lunedì, novembre 26, 2007
Ken, forse hai ragione tu In questo mondo libero di Ken Loach E' con queste sensazioni che si può guardare questo film che indaga i nessi emotivi di vittime che diventano carnefici, esempi del cannibalismo di questo sistema economico. E Loach ci riesce perfettamente, delineando abilmente le connessioni familiari, i comportamenti sessuali e gli atteggiamenti sociali di chi interpreta, anche suo malgrado, i ruoli assegnati dagli attuali rapporti di forza tra le classi. Ovviamente la comprensione in nessun caso può diventare giustificazione. in foto: the workers party (2003) di Scott Hansen
Avrei voluto, dovuto cominciare a scrivere queste righe insistendo sull'idea che un buon film non può essere didascalico e l'intento didattico non può esorbitare la cifra stilistica. Eppure il mondo si incarica di farmi dubitare e riflettere su questa impostazione. Ormai gli individui hanno introiettato i virus più aggressivi del capitalismo. Ormai non si cerca di sconfiggere il male (la povertà, la precarietà, lo sfruttamento) ma di arginarlo, contenerlo in forme non mortali. Milioni di uomini e donne sembrano rassegnati al destino che l'attuale fase del capitalismo ha disegnato e riservato, hanno smesso di lottare per i diritti che realmente spettano a loro e alla loro classe e reclamano ammortizzatori, tutele e sostegni.
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11:47 | commenti (2) | cinema, venezia2007 |
lunedì, ottobre 01, 2007
Filmico vs diegetico La ragazza del lago di Andrea Molaioli
Una MdP leggera e attenta entra in un habitat di piccolo paese tra le colline Friulane. Con movimenti fantasticamente innaturali indaga lo spazio, la mente, le abitudini. Le musiche, di Teho Teardo, fanno da interessante contrasto alle immagini, suoni elettronici stridenti su passi lenti, colline morbide, acque calme. Dietro questa apparenza placida c'è la morte, il rimorso, i tormenti. Il film che è tratto dal romanzo di Karin Fossum "lo sguardo di uno sconosciuto", ripercorre la trama di un'indagine su un omicidio. A indagare è un ispettore, cui dà vita staordinariamente Toni Servillo. Il filmico è talmente attento, acuto, comunicativo che il diegetico s'acquatta in disparte. La ricerca dell'assassino diventa totalmente secondaria. Assume, invece, rilievo fondamentale lo scavo dei personaggi, la cura dei particolari (il primo bottone della giacca sempre abbottonato, la postura da ufficiale del vecchio commissario, ...), lo consonanza degli sguardi, la compartecipazione agli eventi, l'antitesi concordante di immagini e musiche. E' per questo che un finale forse troppo affrettato e semplificato non pregiudica definitivamente questo film.
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17:50 | commenti (8) | cinema, venezia2007 |
venerdì, settembre 14, 2007
Un quadro e 51 misteri Nightwatching (presentato in concorso a Venezia 2007) di Peter Greenaway Il tema centrale del film è la realizzazione del quadro "La ronda notturna" (The nightwatching), in cui Rembrant pare abbia inserite 51 particolari che narrano tutta un'altra storia rispetto a quella agiografica che sembra voler celebrare la Milizia Civica. Sono particolari che rivelano gli autori di un omicidio, difetti, segreti e qualità nascoste dei personaggi ritratti. In un angolo, quasi completamente nascosto, c'è anche lui, Rembrandt, che guarda il se stesso mentre traspone la realtà nella tela. E' l'io che si interroga, che (si) riflette, si interroga, instaurando una dialettica. Il tempo ha il potere di insabbiare, la memoria può scavare e riportare alla luce questa storia, fatta di luci, di corpi, di occhi che guardano.
