saletta Lumiere


giovedì, marzo 01, 2007

La fine delle illusioni

Genova 01

di Fausto Paravidino

in scena presso il teatro Ambra Jovinelli di Roma

C'è stato un tempo in cui a chi sognava un mondo diverso era dato di sognar. C'era un tempo in cui una speranza di alternativa non era un pensiero folle. Questo tempo è finito. E ieri al teatro Ambra Jovinelli di Roma, durante il dibattito che è seguito allo spettacolo questo era pienamente tangibile.

Lo spettacolo è totalmente privo di scenografia e di supporti visuali (che forse sarebbero stati utili). Sul palco sette giovani attori, tra cui lo stesso Paravidino. Si comincia con un riepilogo sull'imperialismo, il colonialismo, un pò di lotta di classe. Si spiega in tono didascalico cos'era il movimento dei movimenti, nato a Seattle. Si illustra per sommi capi l'omicidio di Carlo Giuliani, l'attacco ai manifestanti da parte della polizia, le torture nella caserma di Bolzaneto. La narrazione è prevalentemente piana, con spunti anche ironici, si rifuggono toni forti o ideologici. In qualche raro momento il testo suona anche intenso.

Allo spettacolo va riconosciuto il merito di mantenere l'attenzione sui fatti di Genova, anche al fine di invocare l'istituzione di una commissione di inchiesta. Resta un pò di delusione nel riscontrare che non porta nessun elemento nuovo alla difesa delle vittime di Genova. Un lavoro di ricerca autonomo e indipendente sarebbe necessario, anche solo per collegare e sistematizzare le fonti che raccontano di quei giorni di Genova.

Se lo spettacolo in sè è da salvare, è stato il dibattito ad aprire le porte del baratro. In sala erano presenti Giuliano Giuliani, Heidi Giuliani, Giovanni Russo Spena, Marco Ghezzi ed altri. Russo Spena è stato accolto da una salva di fischi appena pronunciato il suo nome (questo lo dira' Liberazione?). Interventi urlati dalla sala (tra cui quello di Fulvio Grimaldi) chiedevano spiegazione sul sostegno di Rifondazione al finanziamento della guerra in Afghanistan. Russo Spena non ha potuto andare oltre la richiesta di rispetto di una sua posizione basata sull'ipotesi che questo governo sia un punto più avanzato. Meglio non ha saputo spiegarsi. Heidi Giuliani ha avuto una terribile caduta (di stile o di sostanza?) quando ha detto che un bambino afghano preferisce il governo Prodi perchè così può prendere qualche bomba in meno (anche se poi il governo Prodi ha inviato più aerei di quanti ce ne fossero con Berlusconi e ha aumentato le spese militari in modo assai rilevante rispetto al governo precedente)... a tanto s'è ridotto l'erede del glorioso partito comunista. E in sala tutti sembravano saperlo, quei pochi che applaudivano flebilmente, quelli che fischiavano e contestavano, quelli annoiati e delusi che abbandonavano la sala...

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lunedì, febbraio 19, 2007

Ricordi di ghiaccio

Il sergente

di e con Marco Paolini. Tratto da "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern.

in scena presso il teatro Argentina di Roma.

Quello che ancora ci sconvolge del secondo conflitto mondiale è la sua dimensione totalizzante: l'odio razziale, il genocidio, la bomba atomica, i lager, le ideologie contrapposte. In quella guerra il nemico è un nemico totale, non c'è pietà, non c'è codice d'onore, è una guerra di eliminazione definitiva. Ebbene, a sentire i racconti di Rigoni Stern, c'è stato un tempo e un luogo in cui la morte s'è data un vestito di pietas ed umanità. Sul fronte russo, nella ritirata dal fiume Don, ai soldati italiani è capitato di ritrovarsi a mangiare nella stessa capanna accanto a soldati russi, sfamati dalla stessa contadina. In questa ricostruzione fatta solo coi propri ricordi, questa solidarietà contadina, questa forma di rispetto minore è il segno di una comunanza, di un riconoscersi. Quelli che s'ammazzano sono contadini delle langhe italiane e contadini della steppa russa. Sono figli della terra, sono figli della stessa classe.

