chiaro
il fatto che non sono diventato pazzo
è solo che là fuori c’è qualcuno
che si è messo in testa di ammazzarci tutti
e puoi giurarci che nemmeno lui è pazzo
pazzo è riduttivo per un serial killer recidivo
che poi non è neanche uno
perché sono tanti e sono pure tanto ricchi
e potenti e sfacciati maledetti siano loro
e chi cazzo li ha creati, avidi assassini senza scrupoli
che intascano un miliardo ogni due mesi
e si permettono di parlare
di taglio alle spese e ai contributi
i bastardi fottuti, figurati se c’hanno orecchie per sentire
chi gli parla di riduzione dell’orario di lavoro
per loro se dopo otto ore di lavoro
sei stanco, fai una cazzata e muori
è un peccato e manco per la tua vita
quanto per la pensione che hanno cacciato
e comunque hanno risparmiato
rispetto all’assunzione di nuove persone a pieno salario
è questo lo straordinario obbligatorio
chi vola alle Bahamas e chi va all’obitorio
e dovremmo pure dirgli grazie
perché “offrono” lavoro
Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Povera vita mia chi magna e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Alle volte mi ritrovo con la testa fra le mani
e penso, penso e rifletto: in Italia c’è un conflitto
una guerra che fa più di mille morti all’anno
tra lavoro e mala sanità, e dimmi tu
se questa qua non è pulizia etnica
cos’è come si chiama?
Quando uno che c’ha i soldi può avere tutto
e uno che ne ha di meno non ha diritto
nemmeno a un letto in un ospedale quando sta male
e se vuol farsi curare deve pagare
solo che coi soldi che gli danno quelli del lavoro interinale
c’è l’affitto da pagare, il bambino da mantenere
e cosa cazzo vuoi pagare un dottore
quando non sai nemmeno se tra due mesi
c’ avrai ancora un fottuto lavoro
perché il lavoro interinale non è altro che
una prestazione occasionale di lavoro manuale
non qualificato, esattamente il caso in cui
il rischio d’incidente sul lavoro è quintuplicato
e tutto questo non è capitato
ma è stato pensato, progettato e realizzato
dal padronato in combutta con l’apparato decisionale dello stato
per il quale la vita di un proletario non vale non dico niente
ma sicuramente non vale il costo di un’assunzione regolare
con tanto di corso di formazione professionale;
è evidente il disegno criminale o no?
o sono io che sono pazzo?
Povera vita mia chi coglie e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
Povera vita mia chi magna e magna
chi se ne fa nu rap e chi na pigna
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17:59 | commenti | pensieri, opinioni, cinema |
mercoledì, settembre 26, 2007
"L'elemento basilare" Il montaggio in foto: Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn
Così lo definiva Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn, l'elemento basilare, si riferiva al montaggio. Fu lui stesso a descrivere per primo l'importanza di questo concetto. Mai come in questo momento mi ritrovo ad essere d'accordo con lui. Forse per contingenze troppo personali e troppo pragmatiche. Ma è così. Abbiamo realizzato un cortometraggio ed ora siamo un pò impantanati nelle problematiche del montaggio. Tra i lettori cinefili di questo blog, ci sono montatori disposti a collaborare alla "grande impresa" del CSI-lab?
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16:19 | commenti (2) | pensieri, cinema, csi-project |
martedì, settembre 25, 2007
RossoFilm Io non lancio bombe, io faccio film. R.W. Fassbinder
E' sempre con un pò di pudore che ci si rinchiude nel buio di una sala a guardare un film mentre fuori il mondo avanza, e quasi mai serenamente. E' con ancor maggior pudore che si utilizza il proprio tempo per commentare/criticare quel che si è visto. Almeno per me è così. Forse per la strabordante presenza del politico. Ma forse è questo che stiamo cercando, esploratori instancabili del territorio del cinema con una visione politica radicale e tagliente. Si, per questa nuova rivista di critica cinematografica, RossoFilm, propaggine del CSI project. Lì troverete i riferimenti per collaborare, se proprio ci tenete.
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14:48 | commenti | pensieri, cinema, csi-project |
giovedì, settembre 20, 2007
Echi di assonanze lontane Ieri sera, dopo aver ascoltato Alemanno su una piccola emittente romana ho visto Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl...