Con tono lievemente surreale Greenway colloca la storia di Rembrandt su un palcoscenico. Non c'è solo la scelta di girare quasi tutto in interni ma quella più precisa di girare su un palcoscenico teatrale, nel luogo in cui la finzione e la realtà si toccano, in cui gli sguardi degli spettatori sono presenza nella scena. Il tema dello sguardo è centrale nel film e nell'opera di Rembrandt. A Rembrandt i suoi committenti rimproveravano eccessivo realismo. Se la pittura è finzione, se i modelli stanno per ore in posa consapevoli di essere ritratti per essere guardati, può esservi la pretesa di rappresentare la realtà? O forse non si dovrebbe accettare l'idea della finzione, e far corrispondere ad un'imitazione della realtà pittorica un'imitazione della verità? Se il corpo viene abbellito, perchè non modellare anche la verità che è propria di quell'uomo? Rembrandt non vuole rinunciare alla verità, non vuole limitarsi a ritrarre docili modelli. Si pone la questione dell'io che osserva il mondo, della responsabilità dello sguardo, del dovere di perseguire la verità.
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18:49 | commenti (4) | cinema, venezia2007 |
giovedì, settembre 13, 2007
Il desiderio Off(screen) Cleopatra di Julio Bressane (presentato Fuori Concorso a Venezia 2007) "Il mondo si chiama mondo perchè è immondo" (Giulio Cesare). Il desiderio è sete, l'amore è acqua (Cleopatra). Le ultime parole che Cleopatra pronuncerà prima di morire sono le parole dell'uomo che aveva amato: "Il mondo si chiama mondo perchè è immondo" , come a richiudere in un'ideale circonferenza il senso del loro incontro. Lei, discendente di Iside che s'era vantata di aver sconfitto Cesare, discendente di Venere, sente la necessità di far proprie le parole di quell'uomo. Sono le parole di un uomo d'azione, imbevuto della sua cultura greco-romana eppure capace di farsi stordire dalla potenza di fascinazione del piacere profondo, amorale, abissale, rappresentato da Cleopatra. Sarà lei stessa a ricordare che abisso chiama abisso. E' il senso di straniamento che pervade l'uomo nel momento in cui scopre la misconoscenza della propria origine e della propria natura. E' costretto a rigettare da sè il proprio mondo, il proprio essere, perchè incapace di riconosersi ed a chiamare immondo ciò che è di questo mondo. E' il tentativo di rifugiarsi nell'astrazione del puro significante, in quanto il significato sembra destinato a sfuggire per sempre. E' un uomo orfano che cerca padri putativi nel cielo degli dei ma è condannato a restare solo e a chiamare immondo il proprio mondo. Calato nel suo abisso di solitudine, privato della presenza della verità, è colto da terribile stupore quando s'accorge della possente e immanente verità che risiede nel corpo.
Il fluire ininterrotto dell'acqua simultaneo al fluire delle immagini e del tempo costituisce il super-testo filmico sul testo diegetico. Il filmico si incarica di comunicare l'incombere incessante del desiderio (l'acqua) nello svolgersi della vicenda umana. Spesso l'elemento acquatico è assente dal frame, cionondimeno il suo rumore non cessa mai (neppure sui titoli di coda). Il desiderio (l'acqua) è fuori dall'immagine, come il subconscio dall'inconscio; il desiderio è posto offscreen per svolgere la sua funzione di profonda pulsione, sebbebe spesso in-visibile. Il desiderio circonda la volontà, così come l'acqua avvolge ogni singolo frame con la sua invisibile presenza. Il desiderio si materializza nelle morbide molecole d'acqua perchè è esso stesso materia. Si incarna nell'amore sensuale che Cleopatra vive con Cesare e Marco Antonio. Un amore terribilmente umano in cui convivono diseguali rapporti di forza che avvincono, umiliano, sconvolgono e profonde passioni umane. L'amore con Cesare è l'incontro tra la preponderante vis romana e la decadente forza dell' Egitto ma rappresenta anche la capacità di sbaragliamento che la materica e antica cultura egiziana ha verso quella più giovane e spirituale latina, risultante dall'assimilazione di quella greca. L'amore con Marco Antonio interiorizza la violenza del dominatore ma anche la capacità di inoculare il dubbio e la debolezza di volontà nel conquistatore. Cleopatra riuscirà a sopravvivere all'abbandono di Marco Antonio e di Cesare e alla morte di quest'ultimo perchè il desiderio aveva vinto e s'era impossessato di loro ma non riuscirà a sopravvivere all'umiliazione di Ottaviano, impenetrabile al desiderio (in sua presenza, tace off screen l'acqua).
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15:59 | commenti (4) | cinema, venezia2007 |