Si provi a chiudere gli occhi, a "vedere" i soldati italiani, vestiti di stracci, che si ritirano, senza nessun aiuto dai tedeschi. Soldati che prima scaricano gli zaini per andare avanti e poi crollano nella neve, lasciati indietro dai commilitoni, nella lotta per la vita, in questa  ritirarata a piedi lunga più di cinquemila chilometri. E, per chi ha visto "I girasoli" di de Sica, verrà alla mente la scena della contadina russa che trascina il corpo esausto di Mastroianni verso la capanna. Sono gesti che si devono ricordare, anche prima di capirli. E quando si capiranno forse finalmente la guerra sarà finita.

Paolini ci aiuta a ricordare, a onorare il dovere di ricordare, col suo stile asciutto, la scenografia minimale. Il suo racconto attraversa tutti i registri, dal comico al drammatico, per restituire tutti colori della guerra che è pur sempre fatta dagli uomini, che è pur sempre vita. Paolini ricostruisce la struttura dei personaggi e li fa vivere davvero. Lo spirito del racconto di  Rigoni Stern è lì. In questa storia così drammatica è stato giusto rifuggire la tentazione della pateticità. E' stato giusto trattare ruvidamente una materia che è ruvida. Eppure per parlare di ciò che apparentemente non ha senso, come quella guerra, forse occorreva imprimere più a fondo il dolore del ricordo, il disgusto della morte, il terrore della follia, il calore di quella terra gelida.

Resta tutto intatto il senso di quest'operazione,  resta accesa una luce che ricorda di ricordare. 

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lunedì, novembre 06, 2006

La morte avrà i suoi occhi

Il deserto dei tartari

di Dino Buzzati

regia: Paolo Castagna

in scena presso il mausoleo di Augusto (I luoghi della memoria)

Aspetti tutta una vita e t'accorgi che non hai capito. Anni ed anni spesi ad aspettare l'arrivo di.... che non arriva mai. Ma ecco che a un tratto arriva, si, sembra proprio... ma tu non puoi più, la morte t'ha trovato prima che tu trovassi... E se la vita fosse solo questo? O forse questo è un errore da cui si può sfuggire? E quando l'hai commesso questo errore? Sei ancora in tempo per rimediare? Con questo dubbio trascini la tua vita. Eppure te l'avevan detto, ma le parole sono fatte d'aria e si perdono nel vento. Se almeno potessi ricordare, in quale sera qualunque questo iniziò, che la tua vita s'è fermata. E' tempo di lasciare fortezza Bastiani, il nemico sta arrivando, ci sarà una guerra e sangue giovane scorrerà. Tu vai incontro in solitudine al tuo destino, ma questa volta lo sai, alzi lo sguardo e vedi l'ultima porzione di cielo stellato che t'e stata riservata.

Chi po' dicere ca sto' murenno
Chi po' dicere ca so' cuntento
Chi po' dicere ca sto' sbaglianno
Parlanno male 'e tutte chisti anne
Tantu tiempo ma nce penzo ancora
Chella nun era 'a strada bona
Chi me dice ammore
Rispongo dulore
Chi po' dicere dimane vengo
E aspiette tutta 'na vita
E t'accuorge ca nun aje capito
E nun te po' cchiù passà
Chi me dice umanità
Rispongo ammore ammore ammore
.

chi po' dicere. pino daniele

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lunedì, settembre 25, 2006

Oh Che sarà... Che sarà?