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13:28 | commenti | pensieri, cinema |
lunedì, febbraio 26, 2007
Bambole e burattini "siamo come burattini e quando piangiamo ci cola il colore sul viso..." Maria. Un'estate d'amore. di Ingmar Bergman
"Sai si può scrutare nella vita una volta sola. Le difese che uno si costruisce crollano. Ed egli si ritrova spoglio e gelido e può vedere il suo vero se stesso, ma una sola volta. In quel momento non si ha il coraggio né di vivere né di morire." Il maestro di ballo a Maria. Un'estate d'amore di Ingmar Bergman "Tu hai mai fatto dei sogni la notte e al risveglio sentirti così commossa da aver voglia di piangere e cercare inutilmente nel risveglio ciò che hai sognato... di fuggire lontano? Ci si sveglia al mattino con un grande senso di malinconia e il cuore ricolmo di tenerezza." Maria. Un'estate d'amore. di Ingmar Bergman immagine da "Dolls" di Takeshi Kitano
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12:08 | commenti (4) | pensieri, cinema |
lunedì, febbraio 19, 2007
I miei ricordi "non riesco a ricordare di dimenticarti" Lenny in Memento. di Christopher Nolan
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11:02 | commenti (2) | pensieri, cinema |
venerdì, dicembre 15, 2006
Luce tra cinema e realtà 13 dicembre festa della luce In fondo il cinema è solo luce, luce che entra negli occhi e crea confusione, turbamento, inganno, finzione. La consapevolezza della finzione non toglie nulla al turbamento... anzi, se possibile, lo accentua; la consapevolezza dell'irrealtà sembra affermare che il turbamento preesista in noi, come un mondo delle idee platonico, come una categoria aristotelica, che le immagini hanno il potere di risvegliare in noi, come una frase capace di destare spiriti silenti. Si festeggia la luce nel momento della nascita, mentre altro si trasforma e muore. In questa data coincidono l'inizio e la fine di un ciclo, nell'interstizio tra due movimenti opposti, tra due fotogrammi appartenenti a scene diverse, l'occhio proietta i pensieri della sua mente. L'inizio e la fine si incontrano sempre, sempre solo per un istante.
Il giorno del 21 dicembre è il giorno più breve dell'anno ma questo evento viene festeggiato il 13 dicembre, giorno di S. Lucia, santa che "protegge" gli occhi, la luce, la visione... il cinema?
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16:45 | commenti (2) | pensieri, cinema |
lunedì, dicembre 04, 2006
memoria e oblio filadelfio, olmarie appassite e papavero. In questo quadro dipinto da sir John Everett Millais nel 1852, il corpo della giovane Ophelia, folle e suicida per amore, vaga sulla superficie dell'acqua, tutto attorno fiori che sono simboli, il papavero simbolo di morte, le olmarie appassite che alludono a tutte la cose inutili. Ogni cosa è un gesto, una parola che sembra chiedere l'oblio, come protezione tardiva, come pietas e si può pensare alla nuit d'octobre di Musset
I morti dormono in pace nel seno della terra. Così devono dormire i nostri sentimenti spenti. Anche queste reliquie del cuore hanno la loro polvere; sui loro resti sacri non infieriamo.
citato da Proust nella Ricerca in Albertine Scomparsa. E lì dappresso è sempre Proust a citare il Un unico pensiero, un'unica serie di immagini che conduce dall'oblio al 

filadelfio, il fiore che col suo intenso profumo è il fiore del ricordo. Un odore impossibile da dimenticare evocatore di tutto quanto gli è stato involontariamente associato, uno sguardo, una sensazione, un'espressione, un nome. Come un'ape racchiusa in una goccia d'ambra nel mentre ne prendeva il nettare, racchiusa per sempre nel suo gesto più vitale.
ricordo. Incerti se ricordare o dimenticare, lasciando agli eventi la decisione, si può guardare alla vita come a un film e vedere l'arte diventare vita e la vita imitare l'arte.
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19:43 | commenti (10) | pensieri |
giovedì, novembre 09, 2006
Il colore della memoria Negli anni '30 il colore diventa più scuro, da bambino vedevo alcuni vecchi film di Laurel e Hardy, poi Se è vero che ogni periodo è caratterizzato da un ricordo, con gli anni '70 cominciano le mie visioni A partire dagli anni '80 comincia per la mia memoria un'era di storia contemporanea. Il colore mi sembra stabile, vivido, "normale" e, non essendosi modificato ai miei occhi, costituisce il punto di riferimento degli altri colori. A partire dal mio primo film di prima visione e scelto da me, E.T. (1982) Comincia nell'epoca attuale, invece, una distinzione dei colori in base alla provenienza geografica. Per cui c'è il colore tenue francese, quello sbiadito di taiwan, il contrasto netto giapponese. Esiste, dunque, nella mia mente una mappa di colori in corrispondenza con ricordi e sensazioni che contribuicono a formare lo sfondo su cui si adagiano le immagini che irradiano felicità,
Nel tempo qualcosa è cambiato nella lavorazione delle pellicole cinematografiche. Il colore è mutato gradualmente, così ora nella mia mente è possibile associare una sfumatura ad ogni era del cinema. Il film più vecchio che ricordo l'ho visto da bambino con mio nonno, subito dopo pranzo, sulla RAI. Credo stesse in un ciclo che si chiamava "il mitico cinema degli anni '20". Rircordo pochissimo del film se non scenografie imponenti e una trama eroica. Forse era sabato ed avrò avuto 5 o 6 anni. E' l'epoca dei film di Rodolfo Valentino. E' un bianco e nero molto chiaro, forse derivante dal logorio della pellicola. A volte compaiono ampie zone in ombra nell'immagine.