Pene d'amor perdute

di Wiliam Shakespeare

regia di Francesco Manetti. In scena presso il Globe theatre


E' una rivisitazione dell'opera originale in uno stile che si richiama ai mitici anni '50 americani, da cui deriva anche la tentazione verso il musical. Non è possibile promuovere l'esperimento che produce un ibrido scarsamente riconoscibile che lascia sfuggire la cifra estetica di entrambi i generi commistionati. Una commedia del XVI secolo di Shakespeare può suscitare quelle lievi eppur penetranti riflessioni sull'amore se le sue parole provengono direttamente dal suo tempo ma dette dai ragazzi di Grease perdono ogni fascino e residuo di credibilità. Una recitazione a tratti incerti corona l'infelice progetto.

Eppure, le vestigia del nobile palazzo shakespeariano sembrano ancora scorgersi tra le macerie del saccheggio moderno e a tratti sembra quasi di rivedere le scene di teatro dei film di Bergman, dove anche le leggere commedie portano il pesante carico delle pene d'amore... perduto.


«Un amore crollato, ricostruito, cresce forte, leggiadro, grande più di prima»
Wiliam Shakespeare

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lunedì, luglio 24, 2006

Frammenti

Letture e racconti

di Ascanio Celestini

in scena (occasionalmente) presso l'anfiteatro alessandrino di Roma

E' possibile ritrovare frammenti di poesie, racconti, risalenti a chissà quale tempo e cogliere in poche parole un senso, una sensazione a noi nota. Può accadere questo con Celestini che in con questo piccolo spettacolo porta in scena brani scritti per quache giornale, alcuni brevi testi inediti. Si tratta di piccoli lampi di luce che illuminano per un attimo un'immagine, un pensiero. Un tempo breve ma sufficiente a riconoscere ciò che già abbiamo provato. Storie sul precariato, sulla guerra e i partigiani, attimi di vita che scorre, non torna ma non si dimentica. Un secondo per riconoscersi tra simili. Al termine dello spettacolo Celestini ha parlato a braccio della situazione libanese, non è un retore, non arringa e non attacca Israele, non è il suo stile. Parla della guerra e dell'uomo, della difficoltà di condurre una guerra con la consapevolezza dell'esistenza di un altro uomo dall'altra parte della barricata. Cose semplici che la verità di spirito rende vive. Prima di chiudere ricorda una frase che gli hanno rivolto che iniziava così: "tu che sei ebreo..." e lui che ha risposto: "veramente non sono ebreo comunqe sono comunista..." e poi chiude davvero con la sua ballata "tra cinque minuti comincia la rivoluzione" e senti che il comunismo c'è ancora, non è lì dove dovrebbe essere o meglio, forse si, è in mezzo alle cose vere, le cose degli ultimi.

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giovedì, luglio 06, 2006

La resistenza della memoria


Martiri della libertà. Monte Tancia 1944
di Andrea Maurizi


in scena presso il Casale Podere Rosa


Cosa resta della guerra, i bombardamenti, la resistenza sui monti della Sabina? Certamente anche ricordi che resistono nella memoria di quegli eventi ha visto e vissuti. E' questo un viaggio nella memoria dei protagonisti: partigiani, donne, bambini. Ognuno restituisce una prospettiva diversa, ognuno travalica il proprio ruolo sociale per assumenerne uno storico, convocato ad esso dalla guerra.


Quando si parla di resistenza sui monti si è naturalmente indotti a pensare agli scenari settentrionali ma anche nel centro e nel sud Italia vi sono stati numerosi e significativi episodi di resistenza partigiana. Dai monti della Sabina, soprattutto il monte Tancia, partivano le azioni di sabotaggio verso le linee di comunicazione tedesche. Qui avveniva l'addestramento dei partigiani che successivamente sarebbero scesi in città a costituire i gap.


L'allestimento dello spettacolo è essenziale, quasi minimale e questo rende ancora più diretto il rapporto tra gli attori e la memoria degli spettatori in cui vengono suscitate sensazioni che paiono sopite ma sempre vigili per tornare, ogni qual volta si senta quell'acre odore di bruciato e di morte che emana dal fascismo, le dittature e le ingiustizie... almeno per chi ha questa memoria.

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venerdì, maggio 26, 2006

Che mi importa se la tua bara sarà coperta di fango?


Memorie dal sottosuolo


da Fedor M. Dostoevskij


di Gabriele Lavia


in scena al teatro India di Roma


Lavia estrapola e amplifica dall'opera di Dostoevskij, imperniata sul dissidio da ragione e volontà, il tema dell'amore. Il protagonista è capace di estrarre con la propria memoria tutte le macerie che ha sepolto nel suo sottosuolo. Il materiale che ne emerge è grezzo, non lavorato dalle sue sovrastrutture individuali, per usare una metafora freudiana, e' il subconscio che emerge, senza la censura dell'io.


E' stata notoriamente associata quest'opera ai lavori successivi di Freud, non senza ragione. Mi sembra interessante identificare un'ulteriore similitudine con la Ricerca Proustiana. Soprattutto laddove il protagonista di Dostoevskij enuclea la teoria della dissociazione tra volontà e ragione. Identificando la prima come espressione del libero arbitrio. Esiste in Proust un passaggio (All'ombra delle fanciulle in fiore) in cui il Narratore scopre la irriducibile ostilità tra la ragione (interprete esegetica dei veri desideri) e la volontà imminente (distratta dall'abitudine e  gratificata ancor prima del reale godimento dei profondi desideri), quando ormai certo dell'imminente conoscenza con Albertine ne sente gia' quasi l'inutilità eppure ben s'industria per conoscerla davvero.


Il protagonista di Dostoevskij è incapace di determinarsi in modo risoluto, sebbene sia in grado di cogliere ogni sfumatura della vita.  Gode perversamente nel negarsi ciò che desidera e che potrebbe renderlo felice. Conosce l'abitudine a mentire dell'essere umano e questa consapevolezza lo svuota di senso. Se ogni parola potrebbe essere menzogna, ha ancora senso credere che esista una verità? Eppure il sospetto che Lisa, una giovane prostituta, possa davvero averlo amato è sufficiente per inquietare l'uomo che viveva nelle macerie delle sua memoria. 


L'essere umano, che egli chiamava il bipede ingrato, lo ripugna per la sua meschinità che vede anche in se stesso. A Lisa ha insufflato parole d'amore, di cui non conosceva la reale capacità di essere vere e per questo le ha ritenute false. E come in un gioco di specchi ha ritenuto falso l'amore di lei, fino a disprezzarla, fino a deriderne la sua morte tragica.


Ma l'inconscio è materia troppo oscura da maneggiare per un uomo dell'800 ed anche i frantumi degli specchi finiranno nel sottosuolo della sua memoria, fino a traboccarne fuori ed annientarlo.


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19:56 | commenti | teatro |

venerdì, marzo 03, 2006

Ritornano. A volte

Chiamatemi Kowalski. Il ritorno

di e con Paolo Rossi

in scena al teatro Ambra Jovinelli di Roma

E' lo sforzo di Little King Paolo Rossi di ritrovare la memoria, occasione per fare il punto sulla propria vita. L'inizio fortuito, le pieghe della vita, le svolte, il succcesso. Coadiuvato dalla sua band e dalla bella Syria inizia il suo viaggio nella memoria, la sua personale ricerca. Ritrova le sue intuizioni, quasi profetiche, su Silvio Berlusconi, le battute fulminanti, gli amori persi, le illusioni della gioventù. Ripercorrere una vita che ha dato tanto e accorgersi di quanti sono i buchi, le nostalgie, le zone d'ombra, le persone perdute. Il percorso di recupero supera le due ore, necessita anche di un intervallo. Lo spettatore/psicoterapeuta (pagante) segue il suo viaggio, brillante ma mai esaltante, ritrovando con nostalgia le vecchie care battute di Little King Paolo Rossi ma a volte sente la mancanza del guizzo nuovo, della sorpresa che pure è una caratteristica del personaggio. La comune avversione verso Berlusconi riesce a galvanizzare qualche spettatore che aspetta Prodi come il naufrago la nave della salvezza (qualunque nave va bene) ma non infiamma la platea. Il nemico di Paolo Rossi (sebbene rischi di vincere ancora) è molto malandato e lui ne risente.