da grande l'Atalante, gli altri film di Vigò, di Buñuel. Gli attori emergono dal buio, irradiati da luci centrali che li elevano dalle tenebre che circondano le scene.
Degli anni '40 mi sembra che la guerra faccia da spartiacque, almeno per i film italiani, ricordo Ossessione ('43) fino a Sciuscià (del '46) come pellicole ancora cupe, immagini che vogliono sgranarsi, un male oscuro sotto forma di nebbiolina vuole corroderle. Subito dopo la guerra, a cominciare da Roma città aperta, riemerge pian piano la luce diffusa. Forse il
primo film di quest'eopca che ho visto, avrò avuto dieci anni, è stato Casablanca (1942), un pomeriggio piovoso di fine estate faceva filtrare una luce debole nel tinello di casa, mia madre a stendere i panni sul
balcone, io a terra a giocare con le macchinine, e Casablanca andava su una rete privata... Qualche anno dopo, un pomeriggio vicino al natale, sempre nella mia sala da pranzo con mia madre, mi imbattei in La vita è meravigliosa (1946), per anni inseguii questo film, per poterlo rivedere, per capirne il titolo, per ritrovare l'angelo Clarence che tanto m'aveva affascinato... Forse dovrei ricordare anche il primo film che andai a vedere al cinema senza essere accompagnato dai miei genitori in sala. Avevo undici anni, ero con mia sorella, era un pomeriggio d'estate e invece di andare in spiaggia mi feci accompagnare da mio padre in un cinema
scalcinato, che avevo avvistato nei giorni precedenti, della località di mare dove villeggiavamo, vidi Torna a casa Lassie! (1943). Quei colori carichi, intensi (forse frutto di un procedimento di colorizzazione a posteriori), un pò da cartone animato non li ho ancora dimenticati.
E' la brillantezza la caratteristica dei film in bianco e neri degli anni '50. Le immagini sono compatte e nitide. Ci sono i film di Totò, tra cui anche i primi a colori. Colori accesi, caricati e un pò impastati.
Degli anni '60 ricordo soprattutto gli sceneggiati televisivi della RAI, girati quasi tutti in interni, con luci bassissime che viravano in noir le storie raccontate e senza rumori di sottofondo.
di film al cinema. Siamo nel 1975, ogni giovedì la RAI manda in onda lo sceneggiato televisivo Gamma, intricata storia di fantascienza, sottolineata da una coinvolgente musica di Enrico Simonetti che, a sei anni, diventa il mio must musicale. E' un bianco e nero televisivo, molto
tecnico, neutro, senza inflessioni, un pò scialbo e slavato. Decisamente più caldo ed emozionante il primo colore della RAI che proponeva nel 1976 l'indimenticabile Sandokan, con i suoi colori virati sul rosso che rendevano vibranti le immagini del mio eroe da bambino.
. Ricordo di averlo visto con un amico, arrivati tardi, ci sistemammo in prima fila e la mia penetrazione nel film fu assoluta.
malinconia, entusiasmo, forza, ricordo e voglia di oblio. Ecco perchè il cinema è vero, perchè assorbe le sensazioni che lo hanno circondato, ecco perchè il cinema è vivo, perchè può produrre sensazioni che finiscono col costituire un proprio specifico ambito in cui la memoria può rifugiarsi e vivere per sfuggire alla vita reale. Ed è immortale, niente si perde, tutto ritorna, finchè un'immagine ingannerà l'occhio e il ricordo di un'immagine giocherà con la memoria.
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17:41 | commenti (2) | pensieri, cinema |
mercoledì, marzo 22, 2006
ieri notte ho rivisto millenium mambo "Ogni tanto Vicki lo lasciava. Ma lui riusciva sempre a riprendersela. Le telefonava. La scongiurava di tornare. Era una storia che si ripeteva. Ne era come ammaliata. Ipnotizzata. Non aveva scampo. Tornava sempre da lui. Dentro di sé si diceva: ho ancora cinquecentomila dollari in banca. Quando li avrò finiti, lo lascerò. Tutto questo avveniva dieci anni fa. Era l'anno 2001. Il mondo intero festeggiava il ventunesimo secolo. E dava il benvenuto al nuovo millennio."