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13:05 | commenti | teatro |

giovedì, marzo 02, 2006

Nel cuore della notte nera

Maggio '43

di e con Davide Enia

in scena al teatro Ambra Jovinelli di Roma

Essere bambini, durante la guerra. Pensare alla vita come sopravvivenza. Pensare alla morte come a un'evenienza familiare. E' il racconto di un bambino che vede la guerra, i bombardamenti, lo sfollamento, la borsa nera, i morti, la fame. E' il Maggio del '43. Nel cuore della guerra. Davide Enia utilizza come materialia drammaturgico interviste a sopravvissuti a quelle'epoca. Usa gli occhi del bambino per raccontare ciò che non ha un senso e ben si adatta a chi un senso non lo cerca. La guerra non dà nulla per scontato e può  trasformare una vittima in carnefice disumano.

Enia tocca toni distanti ma mai collidenti, passando dal registro brillante a quello drammatico, attraversando la recitazione favolistica, quella metrica del cantastorie siciliano (evidenti assonanze con gli esametri di Pirrotta) e quella fredda e razionale del commentatore. L'intero spettacolo è avvolto dalle accoglienti nebbie del ricordo e anche se forse il nucleo del dolore resta sfuggente, la storia arriva, attraversando il temop, lo spazio, passando di bocca in bocca, di pensiero in pensiero, da uomo a uomo.

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18:20 | commenti (1) | teatro |

mercoledì, febbraio 01, 2006

E' più facile che un cammello...

John e Joe

testo di Agota Kristof

regia di Pietro Faiella 

in scena al teatro India di Roma

 John e Joe sono due amici che vivono in povertà. La sorte (un biglietto del lotto) porta una ventata di ricchezza nella coppia. Ma la vincita è contese e, inevitabilmente, porta i due amici a contrapporsi e a distruggere la propria amicizia. Per fortuna che la piccola fortuna viene presto dilapidata; a quel punto i due potranno tornare ad essere amici.

Si tratta di una breve piece brillante che Massimo Olcese, Adolfo Margiotta rendono brillante, attraverso il loro sguardo surreale sulla vita. L'allestimento è essenziale ed efficace. L'interpretazione attoriale originale e divertente.

E' una dimostrazione empirica del potere distruttivo del denaro verso qualunque relazione umana dignitosa e costruttiva. Esemplari alcuni dialoghi da cui si evince la gratitudine dei poveri verso i ricchi per la loro elemosina, senza immaginare che essa è solo un minuscolo frammento del furto perpetrato dai ricchi ai loro danni. Un elogio della povertà e dell'amicizia, senza enfasi.

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18:20 | commenti | teatro |

mercoledì, gennaio 25, 2006

"dietro ogni scemo c'è un villaggio"

La pecora nera

di e con Ascanio Celestini

in scena all'Ambra Jovinelli di Roma

Una parola è come una bottiglia che invece di un liquido contiene un senso. Così come alcuni usano mettere sulle bottiglie delle etichette per indicarne il contenuto altri usano spiegare con didascalie il senso delle parole semplici e dirette. Ascanio Celestini non usa didascalie, cede la sua parola al soggetto che vuole narrarci la sua storia. Qui è Nicola che vuole raccontare la sua storia di internamento manicomiale. Nicola non fa teorie sulla "normalità" e sulla diversità, non discetta sulla legge Basaglia, Nicola parla della sua infanzia di bambino distratto, della sua nonna antica, del suo padre antisociale, dei suoi fratelli pastori per proteggere i quali e per colpa della sorte è entrato nel "condominio" (manicomio). Nicola non esprime rabbia per le sofferenze prodotte dagli elettrochoc ma rammarico per le giornate di sole che ha perduto, i prati che non ha visto. Non riesce a comprendere come possiamo essere tristi noi che abbiamo la possibilità di riscaldarci al sole e distendere lo sguardo sui campi di fiori. E non c'è rassegnazione minimalista in questo ma desiderio ardente di ciò che gli è stato tolto insieme all'amore di Marinella, la bambina che avrebbe amato per sempre, con cui da grande avrebbe avuto dei bambini, che si sarebbero ammalati e che avrebbero curato, l'amore di una vita. A lui "la vita" ha negato l'amore della vita ma non è riuscita a strappargli l'amore di un minuto, il lampo che s'accende negli occhi e avvampa in un istante e lo ricordi per tutta la vita.

Celestini, solo nella scena minimale, lascia parlare Nicola che parla di sè in terza persona. Nicola è morto quest'anno. Allora resta solo il suo ricordo, il ricordo del suo amore di un minuto per Marinella, dei ragni mangiati insieme, degli anni bui senza sole e senza prati.

E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l'ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.

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12:37 | commenti (5) | teatro |

giovedì, dicembre 01, 2005

"Avete più paura di me"

La cena delle ceneri

da un testo di Giordano Bruno

regia di Antonio Latella

in scena al teatro India

Il giorno delle ceneri del 1583 a Londra quattro personaggi discutono dei massimi sistemi. Giordano Bruno usa questo pretesto per esporre le proprie teorie in merito al moto degli astri, alla trasmutazione dell'anima in diverse forme, l'infinitezza dell'universo, la presenza di infiniti mondi. Era quello il tempo in cui queste trattazioni mettevano i brividi, per il rischio nel quale si incorreva nel trasgredire l'ortodossia della chiesa. Bruno sostiene la teoria Copernicana contro quella di Tolomeo, seppure riletta in una chiave più fisica che matematica. Sostiene la consustanzialità di tutte le cose che sono, pertanto, equamente senzienti e dotate di anima. Ammette che le differenti abilità siano dovute alle differenti forme esterne (p. es. la presenza delle mani nell'uomo) che gli permettono più elevate esperienze di apprendimento.

Egli è un uomo in lotta contro il proprio tempo, contro il pensiero unico del proprio tempo. Lotta contro l'impero della chiesa, le dottrine accettate, le istituzioni. Per questa lotta perderà la propria vita ma il suo pensiero sarà prevalso e ai suoi inquisitori potrà serenamente rivolgersi con queste parole: "avete più paura di me".

Quest'opera riesce a testimoniare il senso di una vita, speso nella lotta, nella difesa delle proprie idee, contro un potere assoluto che sembra eterno ed invincibile ed in questo ritrova tutta la sua drammatica attualità.

La messa in scena di Latella è geniale, i protagonisti nascono alla ragione all'inizio dell'opera e muiono in effigie al suo termine, ciascuno di loro contiene da subito tutta la storia che svolgeranno, a simboleggiare un'ontogenesi che riassume la filogenesi. I dialoghi avvengono sull'acqua che di essi terrà memoria. La recitazione ondeggia armoniosamente tra l'aulico ampolloso e il brillante ironico, a testimonianza della natura del filosofo nolano.

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19:19 | commenti (4) | teatro |

giovedì, novembre 10, 2005

La passione dell'uomo

La ricotta

di Antonello Fassari e Adelchi Battista

in scena: Piccolo Jovinelli

La religione è storia di uomini. La grandezza di una religione, se ce l'ha, è la grandezza dell'uomo. Il Cristianesimo incarna fino in fondo questo messaggio, ponendo al centro la figura del Cristo. Un dio che si fa uomo, per subire le tentazioni di un uomo, per sentire le paure di un uomo, i dubbi, il dolore. Un uomo che ha il coraggio di dire ciò che oggi è ancora scandalo: che i ricchi periranno tutti, dal primo all'ultimo nel fuoco dell'inferno, per il solo fatto di esser ricchi. Un uomo giusto, un rivoluzionario, che amava i poveri, i ladri, le puttane.

Pasolini ne coglie appieno il senso, parlando di Stracci, un poveraccio che fa la comparsa per campare e che passa il suo cestino da comparsa alla moglie e i sette figli. Un povero degli '60. Mentre l'Italia si sviluppava. Un povero, incapace di leggere la sua realtà, inconsapevole della propria collocazione di classe, incapace di lottare. Egli muore, sulla croce, per fame. Insultato, deriso. Come Gesù.

Fassari, restituisce, con onestà, senza enfasi, senza retorica, questa storia che Pasolini volle ambientare nel cinema, capace, a volte, di essere più vero della realtà. Uno spettacolo povero, essenziale, vero.  

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20:12 | commenti | teatro |

mercoledì, novembre 09, 2005

Con lo stesso passo di un partigiano che va verso i monti

Divina Mimesis

di Pier Paolo Pasolini

regia: Pierpaolo Sepe

in scena: Teatro India

E' una personale rivivificazione della Divina Commedia dantesca nella vita di Pasolini. Un'opera data alle stampe sebbene icompiuta nel 1975, pensata secondo le regole del teatro di parola che il manifesto per un nuovo teatro  aveva proposto nel 1968. Una rappresentazione frontale, paritaria tra attori e pubblico, per eludere le sabbie mobili delle rappresentazioni borghesi.

Un'opera di difficile interpretazione, poggiata su un flusso ininterrotto di parole dense, intrecciate, rizomatiche.  Pasolini si estroietta da sè, si vede, si giudica. Nella sua debolezza di uomo, nel suo cedere alle tentazioni innocenti eppure così volgari. La paura di perdersi, di non trovare la forza. Infine l'acquisizione della posizione, la presa di coscienza dell'appartenenza, ad una classe, ad un'idea. Idea forte. Forte come il passo di un partigiano che sale sui monti e sofferma il suo sguardo, curioso, attento, su una prateria di fiori, tutti diversi eppure della stessa specie, temendo di morire senza mai saperne il nome eppure felice d'averli visti.

Bravo Hossein Taheri che riesce a dare corpo al discorso pasoliniano. La gioventù degli altri attori non fa premio all'opera che è specchio di un uomo arrivato a metà del suo cammino. Alcuni sovrapposizioni musicali si scontrano con la attenzione che è dovuta alle parole. Alcune sottolineature al testo sarebbero state utili.

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venerdì, novembre 04, 2005

Luoghi della memoria. Attori e poesia. Roma 2005

Il male naturale: il disastro di lisbona

di Franca Nuti e Sonia Barbadoro

da testi di Voltaire, Pope, Leibniz, Rousseau, Kant

presso la sede dei vigili del fuoco di via Galvani

C'è stato un tempo in cui gli uomini si interrogavano sul senso del male. Alcuni sostenevano che fosse la conseguenza dei difetti dell'uomo, altri che il male fosse necessario, in quanto funzionale al bene. E' soprattutto a questi ultimi che risponde Voltaire in un appassionato pamphlet il cui punto di partenza è l'uomo. La sua capacità di percepire il dolore anche oltre i limiti del suo manifestarsi fisico. Anche nel ricordo, nella paura, nell'empatia che rivolge ai suoi simili. Questa caratteristica lo pone in antitesi alla sofferenza e rispetto ad essa può delineare un suo percorso di conoscenza. Dall'assunto che il male, quello vero, quello morale, quello degli affetti spezzati è la negazione della vita, dell'uomo, del suo esser vivo, Voltaire si scaglia contro altri pensatori che riuscivano a individuare le fonti della vita anche nel dolore e nel male. Non è dato di concludere questa dialettica con un vincitore ma ascoltare le parole vive di Voltaire fa poggiare lo sguardo su un'umanesimo caldo e adrenalinico che sospinge avanti, unica direzione consentita a mortali che odiano la morte,

 

Canto per le donne resistenti, azione patriottica

compagnia: Cassiopea Teatro

in scena: cortile di via Bodoni, 96

Un'efficace messa in scena in un classico cortile romano, con i palazzi alti intorno e al centro panchine, piccole aiuole. Qui donne, al tempo della guerra, stendono panni, fanno il bucato. Accanto gli spettatori ascoltano i discorsi di donne combattono, che resistono contro il fascismo. Sembra di guardare la storia da una finestra. La piece teatrale rende omaggio a tutte quelle donne che lottarono per la libertà, rischiando la loro vita, in silenzio, senza retorica. La compagnia teatrale friulana che l'ha messa in scena è tutta al femminile, sta lavorando su questo testo in corso di lavorazione che può maturare . La memoria popolare, in un cortile d'architettura popolare. E' un luogo della memoria che ci chiede di ricordare.

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giovedì, novembre 03, 2005

La morte non è nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi.
(Pier Paolo Pasolini, «Una disperata vitalità»)

Pasolini, un mistero italiano

di Carlo Lucarelli

messo in scena al teatro Argentina

Se ancora gli intellettuali hanno un ruolo in questa società, se ancora qualcuno può raccogliere l'insegnamento di Pasolini a "mettere in fila i fatti", a coglierne il senso, anche in assenza di prove o indizi conclamati, ebbene lo abbiamo visto la sera del 31 ottobre al teatro Argentina, in uno spettacolo di letture, musiche e narrazione. Carlo Lucarelli ha messo a servizio di tutti la propria conoscenza del caso, la propria intelligenza di scrittore per gettare luce sul mistero Pasolini. Finalmente si può cominciare a fare piazza pulita del depistaggio messo in atto su Pasolini e che ancora perdura, dopo trent'anni. Lucarelli ha utilizzato il metodo della logica contro le menzogne di regime che hanno trovato ospitalità nelle sentenze dei tribunali. Pasolini non è stato ucciso dal solo Pelosi che, anzi, molto probabilmente ha avuto solo un ruolo molto marginale nel suo assassinio. Pasolini non è andato a piazza dei Cinquecento a "rimorchiare" un minorenne di borgata. Molto più probabile che Pasolini si fosse recato lì per un appuntamento con Pelosi che rappresentava quel gruppo di sbandati che sostenevano di avere le pellicole di Salo' o le 120 giornate di Sodoma che erano state rubate dagli studi della produzione. Pelosi, probabilmente, non era che un aggancio per tendere l'agguato in cui trovò la morte Pier Paolo Pasolini. Le motivazioni di tale agguato sono il punto più oscuro. Potrebbe essere un generico omicidio fascista ma potrebbe anche trattarsi di un gesto più politico, teso a mettere a tacere lo scrittore impegnato nella stesura del romanzo Petrolio, in cui viene esposta una tesi sulla morte di Enrico Mattei (come già trattato nello spettacolo Idroscalo 93) e che dimostra un'ampia documentazione di Pasolini.

Chi ha architettato questo delitto ha voluto ammantarlo con la "vergogna" della storia di prostituzione, ha cercato di rendere insidioso il terreno della memoria. Indubbiamente ha avuto complicità di rilievo, evidentemente finalizzate ad un obiettivo ben preciso. Il merito di chi ha continuato ad amare Pasolini, nonostante quella "vergogna", testimonia della capacità laica di amare senza annullarsi, di perdonare senza giustificare, di stare nel mondo come uomini e donne vere capaci di concepire l'uomo nella sua interezza, anima e corpo. Sono già trent'anni che la morte gli ha tolto la parola, impedendo a lui di comunicare e a noi di comprendere. Non ci siamo arresi, non ci arrendiamo...

Che cosa sono le nuvole?

di Pier Paolo Pasolini e Domenico Modugno  

Che io possa esser dannato
se non ti amo.
E se così non fosse
non capirei più niente.
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.

 

Ah, ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che dà gli spasimi
Ah, ah! Tu non fossi mai nata!
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.

 Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso.
Perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta. 
   

 

Ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l'udito. 
E tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.

nell'interpretazione degli Avion Travel

postato da euriskon
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